Nei primi anni Ottanta, Aberdeen non era esattamente l'epicentro della rivoluzione culturale americana. Per un adolescente inquieto come Kurt Cobain, sprofondato nella grigia e umida provincia dello Stato di Washington, la musica rappresentava l'unica vera via di fuga da una realtà asfissiante. In un panorama radiofonico dominato in modo rassicurante e monotono dal soft rock e dall'heavy metal più commerciale, le uniche finestre sul mondo della vera ribellione giovanile erano le pagine consunte di riviste musicali come Creem.
Fu proprio leggendo febbrilmente quegli articoli che il giovane Cobain iniziò a sognare il punk rock, costruendosi nella mente un'ideale sinfonia di distorsioni, di nichilismo e di rabbia pura ancor prima di averne mai ascoltato una singola nota. L'aspettativa era altissima: il punk, nella sua immaginazione nutrita dalle descrizioni della stampa di settore, doveva suonare come un assalto frontale, una liberazione catartica e violenta. La collisione con la realtà, tuttavia, si rivelò profondamente deludente - e accadde ascoltano The Clash.
Galeotto fu Sandinista!
Quando finalmente Cobain riuscì a procurarsi un disco che veniva etichettato come "punk" – scovato, secondo alcune ricostruzioni, nella biblioteca locale; secondo altre, scovato tra gli scaffali di un negozio di dischi – si ritrovò tra le mani Sandinista! dei Clash. Pubblicato nel dicembre del 1980, il quarto lavoro in studio della band di Joe Strummer (che oggi avrebbe compiuto 74 anni) era un'opera monumentale e dispersiva, un triplo vinile che sfidava scientemente ogni convenzione del genere.
Invece della furia cruda e dei tre accordi sparati a volume assordante che Cobain aveva disperatamente cercato, i solchi di quel disco nascondevano un labirinto di sperimentazioni sonore: dub, reggae, calypso, elettronica, jazz e rockabilly si intrecciavano in un manifesto politico e multiculturale che, alle orecchie di un ragazzino dell'America rurale, suonava semplicemente incomprensibile e pretenzioso.
L'impatto con quell'enciclopedia di contaminazioni mondiali distrusse l'idea primordiale di punk che Cobain si era meticolosamente costruito, segnando per sempre la sua percezione del gruppo londinese. Anni dopo, ormai divenuto il portavoce riluttante di un'intera generazione, il leader dei Nirvana ricordò quell'episodio giovanile con una lucidità tagliente, dichiarando apertamente ai biografi che Sandinista! non era stata affatto una buona introduzione al punk rock.
Da quel momento, il suo giudizio sui Clash rimase irrimediabilmente severo. Agli occhi di Cobain, la band britannica aveva tradito l'urgenza viscerale e la purezza distruttiva del movimento originario per inseguire velleità intellettuali e sperimentazioni troppo dilatate. Per lui, i veri e unici pilastri del punk d'oltreoceano rimasero formazioni in grado di mantenere un impatto sonoro diretto e corrosivo, come i Buzzcocks o, soprattutto, i Sex Pistols.
Meglio i Sex Pistols
Erano proprio i Sex Pistols a incarnare esattamente quell'atteggiamento antisistema, grezzo e sguaiato che Cobain reputava essenziale per il genere. Questa profonda preferenza filosofica ed estetica lo portò sempre a considerare i Clash una band ampiamente sopravvalutata e nettamente inferiore alla compagine guidata da Johnny Rotten. La distanza artistica tra l'immediatezza abrasiva che avrebbe poi definito il suono del grunge e l'attivismo eclettico dei Clash non fu mai colmata. Eppure, in questo scontro a distanza tra icone della storia del rock, gli eventi hanno riservato una singolare e ironica postilla dal vivo.
Nel gennaio del 1993, durante il gigantesco e caotico set dei Nirvana al festival Hollywood Rock di San Paolo, in Brasile, Cobain e compagni si lanciarono in una cover improvvisata e clamorosamente sgangherata di Should I Stay or Should I Go. Più che un tributo, quell'esecuzione disastrosa, sarcastica e suonata a malapena sembrò l'ultimo, irriverente sberleffo di Kurt Cobain a una band che, in quel piovoso pomeriggio ad Aberdeen di molti anni prima, aveva osato deludere i suoi sogni di ribellione.
Disclaimer:
Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.
Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.
Immagini e diritti
Rockol:
- utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
- impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
- accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
- pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright
Segnalazioni
Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link