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La Musica Classica dei Rolling Stones

10.07.2026 Scritto da Giampiero Di Carlo

“Foreign Tongues” è il nuovo album dei Rolling Stones,  per Capitol Records. È composto da 14 tracce e succede a “Hackney Diamonds”, che nel 2023 aveva segnato il ritorno della band con un disco di inediti dopo diciotto anni. È stato anticipato da un discreto battage promozionale e da un meno discreto name dropping: Paul McCartney (again), Robert Smith, Steve Winwood; poi un recupero dell’indimenticabile Charlie Watts; e anche Amy Winehouse e Chuck Berry, presenti in due cover. La produzione è stata riaffidata ad Andrew Watt.
La pagina ufficiale dei Rolling Stones aveva preannunciato l’album come “radicato nel blues, nel country, nel rock e nella scrittura classica della band”. Una narrazione che ha voluto porre l’accento su un disco ancora vitale, non puramente celebrativo: i media si sono accodati e, più o meno, ne hanno scritto adottandola come linea guida. Ne ho letto in modo esaustivo. Ho visto i contributi in video della band con Conan O’Brien a New York. E poi, finalmente, ho ascoltato l’album. 

Chitarre

Definire “Foreign Tongues” un disco in continuità con il precedente, pur senza volerne essere una semplice replica, è solo una parziale verità. Sentirlo chiamare “un disco della conferma”, invece, mi ha fatto ridere molto: hanno superato gli 80, cosa dovrebbero confermare di preciso? 
“Hackney Diamonds” aveva sorpreso molto più di quanto potrebbe mai fare “Foreign Tongues”, perché è stato sia un clamoroso ritorno, sia la prova che la band sa ancora produrre un album di inediti molto credibile. 
Come là, anche qui le radici si avvertono, però vengono tenute bene al loro posto: un po’ più sotto traccia, spesso coperte da qualche strato di produzione. 
È reale, invece, il recupero di una dimensione più guitar-centric. Non può che essere un bene, dato che mai nella storia del rock degli ultimi 50 anni due chitarre sono state e restate magicamente fuse e elegantemente semplici come quelle di Keith e Ronnie, con buona pace dei precedenti compari di Keef - Brian Jones, polistrumentista geniale e artista dannato; Mick Taylor, un maestro assoluto che ha lasciato un’impronta fondamentale su due dei quattro migliori album della band. 
In diversi punti dell’album queste chitarre in forte evidenza ci riportano a quella forma di scrittura stonesiana che ci ha accompagnato dalla metà degli anni Settanta fino ai Novanta, tra qualche picco e molta stabilità. Per la lettrice e il lettore profani: sono stati decenni in cui per la band sono prevalsi pezzi ad elevata velocità.

Produzione

Per essere un album che apprezzo molto, “Foreign Tongues” esce con una produzione sulla quale ho forti riserve. Sono uno di quelli ai quali piacerebbe non sentirla, la produzione. Preferirei non accorgermene, non farci caso. Come quando Ernest Hemingway o Elmore Leonard scompaiono totalmente dietro i loro personaggi e le loro storie. Magari il mio è un pregiudizio acuito da quella narrazione pre-uscita. Mi sono fatto l’idea che quel racconto reso ai media da Andrew Watt – quella descrizione di un disco che suona ‘jammy’ e grezzo - debba essere nato da una sensazione autentica e genuina per lui, qualcosa che deve avere effettivamente avvertito in studio. Ma se lui la ricorda io, che purtroppo non c’ero, ascoltando l’album la colgo molto meno. Semmai trovo la sua mano un po’ pesante, la sua presenza eccessiva. Non al punto da sbilanciare il buon giudizio sul disco, però abbastanza per notare che non è questo il modo in cui l’energia e la spontaneità della più grande rock band di ogni tempo dovrebbe essere confezionata. Se è vero come è vero che buona parte dell’album è stata registrata in un solo mese in presa diretta, allora il disco non riesce a rendere quella dinamica di gruppo rapida e urgente che il fan si aspetterebbe. 

Watt è un produttore americano molto più giovane dei tre Stones rimasti. È resciuto tra pop, rock e hard rock contemporaneo. Prima aveva lavorato con nomi come Post Malone, Ozzy Osbourne, Iggy Pop; poi con Lady Gaga e Pearl Jam. Il suo profilo ibrido e non da purista del classic rock non è un difetto, anzi: credo che possa essere un pregio. Però, mentre su “Hackney Diamonds” aveva contribuito a riportare gli Stones a un formato di canzoni molto diretto dopo diciotto anni senza album di inediti (nonostante qualche patina superflua pure là), su “Foreign Tongues” l’obiettivo di fare emergere l’immediatezza della performance viene centrato solo in minima parte. Perché non c’è bisogno di lavorare sull’immediatezza degli Stones: sono un gruppo “scrappy” per definizione. E non occorre lavorare sul suono: puoi solo peggiorarlo, devi solo preservarlo.
Produrre gli Stones deve essere complesso. Ma è una responsabilità. Il benchmark è Jimmy Miller, alla consolle durante il loro apogeo. Asticella molto in alto. Sotto la sua regia, anche quando l’eroina prendeva il sopravvento, quel mix di blues e country, quel suono sporco, elastico, americano, sono diventati il marchio definitivo della band. Che pochi anni prima – che allora sembravano un’era geologica - aveva cominciato con Andrew Loog Oldham, di fatto un produttore-manager più giovane di ragazzi giovanissimi e inesperti,. E che pochi anni dopo si sarebbe stabilizzata per diversi dischi con Don Was. Col senno di poi, ritengo meno impattanti Chris Kimsey e Steve Lillywhite, mentre ritengo molto impattanti i Glimmer Twins, a.k.a. Jagger & Richards – mica male la loro gestione di “Some Girls”, “Emotional Rescue” e dell’allora ritenuto “tardo capolavoro” “Tattoo You”. Ecco: Mr. Wotman (vero cognome del newyorkese Andrew) per me si colloca piuttosto in basso in questa lista. Anzi, in proposito avrei anche una pazza idea.

L’età e la Musica Classica

Come il suo predecessore, “Foreign Tongues” è vibrante, impregnato di blues senza restarne prigioniero, un segno che la presenza degli Stones non coincide più soltanto con la memoria del passato nonostante la loro età conti ormai moltissimo, perché è diventata parte della materia espressiva. Non è più né un limite, né un’attenuante, né un dato biografico da citare con stupore ogni volta che Jagger attraversa un palco da una parte all’altra o che realizziamo che Keith è ancora vivo. 
Da almeno un ventennio i Rolling Stones sono una formidabile stadium band dotata del miglior jukebox proprietario del pianeta e, con ogni performance dal vivo, ci hanno abituati alla leggerezza di chi ha da tempo assorbito il peso della storia e non deve né reinventare il rock, né salvarlo, né certificare la propria grandezza. 
Se la scena si sposta dallo stadio allo studio, tuttavia, oggi agli Stones è richiesto di alzare il livello. E lo fanno: suonano dentro una lingua che hanno contribuito a codificare e che ormai appartiene alla tradizione. La loro è diventata Musica Classica nello stesso modo in cui, dopo gli anni Settanta, lo stava diventando quel blues che avevano amato, saccheggiato, studiato e riportato al centro del rock bianco. 
L’età, in “Foreign Tongues”, diventa un fattore più interessante del solito. Jagger appare più disposto a toccare temi come morte, dipendenze, America contemporanea, disincanto, perdita, sopravvivenza. Però… moves like Jagger: resta teatrale, tagliente, ancora scandalosamente vocale. Evita la trappola della solennità testamentaria, canta con una forza che non suona come la negazione dell’età, ma che spiega come l’età possa essere piegata al mestiere, all’istinto, alla disciplina animale del performer. Un musicista è destinato a diventare meno rilevante con l’età, ma anche più bravo. Perché non dovrebbe? Tecnica affinata, cultura ampliata, esperienza accumulata. Un cantante, invece, con l’età fa fatica e regredisce. 
Ma non questo cantante. Brani come “Ringing Hollow”, una ballata politica, o “Side Effects”, legata al tema della dipendenza, funzionano proprio perché non cercano di ringiovanire gli Stones. Li collocano nel presente senza travestirli da contemporanei. Il tempo non viene cancellato: viene usato e la voce porta addosso decenni di storia che non si limita a esibire. 
Mai impeccabili né intatti, gli Stones suonano vivi, presenti e capaci di trasmettere i fondamentali: il tiro, il blues, il riff come forma di pensiero, la canzone come luogo in cui convivono cinismo e desiderio, il rock’n’roll che non è una grammatica ma un modo di stare dentro il ritmo, dentro l’attrito, dentro il corpo.
Da tanto tempo gli Stones, oggi ottuagenari, non hanno più dalla loro parte lo scandalo, la bellezza, la pericolosità giovanile o l’illusione della modernità. E ci mancherebbe pure. Però vantano la continuità di una lingua, la padronanza di un suono, la capacità di far sembrare naturale ciò che naturale non è affatto.

Pazza idea

Certe volte, a un concerto dei Rolling Stones, uno stadio pare trasformarsi in un club, almeno per qualche minuto. È un trucchetto difficile, eppure ogni tanto riescono ancora a portarlo a casa: questione di connessione, emozione, familiarità, ricordo: sensazioni e sentimenti che all’improvviso si fondono e si trasformano in intimità per chi è là con loro, anche se magari a 80 metri dal palco con 50.000 persone tra sé e la band. 
Ma come si potrebbe ripetere il trucchetto in studio? Come far suonare un disco con una spotaneità paragonabile a quella di una jam in un club, invece? 
Uno dei pregi dell’età è potere mostrare cosa resta quando tutto il superfluo viene eliminato. Allora sarebbe interessante che al prossimo episodio aumentasse l’enfasi su atmosfera e fedeltà del suono. Che la riduzione potesse prevalere sulla produzione. C’è un buon amico di Paul McCartney che è noto come produttore ma che, in realtà, è un riduttore. Si chiama Rick Rubin. 


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