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Trentacinque anni di "Use Your Illusion" dei Guns N' Roses

17.09.2026 Scritto da Simöne Gall

“Il tempo è breve, la vita è la tua / E alla fine / Siamo soltanto / Ossa e polvere” (Izzy Stradlin, "Dust N' Bones", da "Use Your Illusion I")

Trentacinque anni or sono, precisamente alla mezzanotte del 17 settembre 1991, l'attesissimo ritorno discografico dei Guns N' Roses diventava realtà grazie alla pubblicazione in simultanea di "Use Your Illusion I" e "Use Your Illusion II". Non un doppio album, bensì due dischi distinti, separati alla nascita (prodotti da Mike Clink e mixati da Bill Price), che presentavano ognuno una durata di settantasei minuti spingendo al limite estremo la capienza fisica del CD dell'epoca. L'artwork con cui si presentavano - a sfondo giallo e rosso il primo volume, a sfondo blu e viola il secondo - si basava su un dipinto firmato dall'artista estone Mark Kostabi, intitolato esattamente "Use Your Illusion" e incentrato su un dettaglio stilizzato della "Scuola di Atene" di Raffaello. L'impatto visivo fu garantito e il risultato commerciale riscrisse completamente le regole del mercato discografico; le vendite furono fulminee: nella sola prima settimana, posizionandosi direttamente in testa alla Billboard 200, il secondo volume vendette ben 770.000 copie, tallonato dalle 685.000 del primo (un successo che ha oggi superato globalmente la cifra astronomica di trentacinque milioni di copie). Del resto, i Guns arrivavano all'appuntamento con la storia forti di un'egemonia plebiscitaria. Il devastante debutto del 1987, "Appetite For Destruction", aveva già superato la soglia stratosferica di dodici milioni di unità nei soli Stati Uniti (da noi in Italia ne erano state acquistate oltre 150.000 durante un'annata di picco per un genere come l'hard & heavy, quella del 1989). Il successivo "GN'R Lies" (1988) viaggiava già oltre i cinque milioni, blindando la band nel ruolo di attrazione più pericolosa e ambita del pianeta.


 

La specificità del suono Guns N' Roses
 

Quando parliamo di hard rock pare istintivo guardare al suono primordiale dei Led Zeppelin, allo stile più vizioso degli Aerosmith, al riffaggio minimale e implacabile degli AC/DC. Sebbene queste band abbiano fatto scuola anche presso Axl, Slash e compagni, l'hard sound dei Guns N' Roses seppe imporsi come idioma a sé stante, viscerale nel suo essere magniloquente, quanto soprattutto unico. Una specificità che avrebbe garantito al gruppo una longevità quasi mitologica, anche se poi sarebbe impossibile non denotare come l'odierna incarnazione dello stesso, che continua a riempire le arene globali ancora in questi anni Duemilaventi, altro non sia che una costola commerciale che nulla c'entra con lo spirito dell'epoca. Ciò che tuttavia fecero i Guns con quel colossale dittico settembrino, fu andare rispettosamente oltre il suono del proprio debutto, dimostrando una maturità compositiva ed evolutiva che avrebbe lasciato molti loro detrattori ammutoliti.

 

 

La distruzione celata
 

Sebbene la band si trovasse sul tetto del mondo, nel dietro le quinte già si consumava un inesorabile deterioramento dei rapporti interni. Il licenziamento del batterista Steven Adler, ormai impossibilitato a garantire una performance adeguata a causa delle sue gravi dipendenze, aveva troncato la linea di continuità emotiva del quintetto originale. Izzy Stradlin, chitarrista ritmico e anima dello stesso, dichiarò addirittura che con l'estromissione di Adler "tutto era andato perduto", rilevando come la chimica originaria fosse ormai svanita. Fu però la realtà dello studio a imporre una narrazione di segno opposto. Il subentrato Matt Sorum, "rubato" ai Cult di Astbury e Duffy, si integrò perfettamente nell'organico e il suo drumming potente e inflessibile funse da architettura ritmica ideale per conferire stabilità formale alla debordante mole di materiale di "Use Your Illusion". Gran parte di questo materiale ripescava in realtà intuizioni e bozze di brani antecedenti al 1987, fotografando la band in un perfetto equilibrio precario che se da una parte poneva in essere la rivendicazione dell'urgenza rock 'n' roll, dall'altra propendeva per una spinta barocca e orchestrale governata dai pianoforti e dalle tastiere di Axl Rose (e insieme di Dizzy Reed, integrato nella line-up come sesto elemento ufficiale per espressa volontà del frontman). Nel quadro di questa complessità, i GN'R ribadirono ancora una volta la loro natura di entità ortodossa, nuovamente refrattaria ai compromessi legati al mondo del music business.


 

Il "White Album" dei Guns N' Roses: Analisi del primo volume di "Use Your Illusion"
 

Per densità e frammentazione, "Use Your Illusion" riveste il ruolo di vero e proprio Album Bianco dei Guns N' Roses. Spieghiamoci meglio. Esattamente come nel capolavoro omonimo dei Beatles del 1968, nei due volumi convergono e si scontrano le anime e le nevrosi dei singoli componenti. Accanto alla grandeur guidata da Axl, troviamo la scrittura umorale e vagabonda di Stradlin, le inflessioni punk e la ruvidezza metropolitana del bassista Duff McKagan, la firma indelebile di un solista ruvido ma esperto come Slash; il tutto incanalato in un mosaico sonoro privo di filtri censori. L'itinerario cronologico del primo volume apre alla tensione nervosa di "Right Next Door To Hell", scaturita da una reale e turbolenta controversia condominiale tra Axl e una vicina di casa a West Hollywood. Il testimone passa immediatamente al sound da saloon esistenzialista di "Dust N' Bones", numero rigorosamente firmato e interpretato da Stradlin, e che inaugura lo storico ed efficace binomio vocale con Axl (tutto giocato sul contrasto imperdibile fra calore blues e chitarre graffianti). L'impronta e la fascinazione per la lezione dei Rolling Stones emergono qui con nitidezza, trovando compimento in "Bad Obsession", sorta di gemello spirituale di "Mr. Brownstone" – uno dei dodici capisaldi immortali di "Appetite For Destruction" – proprio per i suoi riferimenti espliciti alle dinamiche della dipendenza. La traccia è intrisa del sax e dell'armonica sincopata di Michael Monroe, storico leader dei finnici Hanoi Rocks, nonché pilastro estetico per i Guns della prima ora. La celebre power ballad "Don't Cry" (in realtà tra i brani più vecchi del gruppo) si attesta come classico immediato, fungendo da perfetto contraltare all'altissimo voltaggio del rock & roll psicotico di "Perfect Crime". E se "You Ain't The First" si risolve in un divertissement acustico e alcolico a più voci (fra cui quella del cantante dei Blind Melon Shannon Hoon, già ospite in "Don't Cry"), è con la celeberrima "November Rain" che l'album tocca il suo picco di massima magniloquenza. I quasi nove minuti della suite orchestrale, attraverso cui si fa strada uno fra gli assoli più lirici, drammatici e celebri dell'intera storia della chitarra elettrica, rappresentano il sogno più ambizioso e barocco del frontman. La reattività verbale di questi, tuttavia, torna immediatamente protagonista nelle dinamiche serrate di "Bad Apples" e nella violentissima litania, intinta di rancore vocale, che ha per titolo quello di "Back Off Bitch". La seconda metà del primo tomo sonoro scivola così verso l'oscurità strisciante di "The Garden", episodio psichedelico e ipnotico che si avvale del magnetico contributo di Alice Cooper e che custodisce, tra le sue trame distorte, i segnali anticipatori di quel grunge che avrebbe presto colonizzato le frequenze radiofoniche statunitensi e non. Il ritmo si fa nuovamente convulso nella fulminea "Garden Of Eden" (con il rispettivo video girato interamente in un unico piano sequenza tramite un obiettivo grandangolare di tipo fisheye) e nel serrato impianto verbale di "Don't Damn Me", requisitoria a rotta di collo contro gli hater di Rose. Dopo il vortice emotivo di "Dead Horse", strutturato su una chitarra introduttiva volutamente scordata e suonata da Axl, si approda al monumentale epilogo di "Use Your Illusion I": gli oltre dieci minuti di "Coma", claustrofobico capolavoro d'avanguardia rock che simula in musica overdose e collasso cardiaco, in un bagno di effetti sonori, battiti di elettrocardiogramma e sussurri inquietanti (il tutto squarciato dai fraseggi di uno Slash in stato di grazia).
 


"Use Your Illusion II" - L'analisi del secondo volume
 

Il volume blu si inaugura con un brano che riflette in modo profondo la brutalità della guerra: "Civil War", l'ultimo documento in studio della sofferta presenza di Steven Adler alla batteria, in sé un affresco epico capace di assorbire la tradizione folk americana in chiave GN'R. "14 Years", la seconda traccia, ripropone l'efficace dualismo vocale tra Izzy e Axl su base pianistica, introducendo il perfetto lirismo nostalgico della splendida "Yesterdays", ballata rock & roll matura e di classe. A questo punto dell'opera, si palesa uno dei tratti più significativi dei Guns, ovvero l'attitudine a fagocitare il repertorio altrui convertendo le cover in veri e propri pezzi che paiono scritti di proprio pugno. È il caso della celeberrima rilettura di "Knockin' On Heaven's Door" di Bob Dylan, qui destrutturata e riassemblata con inserti gospel e melodie sature. E se per contro la virulenta "Get In The Ring" si configura come una dissacrante invettiva in cui Axl apostrofa nominalmente la stampa specializzata dell'epoca, "Shotgun Blues" ne lambisce le istanze bellicose su coordinate rock & roll punk. La tracklist si arricchisce quindi della complessità vagamente southern di "Breakdown", cavalcata ragionata imperniata su vari cambi di tempo e fiammate elettriche (spunta pure un banjo, decisamente spiazzante), e delle trame perverse di "Pretty Tied Up" (The Perils Of Rock' N' Roll Decadence), introdotta dal suono esotico di un sitar elettrico suonato nientemeno che da Izzy Stradlin. In prossimità del traguardo finale, è con "Locomotive (Complicity)" che la band dimostra come un impianto hard rock possa dilatarsi ben oltre i canoni radiofonici tradizionali senza cedere alla monotonia. Lo sviluppo compositivo traghetta il pezzo in un ipnotico assalto guidato dal basso di Duff fino a una coda strumentale di rara eleganza, fra intrecci di pianoforte e percussioni, e con la voce solista a indugiare in loop sul verso riflessivo "Love's so strange". A collocarsi subito dopo è invece "So Fine", romantico quanto accorato omaggio a Johnny Thunders, ex New York Dolls, firmato da Duff McKagan (coi controcanti di Axl), anche se poi è in "Estranged" che risiede il cuore emotivo e vertice artistico dell'intero progetto: nove minuti e più di narrazione fluida in cui i passaggi di pianoforte classico dialogano con gli assoli forse più lirici e ispirati mai concepiti da Slash (ancora più che per il caso di "November Rain", verrebbe quasi da dire). La quadratura d'acciaio di "You Could Be Mine", il primo singolo estratto da "Use Your Illusion", è legata a doppio filo al blockbuster cinematografico "Terminator 2", esplodendo le ultime cartucce (a partire da una travolgente introduzione di batteria e basso) e precedendo così la versione alternativa di "Don't Cry" (alternativa solo per le parole del testo, che lasciano il ritornello della versione classica invariato). Il sigillo definitivo, straniante e a suo modo profetico, è affidato al minuto e mezzo di "My World": controverso esperimento industrial hip-hop, siglato in solitudine da Axl Rose, ad anticipare le paranoie tecnologiche che avrebbero segnato la lunghissima gestazione del discutibile "Chinese Democracy".

 
 

Illusioni visive

 

La magniloquenza dei rinnovati GN'R coincise con la trilogia di videoclip colossal, diretta dal serioso Andy Morahan e composta da "Don't Cry", "November Rain" ed "Estranged". Produzioni cinematografiche faraoniche, cercate da Axl e per cui furono impiegati mezzi imponenti e budget enormi. Emblematico è ovviamente il caso di "November Rain", per cui Slash rivelò di aver provato una certa fifa, a causa della pericolosa prossimità dell'elicottero che lo filmava, nel girare la scena dell'assolo che lo colloca davanti alla piccola chiesa bianca isolata nel deserto. In realtà, questa vertiginosa deriva votata a un certo gigantismo, non trovò mai il pieno sostegno dei compagni del cantante: come emerso da alcune dichiarazioni di Slash medesimo, il gruppo si sarebbe limitato ad assecondarne le visioni pur non comprendendo appieno il significato talvolta astratto di quei video (ad esempio la surreale presenza dei delfini fra le immagini di "Estranged").
 

 

Un'era irripetibile, a dispetto di tutto
 

Il tour a supporto di "Use Your Illusion" fu una carovana itinerante di quasi tre anni, tra le più ambiziose, redditizie e distruttive della storia del rock. Centonovantadue date live ad alto tasso adrenalinico, inframezzate da pericolose risse e ritardi intollerabili con protagonista sempre lui, Axl. Eppure, quella logorante odissea in giro per il mondo servì a onorare gli sforzi titanici in studio e a esaurire, di fatto, l'urgenza espressiva incanalata nei due album gemelli. Una volta calato il sipario sui concerti, la formazione andò incontro a una rapida e definitiva atomizzazione. Il primo a farne le spese fu Gilby Clarke, subentrato a Stradlin a due mesi dall'uscita di "Use Your Illusion" il quale, pur apparendo ancora nel cover album "The Spaghetti Incident?", si trovò a essere silurato senza troppe cerimonie: indovinate un po' da chi? (Axl accettò nondimeno di apparire sul debutto solista di Clarke, "Pawnshop Guitars", per cantare e suonare il piano su una rendition eccezionale di "Dead Flowers" dei Rolling Stones). Non possiamo comunque esimerci dal considerare il fatto che, in ultima istanza, è proprio il periodo 1991-1993 a recare in sé il testamento di ciò che di grande i Guns N' Roses seppero rappresentare una volta fuoriusciti da un'epoca inarrivabile: quella relativa ad "Appetite For Destruction".


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