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"The riddle”, da Nik Kershaw a Gigi D’Agostino, Raf e Sanremo

17.02.2026 Scritto da Gianni Sibilla

Tra versioni di cantautori, classici sanremesi, duetti improbabili, nella serata delle cover del Festival di Sanremo c’è chi ha scelto di rispolverare un classico degli anni ’80: Raf porterà “The Riddle” di Nik Kershaw con i Kolors. Uscì nell'84, lo stesso anno della sua “Self Control” - ed entrambi divennero delle mega-hit.
Se il titolo vi dice poco, nel momento in cui sentirete la melodia vi si accenderà immediatamente una lampadina, sia che siate cresciuti in quel periodo, sia che musicalmente siate più giovani: la canzone ha avuto un’enorme fortuna anche negli anni ’90/Zero per via di una fortunata versione dance di Gigi D’Agostino che fa numeri ancora oggi (quasi 400 milioni di stream/visualizzazioni tra YouTube e Spotify). Anche la versione originale di Kershaw periodicamente riaffiora sui social media.
Kershaw negli anni ’80 fu una star, che produsse diversi classici a partire dal primo singolo “Wouldn’t It Be Good?” - tanto da venire a suonare al Live Aid, per poi fermarsi per qualche tempo negli anni ’90. Oggi si divide tra eventi legati a quel periodo (in Italia è venuto per diversi programmi TV) e nuova musica. Lo abbiamo raggiunto al telefono: ci racconta di conoscere Sanremo (“Un grande festival, anche se non mi è chiaro davvero come funziona”, dice) e Raf. Ci siamo fatti raccontare “The Riddle”, canzone dal testo misterioso, ma non solo.

“The Riddle” ha una storia piuttosto strana.
Tutto deriva dal fatto che avevo pochissimo tempo per scrivere il mio secondo album. Il primo era uscito a marzo del 1984, era stato un successo, lo stavo ancora promuovendo quando la casa discografica mi disse: “Secondo te riusciamo a far uscire qualcosa per Natale?”. E io per qualche motivo non dissi di no.
Una cosa folle. In pratica avevo circa due settimane, avevo già sette o otto canzoni, ma il mio produttore mi disse: “Non sento il singolo”. In quel periodo stavo ascoltando molto musica tradizionale irlandese, avevo quel suono celtico in testa quando ho iniziato a scrivere la musica di “The Riddle”.

A colpire è anche il testo, difficile da decifrare. Ha un senso?
La melodia è venuta molto rapidamente e facilmente, anche gli accordi non hanno richiesto molto tempo. Impiego sempre molto a scrivere i testi, così ho fatto solo una guida vocale, con parole qualsiasi, giusto per impostare le rime e la struttura. Erano parole senza senso, perché saremmo entrati in studio la settimana dopo. Andiamo in studio, registro queste parole senza senso e iniziamo a costruire il brano: batteria, basso. Poi provo a riscrivere davvero il testo, ma tutto quello che mi veniva in mente non funzionava. Ci eravamo ormai così abituati alle parole e al loro suono nella canzone, al modo in cui si incastravano, che alla fine abbiamo deciso di non cambiarle e di tenere quel nonsense.

Quindi “The Riddle”, l’enigma, è la canzone stessa?
Esattamente. All’inizio si chiamava semplicemente “Untitled”, non aveva un titolo, e dovevo trovarne uno. Pensavo: come la chiamo? “Near a Tree by a River”? Oppure “The Hole in the Ground”? Poi ho pensato: no, la chiamerò “The Riddle”, così la gente penserà che parli di qualcosa. E infatti è successo.

A proposito di riferimenti irlandesi: nei testi citi “The Man of Aran”, che è un film classico del primo cinema.
Sì, volevo che fossero parole che richiamavano quel mondo perché, come dicevo, in quel periodo stavo ascoltando molta musica tradizionale irlandese.

Quando è stata annunciata la cover di “The Riddle” a Sanremo, molti hanno pensato subito alla versione di Gigi D’Agostino, quella dance.
Quella è stata una delle prime versioni dance della canzone. Da allora ce ne sono state moltissime che hanno fatto cose simili, ma D’Agostino è stato il primo.

In qualche modo sei stato coinvolto? Immagino che, trattandosi di una rielaborazione, tu abbia dovuto approvarla.
Sì, non è una copia esatta della canzone: se viene modificata in qualsiasi modo, devo dare il mio permesso perché possa essere usata. E così ho fatto.

Ti piace quel tipo di suono?
Penso che siano due cose completamente diverse. La versione di Gigi era molto diversa da come avrei mai immaginato la canzone, ed è stato bello sentirla così. Poi ne sono arrivate moltissime altre versioni che fanno più o meno la stessa cosa, o ci provano. E a un certo punto… sì, ti stanchi un po’. Ma se la gente vuole giocare con le mie canzoni, a me sta bene. Non le possiedo più davvero, non sono più mie: sono come dei figli, le lasci andare.

Nel 1985 sei stato chiamato al Live Aid, dove hai suonato anche “The Riddle”. Come fu suonare in quello che fu l’evento musicale più grande dell’epoca?
Piuttosto spaventoso, in realtà. Non avevo partecipato al singolo di Band Aid, ma Bob Geldof mi chiese di suonare e, da come me lo presentò, doveva essere solo una specie di concerto di beneficenza a Londra, probabilmente all’Hammersmith Odeon.
Poi però la cosa è cresciuta sempre di più: prima Wembley, poi… due miliardi di persone davanti alla televisione. Più si avvicinava la data, più diventavo nervoso. È stato travolgente, perché non ero abituato a suonare davanti a un pubblico del genere. Ero decisamente fuori dalla mia zona di comfort, ma credo di essermela cavata.

Gli anni ’80 sono associati alle tastiere, al synth pop. Ma la tua musica, e “The Riddle” in particolare, ha molte chitarre, ha un suono rock.
Be’, perché io ero un chitarrista: quello era il mio strumento. Avevo suonato per diversi anni, tre o quattro, in una band da serate, facendo un po’ di tutto, ma come chitarrista. E ancora oggi non so davvero suonare le tastiere: non posso sedermi al pianoforte e suonarti una melodia. In quel periodo, però, con tutte le nuove tecnologie e i suoni eccitanti delle tastiere, le chitarre avevano un ruolo più di supporto, quasi un po’ guardato con sospetto. Per me la cosa più naturale era mettere la chitarra in un brano.

Che effetto fa essere associato ancora alla musica degli anni ’80? È stato un periodo importantissimo per te, ma sono passati quarant’anni e hai fatto moltissime cose dopo…
Penso di aver fatto lo stesso percorso di molti artisti: non vuoi essere definito per tutta la vita da un periodo così breve, però in un certo senso lo sono, e lo capisco. L’esposizione e la notorietà che ho avuto allora fanno sì che molte persone mi associno a quelle canzoni. C’è una fase in cui un po’ la vivi male, soprattutto quando stai facendo nuova musica e vorresti che la gente ascoltasse quella, di cui sei molto orgoglioso. Poi però cresci, diventi un po’ più saggio, e capisci quanto quelle canzoni siano state importanti per te. Le accetti, e non è più un problema. Mi piace condividerle con il pubblico: sono una cosa bellissima da avere.

Qual è la tua canzone preferita del tuo repertorio? È “The Riddle” o un’altra?
Direi che, tra le canzoni più vecchie e i successi, probabilmente è “Wouldn’t It Be Good?”. È stato la mio prima grande hit. Ed è l’unico brano che, suonandolo dal vivo negli anni, non ho mai sentito il bisogno di cambiare. C’è un periodo in cui ti stanchi delle canzoni e inizi a modificarle, a cambiare arrangiamenti e strumentazione. Con “Wouldn’t It Be Good?” non l’ho mai fatto. È sempre un’emozione fortissima suonare quei primi accordi iniziali. Mi dà ancora una scarica di adrenalina.


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