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Santamante, un nuovo progetto di Xabier Iriondo (Afterhours)

05.01.2026 Scritto da Alessandro Berselli

Santa e amante è un portmanteau già nel nome. Il nuovo progetto nato durante la pandemia dall’incontro tra il chitarrista Xabier Iriondo e il drumming sperimentale di Gino Sorgente, a cui si sono successivamente aggiunti Paola (Dalai) Micieli alla voce (autrice dei testi) e Davide Andreoni a synth, basso e organo, è un suggestivo patchwork di ossessioni elettroniche e campionamenti, chitarre sature e ripetizioni percussive.

Partiamo dai testi. Confusione interiore, senso di smarrimento, incapacità di trovare coordinate

I testi non nascono per affermare una posizione o spiegare qualcosa, ma per creare uno spazio di forze, di attrazioni e respingimenti, dove le contraddizioni restano aperte. Ci interessa stare dentro la frattura, non ricomporla. Il dualismo è una condizione di partenza, non una tesi: sacro e profano, desiderio e colpa, controllo e abbandono convivono perché convivono in noi. La confusione non è un limite ma una materia viva, un luogo di attraversamento. In questo senso forse racconta il nostro tempo: un’epoca senza coordinate stabili, dove l’identità è porosa e continuamente riscritta. Non indichiamo rotte, semmai proviamo a tradurre in suono lo smarrimento, lasciandolo parlare con la sua voce.

In questo disco ci sono eredità del passato, Üstmamò, Cristina Donà, ma anche presagi della musica a venire?

Non abbiamo mai lavorato pensando ai generi come a dei confini. Quello che arriva dal passato non è una citazione consapevole, ma qualcosa che ci portiamo addosso. Alcune scritture, certi suoni, certe sensibilità fanno parte della nostra memoria emotiva prima ancora che musicale. Allo stesso tempo, elettronica, ripetizione e rumore non sono scelte estetiche, ma necessità narrative. Servono a creare un ambiente, un corpo sonoro in cui la voce possa diventare rito, invocazione, a volte ferita. Artigianato e sperimentazione convivono perché per noi sperimentare significa lavorare sulla materia, sporcarsi le mani, ascoltare cosa succede quando elementi apparentemente incompatibili si toccano.

Il rock ha perso la sua carica eversiva?

Forse il rock ha perso la sua funzione di bandiera, ma non la sua capacità di trasformazione. Oggi l’eversione non passa più dalla forma, ma dal processo, dal modo in cui si abita il suono, dal rifiuto delle scorciatoie, dal tempo dedicato all’ascolto. Ci interessa una musica che dialoghi con altre arti non per nobilitarsi, ma per contaminarsi. Il rock, se ha ancora un senso, è uno spazio di tensione emotiva e fisica, non un genere. Un luogo dove l’errore, il silenzio, l’eccesso possono ancora dire qualcosa di vero.

Suoni ma anche narrazione, storytelling, introspezione?

Santamante nasce dall’idea che suono e parola non siano gerarchici, ma interdipendenti. La musica non accompagna il testo, né il testo spiega la musica, si muovono insieme e a volte si contraddicono. La voce è spesso trattata come uno strumento rituale, non come veicolo di senso univoco. Ci interessa il monologo interiore, ma esposto, vulnerabile, che si incrina. L’estetica è una conseguenza diretta di questa scelta: tutto deve servire a mantenere quella tensione fragile tra controllo e abbandono.

Con un disco così il tour non può essere soltanto un momento promozionale.

Per noi il live non è mai stato un momento successivo. È stato il primo pensiero. La composizione stessa nasce con il palco in mente, con l’idea di un corpo sonoro che deve esistere nello spazio e nel tempo reale. Il concerto non è una replica del disco, ma il luogo in cui i brani cambiano pelle, si dilatano, diventano fisici. Sul palco il progetto si fa corpo, respiro, rischio. Non ci interessa “suonare bene”, ci interessa far succedere qualcosa, anche a costo di perdere equilibrio. Ogni live è un rito temporaneo, irripetibile, in cui chi ascolta non assiste ma partecipa alla stessa tensione.

Santamante è un progetto estemporaneo oppure un work in progress?

Santamante è un progetto nuovo e vivo. Non nasce con una forma definitiva né con una scadenza. È uno spazio che si sta ancora costruendo, e che cambierà insieme a chi lo attraversa. Più che un work in progress, è un processo aperto, che accetta la trasformazione come parte della propria identità. Finché ci sarà una necessità reale di esplorare questo territorio umano, sonoro ed emotivo, Santamante continuerà a muoversi.

 

 

 


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