E Ziggy Stardust piombò sul set di un western italiano con Leonardo Pieraccioni. Tutto vero. Nel 1998 il regista toscano Giovanni Veronesi si mette in testa di fare qualcosa di totalmente folle: un film western con Leonardo Pieraccioni nei panni del protagonista principale e Harvey Keitel e David Bowie in quelli dei protagonisti secondari. Sì, proprio loro: il Charlie Cappa di “Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all’inferno” e il Duca Bianco in carne ed ossa. Il film si intitola “Il mio West”, viene girato in Garfagnana, a Campocatino, sulle Alpi Apuane.
La trama: l’arrivo in un piccolo villaggio del Far West dove vive un medico contadino (Pieraccioni) insieme alla moglie pellerossa (Sandrine Holt) e al figlio mezzosangue Jeremiah (Yudii Mercredi) da parte del vecchio padre pistolero del primo (Keitel) rompe l’armonia familiare. Poi arriva il cacciatore di taglie Jack Sikora (Bowie) e tutto degenera in un duello stile spaghetti-western che incontra l’estetica dei videoclip Anni ’80.
Il film, liberamente tratto dal romanzo “Jodo Cartamigli” di Vincenzo Pardini, viene girato in inglese. Ma come ci finisce Bowie, nel cast? Il Duca Bianco, che prima de “Il mio West” ha all’attivo dodici film da attore, da “L’uomo che cadde sulla Terra” di Nicolas Roeg (1976) a “Basquiat” di Julian Schnabel (in cui due anni prima ha recitato nei panni di Andy Warhol), viene convinto da Veronesi a recitare nel film tramite un fax: «Ero un fan di Bowie da quando avevo 14 anni e per “Il mio West”, ho pensato che non ci sarebbe stato nessun cattivo più cattivo di lui. Allora ci ho provato, come fanno gli uomini con le belle donne irraggiungibili e poi magari invece, osando, si viene sorpresi. L’ho corteggiato e lui mi ha risposto in 48 ore, dicendomi che ero molto pazzo ad offrirgli quel film, ma che lui era molto più pazzo di me perché accettava», avrebbe raccontato il regista nel 2016, dopo la scomparsa della rockstar.
A fargli dire «sì», incredibile, rivelerà Veronesi, fu il fatto che «il suo personaggio morisse». Bowie, spiega il regista, era ossessionato dalla morte, la esorcizzava parlandone spesso, anche durante il pranzo nelle pause delle riprese, e vivendola per finta nei video musicali e nei film. «Infatti gran parte dei personaggi che ha interpretato morivano». Ma com’è stato condividere il set con una delle più grandi stelle del rock? «L’unica richiesta particolare che ha fatto Bowie è stata di stare in una casa senza cani che abbaiavano in un raggio di tre chilometri. Nella campagna toscana è difficile, così abbiamo fatto una specie di retata e alcuni di quei cani sono rimasti con me nella mia vita», ricorderà Veronesi.
Tra Bowie e gli altri attori – nel cast c’era anche Alessia Marcuzzi – «non era facilissimo il rapporto»: Bowie voleva parlare solo con me. Con Keitel sembravano amici, «ma secondo me facevano finta», e con Pieraccioni si scambiava sguardi amorevoli, ma non si parlavano. A seguirlo dappertutto, c’era la sua segretaria, una specie di Mary Poppins agée, con una borsa enorme, che «secondo me sapeva anche un po’ svolazzare». Al Fatto Quotidiano, Veronesi rivelerà un altro aneddoto: «Mi aveva dato il divieto assoluto di fargli firmare vinili. Riuscii a convincerlo a siglarne un paio, uno ce l’ha Verdone. Poi ce ne sono in giro altri cento. Ma li ho firmati io. Se qualcuno pensa di avere la firma di un Bowie dell’epoca, ha solo un Veronesi. Mi autodenuncio».
Nonostante il progetto ambizioso, l’accoglienza non fu quella sperata. Uscito il 18 dicembre 1998 in Italia e con un incasso di oltre 17 miliardi di lire, il film arrivò negli Stati Uniti solo nel 2005, direttamente in home video, senza conquistare il grande pubblico. Pieraccioni, ricordando quei giorni in un’intervista del 2021, parlò di un momento difficile della sua carriera: «Un momento difficile della mia carriera forse è stato quando è uscito “Il mio West”, che non ha dato il risultato sperato al botteghino, dopo i 78 miliardi de “Il ciclone” e i 75 di “Fuochi d’artificio”. Abbiamo girato “Il mio West” con Harvey Keitel e David Bowie, tutto in inglese perché pensavamo di poter prendere non l’Oscar, ma forse anche il Nobel per la pace – disse il comico toscano a La Repubblica – io a letto nel silenzio sento ancora un fischio: era un pernacchione che ci fecero all’epoca perché la volemmo fare grossa».
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