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Tredici Pietro: “A Sanremo porto il tema della fallibilità”

17.02.2026 Scritto da Claudio Cabona

Il peso del mio nome è un'incudine. Scrivo quando sono inutile, che sono inutile. Ma adesso no”. Nelle barre di “Respirare”, tratte dal suo ultimo album “Non guardare giù”, uscito l’anno scorso, c’è molto, ma non tutto. Era necessario aggiungere un tassello e chiudere un cerchio. Tredici Pietro arriva sul palco del Festival di Sanremo con un brano, “Uomo che cade”, che mette al centro l’errore, esorcizzandolo, e allo stesso tempo apre la finestra su una rinascita. Il tema del riconoscere i propri confini, le proprie crepe, passa anche dall’accettazione di quello che si è: per questo il rapper, che si chiama così per costruire il proprio percorso lontano dalla figura paterna, Gianni Morandi, infatti il numero "13" rappresenta il gruppo di amici della sua adolescenza bolognese, nella serata delle cover canterà “Vita” di Morandi e Dalla, del 1988.

Ha fatto pace con le sue radici. E tutto è coerente e collegato da un filo rosso ben visibile. “Sono in gara a Sanremo con un brano scritto insieme ad Antonio Di Martino. È nato in due sessioni, principalmente tra maggio e ottobre 2025, quindi dopo l’uscita del disco, ma è estremamente legato: avevo ancora delle cose da dire e infatti il pezzo farà parte dell’edizione deluxe del progetto (in uscita il 27 febbraio, ndr) - racconta Tredici Pietro - a Sanremo ci sono elementi che alzano il livello, c’è l’orchestra, è necessario un certo tipo di esecuzione. Quindi il brano è stato poi lavorato tenendo conto anche dell’arrangiamento, di come potesse essere presentato su quel palco”. 

Il tema arriva subito, senza filtri: “‘Uomo che cade’ ha la pretesa di parlare di fragilità, in un mondo super performativo nel quale ci troviamo costantemente a confrontarci. Persino la Borsa di New York ha due giorni di riposo, se ci pensate. Noi siamo esseri umani imperfetti: dobbiamo lavorare e sbagliare, perché dobbiamo crescere, migliorarci - prosegue - il pezzo parla proprio del fatto che guardiamo in alto e pensiamo di osservare qualcosa sopra di noi. Eppure, se guardiamo bene, quell’uomo lassù sta cadendo, in realtà sta precipitando. È un esempio facile da fare con gli sportivi: quelli che prendiamo come modelli spesso hanno perso più finali di quante ne abbiano vinte, hanno sbagliato più tiri di quelli che hanno segnato”. Prende un attimo di respiro e continua il ragionamento: “Cadere, sbagliare, sentirsi falliti, uso proprio questa parola, è inevitabile se si persegue una strada. Se non la si persegue, invece, c’è la non-azione, la passività. È la rigidità dell’immobilità che non ti fa sbagliare. Ma se provi a fare qualcosa, prima o poi cadrai”.

C’è anche un elemento generazionale nel brano: “Credo che tutti ci siamo trovati in questa situazione. Quando ho scritto il pezzo volevo cogliere un aspetto che riguarda un po’ tutti noi, soprattutto i giovani: ci ritroviamo a confrontarci con fisici perfetti, sorrisi infiniti, vite apparentemente impeccabili che vediamo continuamente sui social. Ci paragoniamo. E finiamo per sentirci sempre superati. Ma superati da cosa? Da un’immagine. Da qualcosa che non è nostro. Noi ci conosciamo, conosciamo le nostre ombre. Degli altri vediamo solo l’oro, o ciò che sembra oro. E quindi il confronto è falsato. Per come la vedo io, nell’agire, nello sbagliare, non c’è niente di negativo. Anzi: c’è correzione, c’è evoluzione”.

Nella serata di venerdì, Tredici Pietro si esibirà con il brano “Vita” di Lucio Dalla e Gianni Morandi, accompagnato da Galeffi, Fudasca & band. Un incontro tra amici e artisti con cui il rapper ha condiviso palcoscenico e sessioni in studio, tutti legati da un pezzo che parla di cadute e risalite. “Ho scelto un altro nome d’arte apposta e per anni ho fatto la mia musica, quasi di nascosto. Ho fatto rap, andavo bene a scuola, piacevo alle ragazze, tutto normale. Quando è uscita la notizia di chi ero figlio, è cambiato tutto - ricorda - non ho mai voluto mettere in luce questa cosa a tutti i costi, ma questa volta volevo riuscire a farlo nel modo giusto. Volevo omaggiare la grandezza di mio padre nel luogo più idoneo. Essere riconosciuto da grandi artisti come Fabri Fibra, con cui ho collaborato, mi ha tolto ogni dubbio, mi ha riconciliato con la famiglia: quello che ho fatto fino a oggi è il mio percorso. La questione del ‘figlio di’ non è roba mia da gestire, è roba del mondo, ognuno se la gestisca come vuole. Sono orgoglioso di quello che ho fatto e di mio padre”.


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