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Tra politica e grande musica: da Bad Bunny non si balla soltanto

25.06.2026 Scritto da Mattia Marzi

«Benito, Benito, Benito». I cori si molitplicano sotto la gigantesca cupola del GelreDome di Arnhem, mentre oltre 40 mila persone attendono l’ingresso di Bad Bunny invocando l'artista portoricano col suo vero nome. Sul grande maxischermo verticale che sovrasta il palco compaiono due ragazzi olandesi che recitano come una filastrocca i versi di “La mudanza”: «Benito, hijo de Benito, le decían “Tito” / el mayor de seis, trabajando desde chamaquito». Sono le parole dedicate al padre dell’artista, Tito, e alla storia della sua famiglia. Non poteva che partire da qui, dalle proprie radici, lo show del tour mondiale figlio di “Debí tirar más fotos”, l’album che ha superato i confini della musica per trasformarsi in un vero e proprio fenomeno culturale. Bad Bunny spunta da una botola. Indossa un elegante completo color crema e un paio di occhiali da sole Anni '70, un omaggio al salsero portoricano Héctor Lavoe: sembra un crooner d’altri tempi, ma in salsa latina. Lo stadio esplode in un boato. Lui appare impassibile. Alle sue spalle la sezione fiati della band che ha deciso di portarsi in tour attacca le prime note della stessa “La mudanza”. E all’istante il GelreDome si trasforma idealmente in un locale di Porto Rico. Che lo show abbia inizio.

Cosa vedrà chi ha acquistato i biglietti per Milano

Con i 31 concerti della residency dello scorso anno al Coliseo di Porto Rico, da dove ha voluto battezzare dal vivo “Debí tirar más fotos”, Bad Bunny ha radunato complessivamente 540 mila spettatori. Il tour mondiale legato all’album, manifesto della battaglia identitaria di Porto Rico, è partito il 21 novembre da Santo Domingo e dopo aver fatto tappa in Costa Rica, Messico, Cile, Perù, Colombia, Argentina, Brasile, Australia e Giappone è sbarcato in Europa. Arriverà in Italia il 17 e 18 luglio con due show attesissimi all’Ippodromo La Maura di Milano, 160 mila biglietti polverizzati in poche ore. Non passerà negli Usa: una scelta politica, che si lega al messaggio del disco. Il tour ha venduto 2,6 milioni di biglietti. Cifre che restituiscono la grandezza della Bad Bunny mania. Che non accenna a placarsi (“Debí tirar más fotos” è da 75 settimane, vale a dire oltre 500 giorni, tra i dischi più ascoltati su Spotify). E che si spinge oltre i confini del suo pubblico. Basta guardare gli spalti del GelreDome di Arnhem: nel cuore dell'Olanda, a migliaia di chilometri da Porto Rico, oltre 40 mila persone - con al collo l'immancabile finta macchinetta fotografica distribuita dallo staff all'ingresso, pronta a illuminarsi a tempo come i braccialetti dei Coldplay e di Taylor Swift - cantano in spagnolo ogni parola delle sue canzoni. Un'immagine che racconta meglio di qualsiasi numero o statistica la dimensione globale raggiunta da Bad Bunny e dalla cultura latina che rappresenta

La finta macchinetta fotografica distribuita all'ingresso, che si illumina a tempo nel corso dello show

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Uno show politico

La forza dello spettacolo sta proprio qui: nella capacità di trasformare un'arena europea in una celebrazione della cultura portoricana e sudamericana più in generale. Anche al GelreDome Bad Bunny, che agli ultimi Grammy Awards ha conquistato tre premi, incluso quello per l’“Album dell’anno” (prima volta nella storia per un disco tutto in spagnolo), non rinuncia alla dimensione politica che accompagna il suo percorso: «Siamo una sola famiglia», proclama lui dal palco, mentre la regia mostra telecamere ora del Brasile, ora dell'Argentina, ora del Cile e ora, naturalmente, di Porto Rico. Lui che ai Grammy ha criticato apertamente le politiche migratorie statunitensi, ribadendo la sua posizione anche al Super Bowl, il palcoscenico più attenzionato della cultura popolare di massa americana, porta sul palco un messaggio di appartenenza e resistenza culturale. Lo fa non attraverso slogan, ma attraverso il linguaggio più universale possibile: la musica. Quella di Bad Bunny unisce più generazioni: chi è cresciuto con la grande tradizione latina del Novecento e i fan del reggaeton e della trap di questi anni. Salsa, bachata, merengue, reggaeton si mischiano in uno spettacolo da ascoltare, prima ancora che da guardare. Cosa rara per i concerti di oggi, dove le trovate sceniche il più delle volte nascondono grosse lacune a livello musicale.

Il live attraversa la storia della musica latina

Lo show è diviso in tre atti. Nel primo Bad Bunny è accompagnato dall’orchestra portoricana Los Sobrinos, un’orchestra formata da tredici musicisti portoricani tutti di età inferiore ai 25 anni, pescati dalla Escuela Libre de Música di San Juan: da “Callaíta” a “Nuevayol”, passando per “Pitorro de Coco”, “Turista” e “Baile inolvidable”, in questa prima parte Bad Bunny attraversa la storia della musica latina che mette insieme Celia Cruz, Willie Colón, Rubén Blades e Daddy Yankee, fondendo tradizione e modernità e omaggiando anche classici come “Un Verano en Nueva York” di El Gran Combo de Puerto Rico, campionata in “Nuevayol”. Un elemento che distingue questo tour da molti grandi show urban contemporanei, spesso costruiti quasi esclusivamente su basi e sequenze. I Los Sobrinos non sono semplici musicisti di supporto, ma veri protagonisti dello show, capaci di impreziosire i brani con assoli di chitarra e tastiere, fiati corposissimi e una sezione ritmica travolgente, facendo ballare tutti: da chi sta sotto al palco all’ultimo spettatore in alto.

La "Casita"

Il secondo atto è quello che va in scena sull’altro palco, la cosiddetta “Casita”: si tratta della ricostruzione di una vera e propria casa colonica in stile portoricano colorata di rosa acceso, dove Bad Bunny canta e balla in mezzo a vip e influencer (a Madrid tra gli invitati è comparsa anche Chiara Ferragni) e anche qualche fortunato fan. È lo spazio riservato al Bad Bunny più pop, quello di “Boy a llevarte pa pr”, “Yo perreo sola”, “Diles”, “Bichiyal”, che lo vedono abbandonare i panni del classico interprete della grande tradizione latina e ricordare le sue radici da artista urban, ripercorrendo le tappe del lungo percorso che lo ha portato a “Debí tirar más fotos”. Per una ventina di canzoni - forse un po’ troppe? - Benito torna a essere il ragazzo che si è fatto strada nella scena trap e reggaeton di Porto Rico, il musicista che ha rivoluzionato il genere partendo dalle piattaforme digitali e dai piccoli club dell’isola. In questo segmento lo show perde un po' del calore, della corposità e della pastosità iniziale: Bad Bunny qui canta su base. Paradossalmente, è il segmento più "da stadio" del concerto, nel senso che il pubblico si scatena su hit come "Tití me preguntó" o "Me porto bonito", ma quello più anonimo e impersonale. Fortuna che poi ad accompagnarlo arrivano i Los Pleneros de la Cresta, gruppo portoricano specializzato nella plena, uno dei generi folkloristici più rappresentativi dell'isola. La presenza dei percussionisti permette allo spettacolo di recuperare anche musicalmente, e non solo a livello di immaginario, le radici culturali di Porto Rico: su "Café con ron" e "Ábreme paso" tamburi, ritmi tradizionali e cori popolari si intrecciano alle sonorità urban che hanno reso celebre Bad Bunny, creando un ponte tra passato e presente. 

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La fine di un viaggio: e ora?

La terza ed ultima parte è quella più spettacolare. La festa si avvia verso la conclusione e a sottolinearlo ci pensano fuochi d’artificio e fiamme. “Ojitos lindos”, “La canción”, “Kloufrens”, “Dàkiti”, “Yonaguni” e “El apagón” non fanno perdere intensità allo show. Il gran finale non può che essere riservato a “DtMF”, la title track di “Debí tirar más fotos”, prima dei saluti con “Eoo”: «Non importa quello che state passando nella vita: non dimenticate le cose più importanti, non dimenticate di cantare e di ballare. E non soffermatevi sul passato, godetevi il presente, godetevi il ballo e il canto, questo momento. Amate le persone che vi amano per come siete, tenetevi stretti l'uno all'altro e non aspettate». È la fine di un viaggio lungo quasi tre ore. Che, esattamente come l’inizio, non poteva non parlare delle radici: «’Tás escuchando música de Puerto Rico, cabrón / nosotro’ nos criamo’ escuchando y cantando esto / en los caserío', en los barrio’ / desde los 90 hasta el 2000 por siempre», urla Bad Bunny. Tradotto: «State ascoltando musica portoricana, figli di puttana / siamo cresciuti ascoltandola e cantandola / nei progetti, nei quartieri / dagli anni '90 al 2000 per sempre». Dopo un’esperienza di questa portata, per Bad Bunny non sarà semplice trovare un punto di ripartenza altrettanto potente.


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