Della pubblicazione di 'Antidepressants', il nuovo album dei Suede in uscita il 5 settembre per Sony Music, ce ne ha parlato il tastierista e chitarrista Neil Codling. Gentilissimo, il braccio destro di Brett Anderson, si è lasciato andare ad argomentazioni che suggeriscono come i Suede siano oggi più che mai un tesoro musicale britannico da custodire.
“Antidepressants”, il vostro nuovo album, si propone di catturare le tensioni che affliggono la vita moderna: paranoia, ansia, nevrosi - un concetto che sembra essere connesso con il titolo dell”album.
Credo che la maniera attuale di comunicare, il costante ricorso allo schermo del cellulare, implichi l’essere perennemente connessi, ma non necessariamente nel modo più appropriato. A causa di ciò, si riscontra un livello di disconnessione dal mondo reale e dalle persone: è qui che il ruolo della musica si fa necessario, poiché la connessione che va creandosi attraverso di essa resta invalicabile e genuina. Verso la musica che più si ama è necessario manifestare lealtà e rispetto, qualcosa che spesso si realizza con la volontà di vedere le proprie band preferite esibirsi dal vivo. Dal lato nostro, quello dei musicisti, abbiamo il dovere di riconoscere una certa responsabilità che è quella di continuare a creare la musica per cui la gente ci ha sempre amati. E i Suede fanno parte di quelle band che quando le si apprezza, le si apprezza maniacalmente. Per questo è sempre necessario mantenere alte le aspettative in chi ci ascolta. “Antidepressants” può essere visto come una finestra interiore su tutti noi individui: sul modo in cui cambiamo costantemente nel mondo moderno, mentre guardiamo alla natura mutevole del connettersi e insieme del disconnettersi. Di ciò ne dà una lettura il brano in apertura, "Disintegrate", dove nell’introduzione si sente una voce registrata recitare la frase "connected/disconnected".“Antidepressants” potrebbe essere quasi un sequel del vostro precedente album, “Autofiction”, non solo per i riferimenti a un genere come il post-punk, ma anche per la sua cupezza.
Quella che hai citato è un’area musicale che, inutile negarlo, avevamo iniziato a esplorare già con “Autofiction”, essendo che si adattava alla nostra natura e all’universo lirico esplorato da Brett [Anderson, frontman e leader dei Suede]. Diciamo che sarebbe stato difficile esprimere concetti più complessi abbinandoli a un tipo di musica più leggera e spensierata. Da qui la necessità di rendere più oscuro il nostro suono, per meglio accompagnare quegli stessi concetti oscuri.Nell’album sembra esserci più di un accenno ai Cult del periodo “Dreamtime”. Sei d’accordo?
Il sound dei Cult di quel periodo era caratterizzato da un certo tipo di oscurità e da una certa irruenza, ed è indubbiamente roba che abbiamo fagocitato durante i nostri anni formativi, in particolar modo Mat [Osman, bassista] e Brett. Se non ricordo male, fra l’altro, il primo concerto cui Brett assistette fu proprio quello dei Southern Death Cult [la prima incarnazione dei Cult], e a questo punto penso che su di lui quel concerto debba aver lasciato un che di impattante.Nel comunicato stampa dell’album, si legge che “Antidepressants” è stato registrato in presa diretta, è così?
Lo è in larga parte, ma qualche ritocco aggiuntivo c’è stato. Abbiamo comunque eseguito ognuno le sue parti insieme, in studio, e non si è fatto alcun ricorso al computer nella produzione del suono finale. Quello che puoi ascoltare sull’album è il frutto dell’unione reale fra i nostri strumenti e nelle canzoni non vi è nulla, che dir si voglia, di artefatto. Niente trucchi, né intelligenza artificiale di sorta.Pensi che Ed Buller, il vostro produttore di lunga data, abbia avuto un ruolo nella costruzione del sound dei Suede, oltreché del nuovo album?
Senz’altro, perché ha sempre fatto parte del nostro team e grazie alla sua competenza e alla sua capacità nel saperci guidare, abbiamo potuto realizzare i nostri migliori dischi. Direi comunque che la sua presenza si è rivelata essenziale particolarmente per gli ultimi due album, “Autofiction” e “Antidepressants”. Che forse lui non definirebbe propriamente "post-punk", quanto più "new wave", che dal mio punto di vista è un termine più americano, che poco ha a che vedere con ciò che facciamo noi. Con Ed si è sempre discusso parecchio sulle definizioni atte a classificare i generi, diciamo, ma lui resta comunque una parte importante della nostra storia e del nostro sound.Voi e i Pulp, recentemente riapparsi sulla scena con il loro primo album in quasi venticinque anni, siete ancora rilevanti. Negli anni Novanta eravate entrambi etichettati come "britpop". Ma i Suede non avevano nulla a che spartire con gruppi come gli Oasis...
Penso che il termine "britpop" sia sempre stato un modo molto giovanilistico di descrivere un certo tipo di musica dominato dalla chitarra. I Suede si formarono, in ogni caso, nel 1989, e non penso che all’epoca un termine come quello fosse già in voga. Figuriamoci nel 1978, agli albori dei Pulp. Tieni presente che nel periodo in cui si cominciò a parlare di britpop, noi eravamo in tour in Europa a macinare chilometri su un bus. Stando lontani dall’Inghilterra per la maggior parte del tempo, non eravamo troppo attenti a ciò che capitava da quelle parti, musicalmente parlando. Poteva succedere che nel contesto di una nostra apparizione televisiva, in Gran Bretagna, ci imbattessimo in qualcuna delle cosiddette "guitar-band", ma penso non centrassimo davvero nulla con il loro modo stereotipato di suonare e di esibirsi. Credo che costoro fossero convinti che omologandosi avrebbero venduto qualche disco in più. Per quanto ci riguarda, abbiamo sempre fatto parte di una scena che vedeva come protagonista un’unica band, ovvero la nostra, e mai ci è passato per la mente di comportarci da "amiconi" con qualcuno di quei gruppi, magari trovandoci con gli stessi a bere in un pub di Camden. Ci siamo sempre considerati degli outsider, e non ci è mai piaciuta quella scena. Di certo è da apprezzare che certe formazioni siano oggi risorte perché il pubblico lo chiedeva. Ma per quanto ci riguarda, ci siamo sempre tenuti alla larga dall’idea di conformarci.Ti unisti a Brett e agli altri in tempo per registrare “Coming Up”, a oggi il più grande successo commerciale dei Suede. Che ricordi hai di quel periodo e del tour per l'album?
Ho in serbo ottimi ricordi di tutto quel periodo, che fu particolarmente felice e creativo per noi del gruppo. L’album servì anche a zittire le tante malelingue che ci davano ormai per morti, malgrado da parte nostra ci sentissimo più vivi che mai. Eravamo noi contro il mondo, desiderosi di farci ascoltare, di dimostrare chi potevamo essere. E questa volontà è in fondo ciò che ha sempre animato i Suede.
Ritengo essenziale mantenere un rapporto speciale con i nostri fan, perché come molti di loro anche noi ci siamo sempre sentiti degli outsider. I fan sono una grande tribù che ama radunarsi ai nostri spettacoli, e credo sia positivo che si creino delle community - almeno in questo il mondo digitale rende tutto più semplice -, dando così a chi ci ascolta l’opportunità di non sentirsi mai soli. Dico questo perché anch’io, da adolescente, sapevo di poter contare su coloro che, come il sottoscritto, erano animati dalla volontà di diventare musicisti di professione, persone con le quali avrei trovato una sicura connessione.Tu e Simon Gilbert, il batterista dei Suede, siete cugini. Che rapporto c’è tra voi due e tra i membri della band in generale? Vi frequentate, ti chiedo concludendo, quando non suonate?
Tendiamo a non frequentarci, anche per via del fatto che abitiamo distanti l’uno dall’altro. Un tempo era diverso perché bene o male vivevamo tutti nella stessa zona di Londra, ma oggi diventa sempre più complicato incontrarci, essendo più sparpagliati. Quel che però ci lega, anche a distanza, è la passione per ciò che facciamo, quella determinazione che tutti noi osserviamo nel creare musica, esattamente come quando gli anni che avevamo erano molti di meno. E non puoi realizzare della buona musica, che si tratti di rock o altro, se non credi nello spirito della giovinezza e nella forza di quella certa semplicità di cui sono permeate le canzoni pop. Quando ci ritroviamo in sala prove, o in uno studio a registrare, siamo sempre le stesse persone di sempre, desiderose di fare musica e di farla al meglio delle nostre possibilità. Per quanto riguarda Simon, con lui c’è un certo rapporto, che è dettato in parte da quelle tipiche dinamiche che possono intercorrere fra parenti di sangue. Per me Simon sarà sempre Simon: il cugino più vecchio di me con cui suono.