È un bene o un male che i System of a Down non pubblichino un nuovo album da oltre vent’anni, ovvero dalla pubblicazione del dittico composto da “Mezmerize” e “Hypnotize” del 2005? Non esiste una risposta a questa domanda. La cosa positiva, o negativa a seconda dei punti di vista, è che la musica e le canzoni di Serj Tankian e soci sono più attuali che mai. È forse proprio quell’urgenza, insieme a un senso di presente che non si è mai consumato, a radunare oltre 78mila spettatori all’Ippodromo Snai La Maura di Milano la sera del 6 luglio. Dopo nove anni dall’ultimo passaggio nel nostro Paese, che risale al Firenze Rocks del 2017, la band di “Toxicity” torna in Italia per uno degli eventi dal vivo più attesi della stagione estiva. Per questo nuovo appuntamento agli I-Days il livello è ancora più alto, con i Queens of the Stone Age a precedere i System of a Down sul palco.
La spavalderia del rock dei Queens of the Stone Age
Dopo il primo set del pomeriggio con gli Acid Bath, si entra nel vivo quando salgono sul palco i Queens of the Stone Age. Josh Homme e soci si prendono la scena non senza qualche intoppo sonoro iniziale, ma con la maestria di chi, anche un po’ scanzonato e spavaldo, o stonando qualche nota, può comunque fare un buon concerto. Partiamo subito dalla non notizia per informare chi il giorno prima ha visto i Foo Fighters o ha sentito Dave Grohl promettere di essere presente a vedere i suoi amici QOTSA e SOAD: nessun “nicest guy in rock” viene avvistato sul palco o nei dintorni de La Maura.
I Queens of the Stone Age arrivano a Milano con una dimensione molto diversa rispetto a quella più teatrale e raccolta del loro ultimo passaggio per “Alive in the Catacombs” (qui il nostro racconto), dove Homme aveva portato il repertorio in una zona sospesa tra ombra, rito e meditazione sulla mortalità. Qui non c’è spazio per quella solennità sotterranea, e all’Ippodromo Snai La Maura la band torna alla sua forma più diretta, elettrica e muscolare, con il passo di chi conosce perfettamente la propria forza e non ha bisogno di spiegarla.
Josh Homme in canotta mimetica, i sempre elganti Troy Van Leeuwen e Michael Shuman, oltre ai fidati Dean Fertita e Jon Theodore, rimettono subito al centro la materia originaria del loro suono, fatta di riff secchi, groove e un’idea di rock che continua a sembrare sporca e lucidissima insieme. Si parte con "Regular John" e si finisce in un terreno di ambiguità tra sarcasmo, sensualità, pericolo e leggerezza apparente quando attaccano “The Lost Art of Keeping a Secret” e “Feel Good Hit of the Summer”. Il set trova una delle sue accelerazioni più convincenti con “Sick, Sick, Sick”, poi concede ai fan una deviazione meno scontata con “The Fun Machine Took a Shit and Died”, recuperata come una deviazione irregolare dentro una scaletta pensata per funzionare senza tempi morti o convenevoli. “Paper Machete” porta dentro il presente di “In Times New Roman…”, mentre “My God Is the Sun” anticipa la parte finale più prevedibile. “Little Sister” apre il campo ai grandi cori, prima delle hit “No One Knows” e “A Song for the Dead”, che chiudono il set lasciando l’impressione di una band che non deve dimostrare più nulla, ma merita situazioni con un pubblico più attento e consapevole.
System of a Down, in un turbinio di urgenza
Quando arrivano i System of a Down, l’attesa è già diventata qualcosa di fisico. Alle 21 e poco più, La Maura è già un corpo unico che intona cori, spinge e si muove, aspettando il momento in cui le luci si abbassano e il ritorno della band in Italia smette di essere una promessa rimandata per anni. I convenevoli sono minimi, ma bastano pochi gesti e poche parole per far capire che Serj Tankian, Daron Malakian, Shavo Odadjian e John Dolmayan non sono qui per celebrare soltanto il passato. Sono qui per mostrare quanto quel passato continui a parlare del presente.
Dopo l'introduzione, “B.Y.O.B.” fa esplodere subito tutto. Non c’è progressione cauta o riscaldamento. Il pubblico entra immediatamente dentro la grammatica spezzata dei System of a Down, fatta di accelerazioni improvvise, ritornelli urlati come slogan, cambi di tempo, ironia feroce e rabbia politica. “Suite-Pee”, “Chic ’N’ Stu” e “Prison Song” confermano quanto il repertorio della band sia ancora vivo perché costruito su contrasti che non si sono normalizzati. Il grottesco e il tragico convivono nella stessa frase musicale, la caricatura diventa denuncia, il nonsense apparente lascia emergere un ordine durissimo.
Sul palco Daron Malakian è il direttore d’orchestra di tutto lo show, ma anche l’oratore e il motivatore del pubblico: urla, incita, conduce, si prende spazio senza spezzare l’equilibrio della band. Serj Tankian, invece, è il narratore tagliente e il cantante raffinato, più misurato nei movimenti ma ancora impressionante per controllo, timbro e presenza vocale. Accanto a loro, il basso di Shavo Odadjian è una mitragliatrice che tiene insieme groove e aggressione, mentre John Dolmayan alla batteria, con una buffa maglietta con la stampa di Papa Giovanni Paolo II e la data 1978, è una furia precisa, capace di rendere ogni passaggio più secco e più compatto.
La prima parte del concerto procede come una scarica continua. “Violent Pornography” mantiene quella componente teatrale e disturbante che i System of a Down hanno sempre maneggiato senza addomesticarla, mentre “Aerials” apre uno dei primi momenti davvero corali della serata, con le voci del pubblico a riempire lo spazio e a trasformare una canzone già enorme in una sospensione collettiva. “I-E-A-I-A-I-O” riporta tutto sul terreno del parossismo, poi “Darts” e “Genocidal Humanoidz” ricordano che l’attivismo della band non appartiene solo ai dischi storici. L’ultimo inedito pubblicato dai SOAD, uscito nel novembre 2020 insieme a “Protect the Land”, entra nella scaletta come un ponte tra memoria armena, conflitti recenti e una scrittura che continua a usare la violenza del suono come forma di allarme.
Il concerto prosegue senza concedere tregue. “Needles”, “Deer Dance”, “Radio/Video” e “Dreaming” mostrano le diverse anime del gruppo, dalla frenesia più scomposta alla melodia obliqua, dal gioco quasi circense alla tensione politica. “Hypnotize” e “ATWA” portano in superficie il lato più malinconico e sospeso dei System of a Down, senza mai perdere quella sensazione di instabilità che rende le loro canzoni ancora così riconoscibili. “Bounce” e “Suggestions” rimettono il pubblico in movimento, tra pogo, circle pit e cori che non aspettano nemmeno l’invito della band per partire.
Il cuore emotivo della seconda parte arriva con “Chop Suey!”, inevitabile e ancora travolgente, cantata come se non fosse mai uscita davvero dal presente. Subito dopo, “Lonely Day” cambia temperatura e trasforma La Maura in una distesa di voci e telefoni accesi, prima che “Lost in Hollywood” apra uno dei momenti più intensi del set, con le braccia alzate e un senso di malinconia condivisa che per qualche minuto prende il posto della furia. I System of a Down sanno ancora passare dalla caricatura alla ferita senza dover preparare il terreno. Prima di “Tentative”, Malakian porta il discorso nel presente più esplicito e dedica il brano ai bambini di Gaza e del Libano. “Shame on you, Netanyahu!”, “Vergognati, Netanyahu!”, grida il chitarrista dal palco. Non serve molto altro: il messaggio dei System of a Down è chiaro e resta cristallizzato in canzoni che anno dopo anno sembrano più precise, non meno. La musica fa il resto, come accade anche con “Spiders” e “Forest”, dove la tensione si fa più cupa e meno frontale, prima di tornare a mordere con “DAM” e “War?”.
Il finale è una celebrazione senza diventare nostalgia. “Toxicity”, che quest’anno compie venticinque anni insieme all’album che porta il suo nome, esplode come uno dei momenti più attesi della serata e conferma quanto quel disco continui a essere una lingua comune per generazioni diverse di ascoltatori, che in una sera si ritrovano insieme. “Sugar” chiude il concerto con la stessa ferocia scomposta con cui tutto era cominciato, mentre la band saluta un pubblico che avrebbe voluto ancora altro, ma che sa di avere assistito a un ritorno all’altezza dell’attesa.
System of a Down - Milano, 6 luglio 2026: scaletta
Soldier Side - Intro
B.Y.O.B.
Suite-Pee
Chic 'N' Stu
Prison Song
Violent Pornography
Aerials
I-E-A-I-A-I-O
Darts
Genocidal Humanoidz
Needles
Deer Dance
Radio/Video
Dreaming
Hypnotize
ATWA
Bounce
Suggestions
Psycho
Chop Suey!
Lonely Day
Lost in Hollywood
Tentative
Spiders
Forest
DAM
War?
Toxicity
Sugar
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