Se qualche mese fa venivano considerati la nuova grande promessa della scena indie-rock internazionale, la sera del 3 dicembre i Royel Otis arrivano al Fabrique di Milano già con la statura del fenomeno. Dopo il live sold out dello scorso anno alla Santeria Toscana, il duo australiano composto da Royel Maddell e Otis Pavlovic si presenta nel locale meneghino di via Fantoli con il secondo album “Hickey”, accolto con entusiasmo sia dal pubblico che dalla critica. Dalla loro parte, i due musicisti hanno anche i numeri, con oltre dieci milioni di ascoltatori mensili su Spotify, più di quattro milioni di visualizzazioni per il videoclip ufficiale del singolo “Who’s your boyfriend”, e una crescita costante che attraversa continenti e piattaforme. Royel, tra chitarra, basso e sintetizzatori, insieme a Otis, voce e chitarra, e accompagnati sul palco da Tim Ayre alle tastiere e Tim Commandeur alla batteria, riempiono il Fabrique nella loro unica data italiana, sostenuti anche dal loro precedente lavoro "Pratts & pain”, l’album che li ha spinti al centro della scena globale dell’indie-rock.
Ad aprire la serata ci pensa il post-punk cantautorale del piemontese Valerio Visconti, classe 2000, che sale sul palco semplicemente come Visconti e introduce il pubblico a un’atmosfera tesa e personale. Quando dagli altoparlanti parte “Gotta get up” di Harry Nilsson, è il segnale che l'inizio dello show è vicino, mentre la fila all’ingresso e il movimento al bar continuano a scorrere oltre l’orario previsto. Poi arriva il boato sulle note di “I hate this tune”, dall’ultimo album, ad accogliere l’ingresso del gruppo e dare il via alla serata. Il pubblico comprende quella fascia di giovani che va dall’università ai quarant’anni, e anche chi si riconosce in quello slancio, trascinato dalle sonorità di pezzi come “Heading for the door”.
"It’s good to be back”, “è bello essere tornati”, è il saluto iniziale di Otis, in uno dei pochi e brevi convenevoli della serata. Ogni scritta, rigorosamente minimale e rosa su sfondo nero, insieme a ogni immagine proiettate sullo schermo centrale sul fondo del palco regalano scatti "instagrammabili", o per un ipotetico Tumblr - se solo qualcuno lo usasse ancora - o per qualsiasi altra piattaforma popolata dalla Gen Z, sempre ammesso che frequenti i social, considerando quanto spesso ormai si leggono studi sulla nuova tendenza a non essere presenti online. Forse anche per questo una band come i Royel Otis è arrivata ad avere il nutrito seguito odierno, per cui la musica suonata è ancora importante e sollevare in aria il telefono per fare video non rientra più in ciò che è “cool”. Il concerto viene quindi vissuto in presa diretta, mentre il gruppo si concentra per far ascoltare dal vivo le cazoni del suo ultimo album e i brani del precedente lavoro, senza tralasciare i pezzi e le cover più amate.
Sul palco, Royel suona nascosto dietro la sua chioma spettinata, con un gesto che richiama un linguaggio vicino a quello di Kurt Cobain, mentre la voce di Otis si muove tra naturalezza e impeto, sostenuta da un indie-rock che sfiora altre epoche, tra echi Fleetwood Mac e spunti più intimi e frenetici, mantenendo però una traiettoria personale che definisce la loro identità.
Tornando alle scritte proiettate sullo sfondo, i Royel Otis tengono davvero molto al significato dei loro brani: molti di essi vengono spiegati con una breve frase luminosa alle loro spalle, altri da filmati o visual. Da “Adored”, con un romantico messaggio dedicato direttamente a Milano, “meet in Milan”, “Who’s your boyfriend” viene presentata come “una canzone su un amico”. Mentre “Come on home” viene descritto come un pezzo sulla “nostalgia di casa”, “Shut up” è “una canzone sul non voler che qualcuno se ne vada”. Nel momento in cui Royel e Otis rimangono da soli sul palco per due pezzi in acustici, arriva anche la cover di “Linger” dei Cranberries ad alzare singalong e battimano, oltre che i cellulari a riprendere il momento. “Help sing this one”, “Aiutateci a cantarla”, è il messaggio che arriva dallo schermo. Subito dopo la band è di nuovo al completo per far ballare tutti su “I wanna dance with you”. I Royel Otis tengono anche ai loro fan, a cui dedicano "Sofa king” con quel ritornello che alza cori su "You’re so fucking gorgeous”, mentre sullo schermo passano i nomi dei primi che hanno comprato i biglietti del concerto. Ecco giungere alla cover di “Murder on the dancefloor” di Sophie Ellis-Bextor, che dopo il controverso film “Saltburn”, dallo scorso anno è diventata la hit di chiunque. Nell’ambiente sonoro del gruppo australiano, il brano originariamente uscito quasi venticinque anni fa rimane un tormentone che fa muovere chiunque inconsciamente.
La data del Fabrique entra in quella categoria di appuntamenti dal vivo che diventano tasselli obbligati per comprendere un fenomeno al suo culmine. Ventuno brani in scaletta, poco più di un’ora di concerto, una successione continua di passaggi che alternano danza, canto, memoria e presenza, fino al bis conclusivo con “Oysters in my pocket”, che chiude il cerchio e sigilla un rapporto già solido con il pubblico italiano. La sensazione finale è quella di una serata che costruisce partecipazione e conferma lo slancio di una band che non vive soltanto di hype, ma di ritmo, scrittura, gesto, suono. Un gruppo che oggi non è più soltanto una promessa, ma un punto luminoso di una scena che cerca nuovi volti e nuove storie da seguire.
La scaletta:
i hate this tune
Adored
Heading for the Door
who’s your boyfriend
car
Kool Aid
Foam
moody
come on home
shut up
she’s got a gun
more to lose
jazz burger
Linger - Cover dei The Cranberries
I Wanna Dance with You
Bull Breed
Fried Rice
Sofa King
Murder on the Dancefloor - Cover di Sophie Ellis‐Bextor
say somethingBIS
Oysters in My Pocket
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