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Satantango: "La speranza è la provincia"

04.12.2025 Scritto da Adelia Brigo

Si può tradurre in immagini il disco d'esordio dei Satantango. I campi, il fango, la strada sterrata che li attraversa, la nebbia, la sala semivuota di un cinema di provincia la domenica pomeriggio. Una centrale elettrica non più in uso, immagine che torna a rappresentare una metafora ben precisa, la stessa che raccontò Vasco Brondi più di un decennio fa ("Costellazioni", il suo terzo disco, è del 2011). Un luogo in bilico tra degrado e bellezza, tra immobilismo ed energia, un'ancora di salvezza in un mondo che cambia. «Un luogo sospeso, al quale siamo affezionati. Un luogo che sembrava fermo al dopoguerra. Si trova alla fine della nostra passeggiata. Oggi l'hanno restaurata, quasi ci dispiace».

Desolazione, disillusione, lentezza. Sensazioni e atmosfere che il duo di Cremona ha tradotto nel suo primo disco, uscito il 21 novembre, per Dischi Sotterranei e Sony Music Publishing. Una tracklist composta da otto tracce che non lasciano dubbi sull'intento artistico di Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi: realizzare un disco con sonorità tipiche dello shoegaze e dream pop, con incursioni nel prog. Suoni densi, eterei e avvolgenti, che trascinano in una atmosfera sognante, a tratti psichedelica. «Tonnellate di chitarre elettriche, disintegrate, riverberi, basso, batteria, tanti suoni d'ambiente, rumori», raccontano.

Un disco con una produzione homemade, realizzato con un vecchio Mac e una scheda audio di fortuna, testi scritti passeggiando tra i campi del cremonese ma anche osservando il mondo, «come da uno schermo lontano». «Con serena rassegnazione abbiamo preso atto di quello che abbiamo intorno, non ci piangiamo addosso, non offriamo soluzioni, constatiamo quello che c'è». Valentina e Gianmarco parlano intrecciando le voci, li incontriamo ai tavoli di un bar di Milano che, nemmeno a farlo apposta, ha i caloriferi spenti, come volesse ricordarci che stiamo parlando di un disco che ricorda quanto può essere pungente il freddo di provincia.

Satantango, un nome che di santo non ha nulla, attenzione a non aggiungere una n, è stato scelto in omaggio all’omonimo film ungherese del ‘94 di Béla Tarr (dura più di 7 ore) e tratto dal libro del Premio Nobel per la Letteratura László Krasznahorkai, anche sceneggiatore del film. «Un film che racconta il declino di un villaggio sperduto in una terra grigia, solitaria, desolata e fangosa come la nostra. Ricorda i nostri luoghi e per qualche tratto anche le nostre persone». Come si può capire anche dai titoli dei loro brani: "9.11", "Gioventù, amore e rabbia", "Outro", "Permafrost", "Strada Provinciale 6", "Villa Alluvioni", "Sigla", "Cinema Tognazzi". 

Un disco che nasce in provincia e non potrebbe che essere il contrario per immagini, suoni, temi.
«Siamo ad un'ora e mezza di strada da Milano, ma ci rendiamo conto che quando torniamo a casa siamo in un mondo completamente diverso. Vivere in provincia significa guardare le cose da lontano, calibrarle in un modo differente rispetto a chi si trova al centro del caos. Questo, inevitabilmente, si riflette sul nostro modo di scrivere e fare musica. Nel disco parliamo di quello che conosciamo, di quello che abbiamo vissuto e viviamo. I luoghi spesso sono metafore di quello che sente la nostra generazione. È un disco scritto da outsider, lontani da tutto, quasi guardassimo le cose su uno schermo.».

Come è stato lavorare a questo disco realizzato in autoproduzione?
«Cercavamo un suono sporco e fangoso. In questo ci è venuto in aiuto avere una strumentazione molto basica, un vecchio computer e mezzi di fortuna. Questo ci ha messo in condizione di suonare low-fi come volevamo, ma anche di non avere la tentazione della ricerca di suonare patinati, ultra puliti e ultra prodotti. Non sarebbe stato coerente con quello che volevamo fare. Veniamo da un posto fangoso e polveroso, suonare con una produzione all'americana sarebbe stato completamente fuori contesto. Quello che raccontiamo e gli ascolti dai quali veniamo sono molto più scuri, eterei ma anche tangibili. Abbiamo registrato tutto in casa e tutto con un equilibrio sul filo del rasoio».

Come sono nati i testi dell'album?
«Abbiamo scritto prima "9.11", una data che simboleggia l’inizio della caduta, e "Cinema Tognazzi", quello che chiude il disco. Li abbiamo fissati come fossero punti cardinali, nel mezzo sono nati gli altri. Li abbiamo registrati uno alla volta, complessivamente abbiamo lavorato all'album per un anno, nel frattempo abbiamo dovuto imparare anche a produrlo. È un disco che si regge su un equilibrio molto labile, spostando qualcosa crolla tutto ed anche per questo che molti pezzi li abbiamo lasciati il più simile possibile ai provini originali. Quando abbiamo provato ad "aggiustare" le cose abbiamo capito che non funzionavano e lo abbiamo tenuto semplicemente così».

La provincia è desolazione e immobilismo ma spesso sono proprio questi elementi ad accendere una scintilla creativa come ancora di salvezza. Per voi è stato così?
«Sì, assolutamente. Tanti gruppi e artisti che vengono dalla provincia portano qualcosa di nuovo. C'è più fame ed è più facile non omologarsi agli altri, trovare la propria identità lontani dal quel caos che porta inevitabilmente con se la grande città. Si è in qualche modo isolati e questo aiuta a cavartela in qualche modo. Vivere ai margini crea un immaginario e una scintilla sotto quello strato di cenere che sembra coprire tutto. La voglia di dire qualcosa è più facile che arrivi dalla provincia, ce lo hanno insegnato anche grandi cantautori come Guccini, ad esempio, con "Piccole città" ma gli esempi sono tanti».

Questo è il vostro album d'esordio, come nasce questo duo?
«Ci conosciamo da quando eravamo bambini, ci conosciamo tutti in un paese piccolo come il nostro, entrambi abbiamo da sempre amato la musica e suonato. Abbiamo alle spalle altre esperienze nella musica con altre formazione e gusti musicali e cinematografici simili, da lì è nato questo progetto. Abbiamo capito che potevamo fare qualcosa di nostro con una direzione ben precisa».

Come si esce da Cremona e si arriva ai palchi?
«Siamo stati fortunati. Abbiamo scritto su Facebook a Roberto Trinci di Sony Music, non avevamo un contatto diretto, ci abbiamo provato. Abbiamo sempre seguito il suo lavoro, è stato l'editore di tutto quello che ci piace uscito in Italia, Baustelle, Zen Circus, Subsonica, Le luci della centrale elettrica, Cosmo, Andra Laszlo De Simone. Ci ha risposto e ci ha anche aiutato anche ad indirizzare il progetto. Poi abbiamo iniziato a scrivere alle etichette, è piaciuto a Dischi Sotterranei e da lì si sono allineate le cose».

Cosa vi aspettate ora?
«Non siamo sicuri di avere delle vere aspettative, siamo talmente all'inizio di tutto. Ci piacerebbe sapere che il nostro disco viene compreso nel giusto contesto. Vorremmo che le persone potessero rivedersi in ciò che diciamo, trovare un legame con le nostre parole e con la musica. Se guardiamo al futuro, siamo consapevoli che ogni progetto evolve, ma speriamo che ogni nuova creazione nasca dalla necessità autentica di dire qualcosa di vero, senza mai perdere di vista l’esigenza di comunicare quello che di più autentico possiamo dare in quel momento».

C'è spazio per il vostro genere musicale in Italia secondo voi?
«Penso che ci sia sicuramente spazio per il nostro genere in Italia. Esiste un sottobosco musicale che ha voglia di farsi sentire, di avere il suo spazio e di raggiungere un pubblico più ampio, meno legato ai circuiti mainstream. Parlando anche da ascoltatori, sentiamo la necessità di scoprire nuovi punti di riferimento musicali. Un pubblico c'è, ed è curioso di ascoltare cose diverse. Prendiamo ad esempio Vasco Brondi: 15 anni fa ha trovato il suo pubblico e dimostra che c'è un interesse per un tipo di musica. La musica che si trova tra l'underground e il pop ha una sua forza, e c'è una nicchia che ne ha bisogno.»

Le tematiche del disco sono una fotografia della vostra generazione, tra illusione e disillusione, tra incomprensione generazionale e desolazione. 
«Siamo una generazione cresciuta negli anni Novanta, abbiamo vissuto il mito del progresso e della realizzazione personale, solo per trovarsi di fronte a una società che non offre certezze. Pensiamo all'11 settembre (la prima canzone dell'album è 9.11), che ha segnato una vulnerabilità per tutti, non solo dal punto di vista politico, ma anche economico e sociale. Siamo cresciuti con l'idea che tutto fosse possibile, ma ci siamo ritrovati illusi, con la sensazione che, alla fine, non ci sia nulla.»

Nel disco c'è un continuo rimando al cinema, nei titoli ("Gioventù, amore, rabbia" o "Cinema Tognazzi") e nei brani, dove si sente il rumore di una vecchia macchina da proiezione, ad esempio. Come mai questa connessione?
«È stato spontaneo per noi creare un'atmosfera cinematografica nei brani, con un tocco onirico. Questa connessione con il cinema l'abbiamo sempre avuta, e quindi è venuto naturale integrarla nei testi e nella musica. Ogni brano è stato pensato come una sorta di paesaggio sonoro, un'immagine musicale che si sviluppa. La musica, per noi, rimanda sempre a delle immagini, e questo legame è stato alla base della creazione del nostro immaginario musicale».

C'è speranza per la provincia?
«La speranza è la provincia».

 


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