A firma Matteo Cruccu è stata pubblicata sul Corriere della Sera una intervista a Robert Plant, l'ex voce dei Led Zeppelin, che il prossimo 26 settembre pubblicherà "Saving grace", un nuovo album che prende il nome dal gruppo che lo accompagna composto dalla cantante Suzi Dian, dal batterista Oli Jefferson, dal chitarrista Tony Kelsey, dal polistrumentista Matt Worley e dal violoncellista Barney Morse-Brown. A seguire vi riportiamo alcune delle domande che sono state poste al 77enne musicista britannico.
Ci ha messo ben quattro anni a fare questo disco. Con i Led Zeppelin realizzò i primi memorabili quattro in meno di due.
«Avevamo più tempo, non potevamo suonare in moltissimi posti, nell’Est Europa e in Grecia, in Spagna e in Sudamerica, off limits per le dittature. E quindi registravamo i dischi. Tra l’altro pure in Italia non era facile suonare».
Già in molti ricordano l’unico concerto da noi degli Zeppelin, al milanese Vigorelli nel 1971: durò solo venti minuti per gli scontri tra polizia ed extraparlamentari
«Non fu per niente divertente, tante persone che lavoravano per noi rimasero ferite, non ci sono più tornato per moltissimo tempo. Oggi invece posso suonare dove voglio, quando voglio e ho meno voglia di fare dischi».
E, da quando è solista, sembra avere paura soprattutto di una cosa: la noia. Cambia sempre registro, dall’etnico al pop, dal folk al blues.
«Non la chiamerei noia, è la gioia semmai di esplorare altre combinazioni con la mia voce che non avrei mai immaginato da giovane».
E' per questa ragione che fa fatica a interpretare di nuovo le canzoni dei Led Zeppelin?
«È un abito che non mi sta più addosso, gli “uh uh ah ah” con una grande rockband non sono più cosa mia, mi sembrerebbe di essere uno stripper in un club».
A proposito di Zeppelin, il 25 ottobre di 45 anni fa, moriva John Bonham, il leggendario batterista. Le manca?
«Sempre. Vivo ancora vicino a sua moglie e sua sorella, nelle Midlands, abbiamo suonato insieme prima che nascesse la band, sono stati i nostri anni di formazione, per questo indimenticabili».
La sua forza geniale e quasi primitiva si vede bene nei concerti del documentario «Becoming Led Zeppelin», appena uscito.
«Sì, lui era incomparabile a chiunque altro. E non potevamo che scioglierci due mesi dopo la sua morte».
Un altro che se ne è andato è Ozzy Osbourne: come ha reagito quando ha saputo della sua scomparsa?
«Ero preoccupato per lui da molto, la sua salute non mi sembrava per niente buona. E ancor più mi sono preoccupato vedendolo preparare il suo famoso show d’addio, così malfermo. Al netto di questo, pensavo però gli fosse bastato cambiare il suo stile di vita sregolato, non che morisse. E, ahinoi, se ne vanno in tanti della mia generazione».
Tornando a Ozzy, molti si aspettavano la sua presenza al concerto d’addio.
«La verità è che nessuno me l’ha chiesto».
In realtà pareva che Tony Iommi, il chitarrista dei Black Sabbath, l’avesse invece invitata.
«No, ci siamo solo sentiti e non mi ha detto proprio nulla. E comunque avrei valutato in funzione di cosa mi avrebbero chiesto di cantare. La verità è che appunto mi annoio a fare sempre le stesse cose: dalla reunion dei Led Zeppelin del 2007 il cosiddetto hard rock è un territorio che non ho più frequentato e che non ho intenzione di frequentare ancora».
E, l’altro grande evento di quest’estate, la reunion degli Oasis, l’ha vista?
«No, non mi ha interessato, forse mentre suonavano c’era qualche partita del mio Wolverhampton».
In definitiva, ha quindi ragione Jimmy Page quando dice che «Il futuro dei Led Zeppelin è il passato»?
«Confermo. Con Bonham eravamo in quattro, la magia era a quattro, non vedo come possa ritornare».