Un uomo in doppiopetto, capelli già brizzolati, cravatta in tinta, con un fazzoletto che esce dal taschino. È seduto su un divano, una mano appoggiata alla guancia a reggere la testa: l’espressione è attenta, c’è un accenno di sorriso. È tranquillo, sembra quasi distaccato perché – come dice il suo discepolo Liam Gallagher – per mostrare che non ti importa nulla deve importarti tantissimo. È il “Modfather”, il padrino di tutto il rock inglese, Paul Weller. Non sono un fotografo, ma gli ho scattato quella foto una quindicina di anni fa, quando passò dall’Italia per promuovere un disco e la casa discografica ce lo fece incontrare in una casa milanese un po’ fané. Dal vivo, la coolness in persona: quella foto era solo l’esemplificazione di un modo d’essere che permea tutta la sua musica.
Anche la copertina di questo album dal vivo è cool quanto il personaggio: foto in bianco e nero, una chitarra imbracciata, scritte e grafica semplici e vintage. “Live & Very Direct”, recita il sottotitolo. Ho scoperto quasi per caso che aveva pubblicato un nuovo album live: è il terzo in sette anni, dopo “Other Aspects – Live at the Royal Festival Hall” del 2019 e “An Orchestrated Songbook” del 2021, il quarto se si considera una deluxe edition. Ma questo “In the Shadow of the Sun” è speciale, anche se è una pubblicazione relativamente minore, per ora uscita soltanto in digitale. È l’ennesima manifestazione del carisma e della coolness di questo gigante: 31 canzoni per oltre due ore, registrate durante le date all’aperto del tour britannico dell’estate 2026. Weller ha spiegato che il disco arriva direttamente dal soundboard: “all real, all true”, senza ritocchi.
È una manifestazione diversa della sua coolness: qua non troviamo l’uomo in doppiopetto o quello con l’orchestra. Troviamo un artista con la sua band che ripercorre la carriera unendo le sue diverse anime: quella rock/elettrica che troneggia in copertina e che parte dai Jam, rappresentati da “Precious”, “Strange Town”, “That’s Entertainment”, “The Eton Rifles”, “Town Called Malice” e altri; quella più raffinata degli Style Council, riproposti con un piglio vigoroso in “Shout to the Top!”, “My Ever Changing Moods”, “Have You Ever Had It Blue” e “Long Hot Summer”; e quella solista, da “Wild Wood” e “Stanley Road” fino a brani molto più recenti. Il titolo dell’album è quello di una canzone di “Wild Wood” che dal vivo diventa una meravigliosa jam psichedelica.
La band è fenomenale. Al fianco di Weller c’è sempre Steve Cradock, chitarrista degli Ocean Colour Scene e suo collaboratore da più di trent’anni, e al nucleo della sezione ritmica e delle tastiere si aggiungono i fiati, che colorano i pezzi, soprattutto nelle riletture degli Style Council, ma non solo. Una formazione che gli permette di passare dal rock al soul, dalla psichedelia alle parti più acustiche con una naturalezza enorme.
Ogni volta che penso alla carriera di Weller mi colpisce come abbia saputo incidere sulla musica inglese e non solo con due band fondamentali (“seminali”, direbbe qualcuno, con un pessimo aggettivo che piaceva tanto alla critica d’antan), ma pure con la carriera solista. Questo disco lo racconta bene proprio perché le tre parti della sua storia convivono senza sembrare capitoli separati: i Jam, gli Style Council e Weller sono un unico repertorio. Queste canzoni meritano di stare lì, assieme a “Don’t Look Back in Anger” e “Wonderwall”. Anzi, queste ultime non esisterebbero senza quelle di Weller.
Ultimamente è stato un po’ più retrospettivo, inevitabilmente per un artista di 68 anni. Anche questo disco alla fine lo è, ma con un’energia e una coolness pazzesche. Dico sempre che vorrei arrivare alla sua età come lui: lo pensavo da ragazzino quando lo scoprii per la prima volta, lo dico ora, perché Weller è così, inarrivabile, sempre un passo avanti e di lato rispetto alle convenzioni. Questo disco testimonia il suo ennesimo stato di grazia. L’unico difetto del disco è il suono forse un po’ impastato e indietro della registrazione: non mi sarebbe dispiaciuta una pulizia maggiore. Ma forse l’obiettivo era proprio trasferire la fisicità dell’ultimo tour attraverso quel mix unico che fonde chitarre, psichedelia, northern soul, folk e pop. Del resto, se la registrazione arriva davvero direttamente dal banco, “very direct” non è soltanto uno slogan.
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