Sono passati 7 anni da “Afrodite”, l’ultimo album solista pubblicato da Dimartino. Nel mezzo ci sono due album, due Sanremo e un film con Colapesce che lo hanno proiettato in una dimensione decisamente più mainstream. Antonio Dimartino riporta il suo percorso artistico verso una scrittura personale e suggestioni letterarie, da sempre presenti nella sua carriera con “L’improbabile piena dell’Oreto”, il suo quinto album di studio, disponibile da oggi, 8 maggio.
Un lavoro profondamente personale, in cui Dimartino sceglie di non aprirsi a collaborazioni. “Questo disco risente molto della mia individualità e non ci sono collaborazioni perché, quando ci sono, sono frutto di motivi artistici più che discografici. In questo caso c’era la necessità di avere una voce sola, la mia”.“Con Colapesce ci sentiamo tutti i giorni”
Un ritorno alla dimensione solista che restituisce la visione poetica e metafisica dell’autore palermitano. “Vivo molto bene questo ritorno da solista”, racconta. “È un disco che mi piace e che considero importante per la mia carriera perché racconta un periodo, un modo di fare musica, e che si innesta in un percorso iniziato anni fa e mai interrotto. Mi sento molto a mio agio. In questi sette anni sono cambiato come essere umano – aggiunge - sono successe tante cose, molte condivise con Lorenzo (Colapesce). La voce è mutata, ma resta un filo comune nei miei dischi, che sono le intenzioni di scrittura. C’è sempre la voglia di raccontare qualcosa di intimo che possa diventare universale”. Nel frattempo, il legame con Colapesce resta solido, al di là delle letture esterne. “Con Lorenzo, a dispetto di quello che si è detto, ci sentiamo tutti i giorni e lavoriamo insieme. Siamo nati con due progetti separati, poi ci siamo uniti e adesso siamo semplicemente tornati alle nostre strade. L’exploit degli ultimi anni ha portato il pubblico generalista a fraintendere i percorsi solisti, ma chi ci segue da sempre sa che quella con Colapesce è stata una parentesi, per quanto bella. Scrivere con lui è un arricchimento, credo sia reciproco, e non escludiamo delle collaborazioni future”.
Il fiume e il flusso della musica
Al centro del disco resta una domanda sospesa, che attraversa tutte le tracce: siamo ancora capaci di emozionarci davvero? “La mia risposta è sì, ma preferisco lasciare la domanda all’ascoltatore. Questa piena emotiva è improbabile, ma non impossibile. Con il tempo è facile inaridirsi, ma è altrettanto possibile rinascere, rifiorire, lasciare la possibilità alle emozioni di straripare”.
Il singolo “Agua, ¿dónde vas?” è un adattamento musicale di una poesia di Federico García Lorca, che già dà il tono del progetto: il disco, prodotto da Roberto Cammarata, prende forma tra Milano e Palermo in un periodo di trasformazione personale e artistica. Il fiume Oreto diventa il centro simbolico del progetto: una presenza reale e al tempo stesso narrativa, capace di contenere memoria, contraddizioni e possibilità di rinascita. Le canzoni si susseguono senza interruzioni, legate da code strumentali che costruiscono un flusso continuo e chiedono all’ascoltatore tempo e immersione.
“Sicuramente non è un disco che risponde alle logiche di fruizione attuali. Ci tenevo, quasi da un punto di vista politico, a rivendicare una certa lentezza e l’idea che i messaggi di un artista non debbano essere per forza immediati, come uno slogan. È importante capire da dove nascono le idee, come si sviluppano e come possono essere condivise e discusse. Anche le code strumentali rientrano in questa visione: una scrittura controcorrente che, proprio perché si discosta dall’appiattimento generale del suono, può trovare più spazio di ascolto, al di là del fatto che piaccia o meno”.
Questa tensione si riflette anche nella costruzione sonora del disco, che sceglie la sottrazione invece dell’accumulo: pochi elementi, pause, silenzi che diventano parte integrante dell’ascolto. “Se togliere nasce da un’esigenza artistica, allora possiamo dire che è un valore. Le pause nella musica sono fondamentali per assimilare le canzoni e io ho semplicemente seguito questo flusso. Restando nella metafora del fiume, il suo scorrere è difficile da fermare”.Musica e letteratura
Nel disco convivono suggestioni letterarie e immaginari personali: oltre a Lorca, emergono riferimenti a “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, insieme a elementi di folklore familiare come la figura mitologica de “U sugghio”, riprodotta anche nell’artwork realizzato da Igor Scalisi Palminteri. Un intreccio che conferma la canzone come spazio narrativo aperto, capace di accogliere complessità e mistero. “La canzone ha il limite di dover dire tutto in tre minuti e mezzo. Mi ha sempre affascinato la musica che si prende il proprio tempo, che si concede spazio e rivendica autonomia. Mi interessa quando un cantautore segue una visione personale, al di là dello schema strofa-ritornello”.
Live
L’approccio essenziale del disco si riflette anche nella dimensione live: una serie di concerti unplugged in luoghi raccolti e non convenzionali, pensati per riportare al centro l’ascolto.
“È una scelta che rispecchia il disco. Ho assecondato la sua natura, costruita attorno a una chitarra acustica, con un coro di cinque voci femminili guidate da Serena Ganci, gli archi di Alessandro Trabace, una piccola orchestra e incursioni di elettronica organica. Portarlo dal vivo in questa prima fase in forma chitarra e voce mi sembrava ideale, anche per riprendermi uno spazio personale nella performance. Suonare in luoghi particolari aiuta il pubblico a mettersi in ascolto. Nessun sensazionalismo, nessun effetto pirotecnico: solo qualcuno seduto su una sedia che racconta storie. Per me è una piccola rivoluzione”.
“L’improbabile piena dell’Oreto Tour 2026” partirà l’8 maggio dalla Chiesa Valdese di Roma e attraverserà diverse città italiane – farà tappa l’11 maggio al Teatro Filodrammatici Milano - fino a chiudersi il 19 dicembre nella sua Palermo con “Un improbabile finale”.
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