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Si sentiva la mancanza dei Biffy Clyro, insostituibile anomalia

12.02.2026 Scritto da Umberto Scaramozzino

L’Italia riabbraccia i Biffy Clyro in un Alcatraz sold out, dopo circa tre anni e mezzo dall'ultima apparizione. Sarà che prima della pandemia eravamo abituati a vederli quasi ogni anno da queste parti, tra festival, tour indoor e concerti acustici, ma sembra percezione diffusa che manchino da un’era geologica e questo concerto arriva a dissetare tanti fan disidratati, desiderosi di ritrovare il repertorio di sempre, ma anche di scoprire come suona dal vivo “Futique”, decimo album in studio della band scozzese.

Purtroppo il ritorno dei Biffy è segnato da una mancanza pesantissima. James Johnston, bassista e uno dei tre pilastri della band, ha infatti dovuto rinunciare all’intero Futique Tour a causa di seri problemi di salute mentale. A sostituirlo più che dignitosamente e con grande cuore c’è Naomi MacLeod, che non solo è una musicista eccellente, ma era anche già parte del Biffy-verse, in quanto bassista del progetto metal di Simon Neil: gli Empire State Bastards. Neomi ha potuto vivere l’esperienza in studio e in tour non solo con Simon stesso, ma anche con Mike Vennart - più che un fedelissimo turnista, un membro ad honorem dei Biffy da tempo immemore. “E non riesco a pensare a una persona migliore per il lavoro”, scrisse James stesso ai tempi del triste annuncio. Insomma, era la scelta più logica ed emotivamente la più giusta da fare per impedire all’intero tour di saltare.

Inutile dire che la mancanza di James dal vivo si sente. Dopo quasi trent’anni di concerti questa è la prima volta che i fan della band scozzese devono fare a meno di lui e della sua incomparabile energia, e per quanto Neomi sia bravissima e tecnicamente impeccabile, lo sguardo ogni tanto si perde alla ricerca dei capelli rossi del più vitale dei gemelli Johnston. Anche sui cori, grande marchio di fabbrica dei Biffy, non vedere il buon James cantare a squarciagola con le sue iconiche pose è un discreto tuffo al cuore per chi li segue da ormai un quarto di secolo.

A compensare ci pensa Simon Neil. Non che il frontman dei Biffy sia solito trattenersi, anzi: di norma già al secondo brano gronda sudore e la sua invidiabile capigliatura diventa il soggetto perfetto di un quadro espressionista, mentre percuote la sua Stratocaster logora. Ma in questo tour sa di dover colmare un vuoto, di dover permettere al collega, amico, fratello acquisito, di pensare alla sua salute senza preoccupazioni. Il trio composto da Simon e dai gemelli Johnston ha sempre dato sfoggio di una grande capacità di aver cura reciproca, di coprirsi le spalle a vicenda e ha fatto di questa sinergia il principale punto di forza di una carriera così solida.

Simon si prende sulle spalle l’intera band che in sede live ormai da tempo non è più un power trio, ma un collettivo di sette elementi sempre più potente, grazie anche all’ormai consolidato innesto dei due archi. Nonostante vocalmente stia iniziando ad accusare la stanchezza dovuta a un tour serratissimo, la fiamma di Simon è più viva che mai. E dato che il suo modo un po’ sporco di cantare - con parole storpiate, urla e versi incontrollati - è da sempre un tassello irrinunciabile dello show, le imprecisioni non sono macchie sulla performance, ma diventano il filo dorato del kintsugi.

Senza sorprese, a dominare la scaletta è il nuovo “Futique”, forse il disco accolto più tiepidamente in fase di lancio dei primi singoli. C’è voluto qualche momento in più e una fiducia che la granitica fanbase dei Biffy non nega mai, ma poi l’album è riuscito a mostrarsi in tutta la sua bellezza e solidità all’uscita ufficiale, con tanto di ennesimo numero uno in classifica UK che mancava da qualche release. “True Believer” resta inspiegabilmente esclusa dal tour, forse per motivi legati all’assenza di James. Poco male, perché tutti gli altri nuovi brani funzionano egregiamente, in particolar modo “Two People in Love”, gloriosa nel suo crescendo finale e sostenuta da un pubblico come sempre partecipativo.

Il resto della scaletta, assolutamente generosa nei suoi ventitré brani per un’ora e tre quarti di concerto, tralascia purtroppo interamente la prima trilogia. Questo scontenta inevitabilmente molte persone, soprattutto fan di vecchia data, ma è anche un grande indice della longevità del progetto e della qualità della discografia dei Biffy, che dopo dieci album e innumerevoli uscite aggiuntive tra b-sides e colonne sonore fa perdere il conto dei pezzi irrinunciabili. Hit dopo hit, da “Mountains” a “Many of Horror”, passando per “Machines”, “Space” e “Black Chandelier”, anche chi piange l’assenza di Justboy o Glitter and Trauma torna a casa col cuore colmo e le corde vocali provate.

I Biffy sono una delle band più versatili dal vivo: passano da show da headliner in parchi da 50mila persone (nel Regno Unito, si intende) ai club di piccole dimensioni (soprattutto negli Stati Uniti, dove ancora faticano a trovare la dimensione che meriterebbero) con gran disinvoltura. Aderiscono bene sia alle folle dispersive che agli stanzoni compatti, spaziando dalle ballate con le torce accese alle sfuriate con crowd surfing e mosh pit. Possono essere headliner di grandi festival o suonare show acustici in venue intime, ma la connessione con il proprio pubblico non cambia.

I Biffy Clyro continuano, imperterriti, a essere un’anomalia. L’eccezione che conferma così tante regole da rendere necessaria l'istituzione di un’altra regola, creata apposta per loro. Non importa quante volte li si vede dal vivo, in quali condizioni o con quali compromessi: sarà sempre un’esperienza insostituibile.


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