Provare a confinare Serena Brancale sotto l'etichetta di un genere, sarebbe come provare a contenere il mare di Bari in un bicchiere d’acqua. Brancale è una funambola che cammina con disinvoltura tra jazz, soul, musica popolare e pop.
Lo dimostra con "Sacro", il nuovo disco che unisce tutte le sue anime, dai grandi successi (“Serenata”, “Anema e Core”, “Baccalà”) al sanremese "Qui con me", l'intima dedica alla madre. È un manifesto, un viaggio viscerale dove la preghiera incontra il groove, e dove il dialetto diventa una lingua universale.
Il nuovo disco arriva dopo riconoscimenti importanti, come il Premio sala stampa Lucio Dalla e il Premio Lunezia per il valore musical-letterario. Che effetto ti fanno?
Sono tanto, tanto felice di averli ricevuti, perché sono dei premi importanti. Soprattutto quello della sala stampa Lucio Dalla, è stato meraviglioso riceverlo, perché non ero pronta a questa bellezza. Non me lo immaginavo, quindi è stato bello (svegliarmi presto la mattina un po' meno). Però stare con i ragazzi sul podio, con Fulminacci che ha ricevuto un altro premio bellissimo. È stato bello quella mattina, perché ho sentito che in qualche modo ho vinto una paura e ho vinto dei premi bellissimi. Alla fine quello che volevo portare sul palco era questo: sconfiggere la paura di raccontarmi come persona. Ce l'ho fatta.
“Sacro” non è una parola che si sente spesso, al giorno d'oggi.
Mi piaceva “sacro” nel suono, perché è una parola piccola che rappresenta esattamente quello che per me è questo momento: la mia famiglia, l'attaccamento alle radici, il folklore che racconto da “Baccalà” al mio paese, il rapporto che ho con la mia famiglia e la dedica a mia madre. Non potevo utilizzare un nome diverso da qualcosa di sacro, luminoso.
È un disco che è sia sacro, sia profano.
Il sacro c'è in “Maria”, che è la prima traccia che dedico a mia madre, perché adorava ballarla. Volevo cominciare con la festa, perché il sacro ha uno spunto di riflessione, un momento nostalgico che è “Qui con me”; il resto è tutto una festa, è tutto ballo. Mi auguro che possa essere ascoltato in macchina e ballato, in macchina, a una festa, in bagno, dove solitamente si ascolta un disco. È sacra anche “Bariamore”, che è una lettera che dedico alla mia città - e, tra l'altro, è anche l'unico brano non arrangiato, lasciato così com’è stato creato, con la chitarra e le voci, a casa mia. Non siamo andati in studio a registrarlo. Sono sacri gli ospiti, è sacra la voce di Omara Portuondo, che ha 95 anni; è sacro Gregory Porter, perché è il mio mito e ancora non ci credo che faccia parte del mio quarto album; tutti i miei amici, da Alessandra (Amoroso, ndr), a Delia, a Claudia (Levante), a Sayf. È sacra anche la componente del dialetto, l'aver lavorato sul folklore. Ma è anche molto carnale, molto passionale, perché c'è “Gitana”, c'è “Fuera”, che parla di un amore a distanza. C'è sempre la componente del corpo. C'è “Magic Puglia”, c'è “Capatosta”, che sono brani molto più ballabili.
Sei una capatosta?
Sì. Assai.
“Magic Puglia”, “Bariamore”. Che immagine vuoi dare del tuo Sud con questo disco?
Un'immagine felice, una festa patronale, quelle immagini belle che trovi al Sud e che ti fanno stare serena. Quella vita lenta che a chi fa musica manca.
È una festa perché abbiamo bisogno di leggerezza?
Abbiamo bisogno di leggerezza. È quello che ho scoperto in questi ultimi anni, perché vivevo la musica in maniera un po' troppo impegnata e seriosa. Invece questo è proprio l'album della leggerezza, dove ho trovato finalmente la chiave tra l'armonia jazz che mi piace, e il sacro, ma c'è anche la leggerezza dei testi che ti strappa un sorriso da quello che racconto in “La zia” alla ricetta del baccalà. È tutto così leggero, ma non è superficiale: è soltanto una combo che piano piano ho creato negli anni, cercando di mettere in evidenza l'amore per l'armonia, per la musica fatta con competenza, ma anche per la leggerezza di un testo che ti può far sorridere.
Rispetto ai tuoi lavori precedenti, in che modo “Sacro” sposta i confini della tua ricerca tra R&B, jazz e musica popolare?
Mi è sempre piaciuto spaziare e anche questo è sacro, questo modo un po' zingaro, un po' melting pot di utilizzare qualsiasi genere musicale, per esempio unendo la voce di Gregory Porter a quella di Sayf. Oppure in un reggaeton dialettale dove racconto le donne, come sono testarde, in “Capatosta”, il fatto di inserire Alborosie in una traccia del genere. Sono sempre molto zingara nell'accumulare i generi con il rischio di fare qualcosa di diverso, di pazzo. Anche questo è sacro. Fa parte della leggerezza, e di un modo jazz di vivere la musica, dando spazio all'improvvisazione.
Ti dico quattro nomi di quattro ospiti del disco e tu mi dici in un flash che cosa rappresentano per te.
Bellissimo. Vai.
Sayf.
Conosciuto all'Arena di Verona l'anno scorso, simpaticissimo, affettuosissimo. È un amico, un amico del bar.
Gregory Porter.
È nelle mie playlist, è uno dei miei cantanti preferiti al mondo.
Levante.
Sono fan da sempre, da “Alfonso”, della sua musica, della sua voce e del suo stile.
Richard Bona.
È un pilastro, uno spirito guida, un musicista che mi ha insegnato tanto, anche a saper approcciarmi alla musica, non soltanto alle note. Una guida spirituale per me negli ultimi anni.
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