Se Anime salve venisse caricato stanotte sulle piattaforme di streaming, senza preavviso e senza il peso monumentale del nome di Fabrizio De André, verrebbe probabilmente scartato al primo passaggio dagli algoritmi di raccomandazione. In un presente dominato dall'urgenza dell'intrattenimento, dalla soglia dell'attenzione ridotta a una manciata di secondi e dall'obbligo sociale della visibilità a tutti i costi, il testamento artistico del cantautore genovese risulterebbe un oggetto alieno, quasi ostile. Perché ci direbbe esattamente ciò che non vogliamo sentirci dire. Eppure, a trent'anni esatti dalla sua genesi, la sua urgenza culturale e umana sarebbe oggi persino superiore a quella del 19 settembre 1996.
Per comprendere Anime salve oggi, dovremmo fare i conti con un concetto che abbiamo sistematicamente disimparato: il valore della solitudine. Il titolo stesso, che gioca sull'etimologia latina di "spiriti solitari", è un elogio a chi sceglie di esistere lontano dal clamore. Abituati alla connessione perenne, spaventati dall'isolamento come uno stigma sociale, respingeremmo subito i pezzi di De André e di Ivano Fossati che — al contrario — ci parlano della solitudine come di uno spazio di lucidità e di rivendicazione, un baluardo contro il pensiero egemone.
Prinçesa non troverebbe spazio nell'arena del dibattito contemporaneo, che in trent'anni si è solo saturata di polarizzazioni feroci sull'identità di genere. Mentre oggi combattiamo urlando in talk show affollati, De André preferiva la tenerezza. Nessuna bandiera da sventolare o da stracciare: solo il racconto puro e sincero di quel desiderio, del bisogno di far coincidere la propria anima con la propria pelle. Lo capiremmo? Forse sì, ma ci costringerebbe ad abbassare le armi della retorica per ricordarci che dietro ogni dibattito c'è la carne viva delle persone.
Lo stesso accadrebbe con Khorakhané (A forza di essere vento) e il tema delle minoranze, o con Le acciughe fanno il pallone, metafora neanche troppo velata di chi fatica a emergere nel mare grande della società. In un mondo che vive di successi ostentati, De André continuerebbe a cantare gli ultimi senza l'insopportabile paternalismo o il pietismo performativo che spesso affliggono la narrazione odierna. I suoi emarginati non chiedono di essere salvati dalla compassione digitale: mantengono una dignità fiera e un distacco umano dalle miserie del potere.
E poi c'è il testamento nel testamento, Smisurata preghiera. Se nel 1996 la "maggioranza che sta come una malattia" era piegata all'omologazione televisiva, oggi quella stessa maggioranza ha i contorni ben più fluidi e pervasivi dell'algoritmo, delle bolle social, del consenso misurato in metriche di gradimento. La preghiera per chi "viaggia in direzione ostinata e contraria" sarebbe oggi un inno dedicato a chi rifiuta di monetizzare la propria esistenza, a chi sceglie la lentezza, a chi si ostina a sottrarsi al rumore di fondo.
Musicalmente, poi, il disco pretenderebbe da noi un altro atto di fede. Le orchestrazioni mediterranee, i ritmi sudamericani, l'uso di dialetti e lingue "minoritarie", l'assenza di ritornelli prefabbricati per i video brevi da TikTok: tutto in Anime salve richiede tempo e ascolto attivo. Non un prodotto da consumare in sottofondo, ma una stanza in cui bisogna avere il coraggio di entrare, chiudendosi la porta alle spalle.
Il peso specifico di Anime salve si amplifica ulteriormente se consideriamo che è l'ultimo album in studio di De André, pubblicato appena tre anni prima della sua scomparsa. Non lo si può considerare un epilogo casuale, deciso dal destino: è a tutti gli effetti il testamento ideale di Faber, il punto di arrivo di un’intera parabola umana e artistica. In questo disco, complice la collaborazione profonda con Fossati (e con musicisti di livello altissimo), De André condensa tutte le anime che hanno attraversato la sua discografia — gli emarginati, i nomadi, la critica feroce alle convenzioni e l’elogio della disobbedienza — spogliandole però del sarcasmo più tagliente dei decenni passati, per ammantarle di una compassione matura, quasi trascendente.
È l'opera di un artista che, consapevole o meno di essere alla fine del viaggio, tira le somme della sua poetica: non c'è più solo la denuncia, c'è un'assoluzione laica e definitiva. Con Anime salve Fabrizio De André, prima di congedarsi, ci ha indicato la rotta per resistere all'assuefazione e restare umani. Ma noi ci siamo persi.
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