Il 7 luglio 2006 è una di quelle date maledette che ognuno di noi ha la sfortuna di vedersi marchiare a fuoco nella memoria. Quel giorno Syd Barrett ha lasciato questo mondo terreno – sempre ammesso che ne abbia mai fatto davvero parte: era il primo componente dei Pink Floyd a lasciarci. Ricordo ancora come fosse ieri la telefonata di un amico che l'11 luglio (la notizia era stata diffusa dalla famiglia solo il giorno prima) mi chiedeva, con la voce incrinata, se le voci sulla sua scomparsa fossero vere. Mi stavo recando in agenzia di viaggi per ritirare il biglietto che mi avrebbe portato a Lucca: il giorno successivo avrei assistito all'atteso concerto di Roger Waters. Quella notizia mi raggelò, fu un colpo durissimo. Anche se Syd non era più in attività da una vita, perderlo definitivamente a soli sessant'anni mi sembrò un'ingiustizia intollerabile.
La sera dopo ero lì, tra il pubblico in Piazza Napoleone, mentre Waters cantava Shine On You Crazy Diamond. Sullo schermo, il primo piano dell'ex Pink Floyd mostrava tutto il dolore per la perdita del suo vecchio amico d'infanzia e qualche lacrima difficile da mascherare. I telegiornali e i quotidiani italiani avevano già battuto la notizia, e quella sera in piazza non si sentiva sussurrare altro: "Hai saputo di Syd?". Perché l'amore per Barrett è qualcosa che unisce, un terreno sacro e condiviso da chiunque ami i Pink Floyd. Ci si divide in fazioni tra pro-Gilmour e pro-Waters, si litiga fino a tarda notte su quale sia il periodo migliore della band, spesso anche duramente. Ma Syd Barrett no. Syd mette d'accordo tutti. Internet nel 2006 era ancora un mondo in gran parte da esplorare, ma in quelle ore, navigando qua e là, leggevo i messaggi di commiato di Waters, dei Pink Floyd e persino di David Bowie. Non c'erano ancora i social come li conosciamo oggi, eppure il tam-tam tra noi fan in rete era febbrile, unito da un unico, grande abbraccio virtuale.
Oggi, guardandomi indietro, mi rendo conto che dal 1976 – l'anno in cui scoprii la musica dei Pink Floyd e, un attimo dopo, quella di Barrett – ho attraversato un viaggio lungo e affascinante in sua compagnia. Una ricerca costante, interminabile, dentro quel meraviglioso universo. Il mio primissimo ricordo di Syd risale proprio a quei mesi, quando mi imbattei in una discografia curata dal settimanale Ciao 2001 che elencava tutti gli album della band e dei solisti. Tra i pochissimi loro dischi solisti c'erano i due album incisi da Barrett nel 1970. Fu un'illuminazione: dovevo averli. Tutti. Iniziò così la mia caccia a quei 33 giri; rintracciarli all'epoca fu molto più complicato di quanto pensassi, e dovetti faticare non poco per riuscire a portarli a casa. Attraverso i vecchi articoli della rivista avevo iniziato a scoprire la sua storia, per quanto allora venisse raccontata in modo mitizzato e romanzato oltre ogni limite. Ma del resto, come facevi a non rimanere stregato da un ragazzo che tocca il cielo con il successo dei primi Pink Floyd e poi svanisce nel più oscuro e totale anonimato? Riuscite a immaginare se fosse successo a Mick Jagger o a Paul McCartney?
Tra ascolti intensivi delle sue canzoni e una ricerca incessante di materiale, sono volati cinquant'anni. E oggi mi ritrovo ancora qui, davanti alla tastiera del mio computer, a cercare di dare una forma a questo "amore" infinito. Quanti momenti emozionanti custodisco legati al suo nome... come i viaggi a Cambridge, la sua città natale, intrapresi con il desiderio quasi mistico di calpestare i suoi stessi passi. Ho cercato la casa in cui era nato, quelle in cui ha vissuto e l'abitazione in cui si era rifugiato fino alla fine dei suoi giorni, le sue scuole, le case degli amici, i locali che frequentava. Tutto visitato con l'ardente speranza di scovare, tra quelle strade, un segreto o un frammento di verità sopravvissuto al tempo. Infantile? Forse.
Avrei una miriade di ricordi da raccontare, ma alcuni preferisco tenerli per me, custoditi gelosamente nel profondo del cuore. Solo nell'ultima settimana, però, mi sono accorto di quanto Syd sia ancora incredibilmente presente, ritrovandolo qua e là con una piacevole e gradita insistenza. Domenica scorsa il settimanale Robinson gli ha dedicato la copertina e le prime quattro pagine con articoli di Michele Mari e Luca Valtorta. Il 2 luglio, a Londra, Phil Manzanera ha ospitato sul palco della Bush Hall Guy Pratt – storico bassista dei Pink Floyd post-Waters – e insieme hanno suonato nei bis un medley da brividi con Bike, Lucifer Sam e See Emily Play. Persino il quotidiano spagnolo La Razón gli ha dedicato un lunghissimo speciale di due pagine. Nel frattempo in Inghilterra, al The Pier di St Leonards nel Sussex, sono state celebrate persino le assi del pavimento di legno che Syd aveva dipinto nella sua vecchia casa di Earls Court, quelle che tutti abbiamo impresso nella mente sulla copertina di The Madcap Laughs. Tutto negli ultimi sette giorni! Se si lancia un'occhiata sul web, sono davvero in pochi quelli che in queste ore non stanno tributando un pensiero o un ricordo dedicato a Barrett. Non male per un artista che non incide nuova musica dal 1970 e che è stato visto suonare per l'ultima volta con i Pink Floyd nel gennaio 1968...
E il futuro riserva ancora molto dal versante 'barrettiano': il prossimo ottobre la città di Cambridge organizzerà un concerto e una mostra interamente dedicati a lui, in concomitanza con l'uscita di un doppio CD tributo ufficiale. Ed è qui che la mia storia personale si intreccia in modo magico con la sua. Il mio amore per la musica di Syd non si è mai affievolito e oggi, da "vecchio" ed "esperto barrettiano", provo un'emozione indescrivibile nel sapere di aver dato un piccolo ma sincero contributo proprio a quel doppio album ufficiale. I curatori hanno infatti inserito nella tracklist una cover di Two of a Kind incisa esclusivamente per noi da Dave Harris (ex Fashion e collaboratore di Rick Wright, tastierista dei Pink Floyd), finita su Love You, il tributo su doppio CD che avevo curato personalmente insieme al mio amico Dario Antonetti nel 2021.
Dentro di me pulsa ancora lo stesso identico spirito che animava il ragazzino di quindici anni che, sul finire degli anni Settanta, tornava a casa stringendo al petto i due vinili di Barrett. Certo, oggi ci sono i capelli bianchi, i problemi di salute e i segni del tempo: impossibile nasconderli quando hai superato i sessant'anni. Ma l'amore e la devozione verso Syd Barrett non hanno età. Sono ancora lì, vivi e nitidi, esattamente come quel dolore mai del tutto assorbito per la scomparsa di un uomo così geniale e misterioso.
Oggi, finalmente, Syd è universalmente riconosciuto nella sua dimensione più pura: quella di un artista immenso, la cui musica continua a stregare e a ispirare generazioni di musicisti. E, in fondo, anche un po' tutti noi.
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