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Shiva e il suo “Vangelo”: il vero Giuda è l’ascoltatore medio

13.04.2026 Scritto da Claudio Cabona

Il nuovo disco di Shiva, “Vangelo”, ha polarizzato il pubblico, soprattutto gli ascoltatori medi del rap italiano e una parte dei suoi fan, lasciando molti spiazzati davanti a una direzione che, semplicemente, non si aspettavano. Produzioni diverse, approccio diverso, scrittura che prova a uscire da certi binari. E allora la domanda è diventata subito quella sbagliata: “Ma questo è davvero Shiva?”. La risposta è sì. Solo che è uno Shiva che in parte cambia pelle. Se si tolgono di mezzo le aspettative e le analisi spesso sterili, “Vangelo” resta quello che è: il disco di un ragazzo di 26 anni che prova a fare qualcosa di nuovo, senza perdere tratti identitari. E già questo, nel panorama attuale, è un punto a favore. Sul fronte tematico si è discusso molto: il titolo richiama un immaginario preciso, ma i riferimenti diretti al Vangelo sono pochi. Un’accusa già vista, come quando Tedua venne criticato per “La Divina Commedia”. Ma chi ha deciso che un disco debba seguire pedissequamente il suo titolo? Shiva lo dice subito: sta scrivendo il “suo” Vangelo e gioca sul fatto di non aver letto l’originale, in pieno stile beffardo e rap. Sta realizzando il “suo” testo sacro. E lo fa costruendo un linguaggio personale, più interiore che didascalico.

Gran parte del merito sta nelle produzioni di Drillionaire, che qui guarda apertamente a Timbaland. Non è solo ispirazione: in certi momenti è proprio un tributo. Il risultato? Tappeti sonori nuovi per Shiva, più stratificati, più dinamici, lontani da certe soluzioni più immediate del passato. A questo giro criticare Drillionaire (talvolta è stato fatto anche qui come quando ha pubblicato il suo superfluo producer album) lascia il tempo che trova: la maggior parte della musica di oggi è derivativa, ma qui è fatta bene e utile al racconto. Dentro questi suoni, il rapper di Corsico si muove in equilibrio tra ego e fragilità. Tracce come “V per Vangelo”, “Peccati” e soprattutto “Dio esiste”, quasi sette minuti, aprono scenari. Confessioni, dialoghi con Dio, momenti in cui il personaggio lascia spazio alla persona. E lo stesso vale per pezzi come “Spie”, “Risorgere”, “Coscienza” e “Bacio di Giuda” con Tiziano Ferro, dove il racconto va oltre il gangsta rap e prova a toccare qualcosa di più alto o più profondo. Si crea così una dimensione personale, quasi spirituale, in cui Shiva rilegge se stesso.

Ed è paradossale che proprio questo venga criticato: si chiede ai rapper di raccontarsi davvero, poi quando lo fanno si storce il naso. Anche i featuring sono finiti sotto osservazione: Anna, Geolier, Kid Yugi, la sorpresa Tiziano Ferro, Lazza e Sfera Ebbasta. C’è sicuramente una logica di rap game, anche legata agli streaming. Ma sono scelte coerenti con il suo percorso. Non corpi estranei: tasselli. E poi c’è il lato più crudo: i guai giudiziari, le cadute, la paranoia, il peso delle scelte. Tutto entra nel disco senza filtro, fino ad arrivare a “Coscienza”, una chiusura a fuoco dove Shiva parla di famiglia, di suo figlio, di errori, di passato. È uno dei momenti più veri del progetto. Alla fine, “Vangelo” non è un disco perfetto. Ma è un disco pieno di luce. Se c’è un Giuda, qui è l’ascoltatore medio del rap italiano. Quello che non accetta il cambiamento, che pretende coerenza solo quando è comoda, che chiede evoluzione, ma poi la rifiuta. Shiva non ha rinnegato il suo immaginario. Ha cercato di elevarlo


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