Quando sale sul palco del Teatro Lirico di Milano, Ed O’Brien è senza chitarra. Una cosa inusuale per il chitarrista di una delle band più amate degli ultimi decenni. A fianco a lui c’è Dave Okumu e assieme attaccano una versione scarna di “Incantations”, da “Blue Morpho”.
È solo l’anticipazione di un concerto che passa dal rock al cantautorato, dalla psichedelia al tropicalismo. No, niente canzoni dei Radiohead in scaletta, solo brani dai suoi due album solisti. Vastano e avanzano per una serata di pura musica. Anche se forse non sono bastati per attirare un pubblico numeroso: il Teatro Lirico è lontano dall’essere pieno, in una settimana in cui a Milano ci sono anche due concerti a sera, va detto.Perdersi nella musica (senza i Radiohead)
Quella stessa “Incantations” tornerà più avanti nel set, questa volta con la band al completo e in una versione ancora più psichedelica: gli arpeggi di chitarra che ricordano i Radiohead si fondono con i Pink Floyd e con i Grateful Dead. È uno dei momenti in cui si capisce meglio la logica del concerto: le canzoni sono spazi in cui perdersi, più che strutture da ricostruire pari pari sul palco. È interessante vedere O’Brien proprio adesso. In una fase in cui i Radiohead sono diventati, almeno dal vivo, una band di repertorio che guarda (benissimo) al proprio passato, è lui quello che sembra avere più voglia di sperimentare. Forse persino più di Thom Yorke nei progetti come The Smile. “Blue Morpho” lo aveva già dimostrato, ma dal vivo questa attitudine diventa ancora più evidente.
Nel corso della serata la band naviga tra mondi sonori diversi con una fluidità stupefacente. “Single File”, pezzo rimasto fuori da “Blue Morpho”, parte come qualcosa su cui ballare e finisce in una lunga jam rock. “Sweet Spot” è un momento acustico che mantiene però quelle progressioni inevitabilmente radioheadiane. “Blue Morpho” è invece pura atmosfera, con i suoni degli uccelli registrati nel giardino della sua casa in Galles. In “Deep Days” O’Brien si siede sul bordo del palco e chiama il pubblico attorno a sé. Qualcuno arriva, parte qualche selfie, poi le maschere di sala rimandano tutti ai posti per “security reasons”, con il disappunto di tutti. Lui continua a cantare come un crooner, vicino comunque al pubblico.
Ma in larga parte della serata O’Brien lascia spazio soprattutto a Dave Okumu, a cui cede spesso e volentieri il ruolo di protagonista con la chitarra. Prima del concerto di O’Brien, Okumu aveva già accompagnato Eska in un set fatto di groove e jam; nel set di O’Brien lei torna come vocalist e prende la scena soprattutto in “Obrigado”. È la famiglia allargata che ha inciso “Blue Morpho” e che sul palco mostra quanto queste canzoni siano un lavoro collettivo.
Il finale è tropicalismo psichedelico. “Brasil”, da “Earth”, parte piano e si apre progressivamente in una lunga jam piena di groove, con “Milano, andiamo” ripetuto come un mantra. “Obrigado” percorre la strada opposta: parte da cori e percussioni e si allarga fino a diventare qualcosa che ricorda la dimensione cosmica di “The Great Gig in the Sky”, con la voce di Eska a fare da contraltare. Dodici minuti tra Grateful Dead, Pink Floyd e musica brasiliana che da soli valgono il concerto.
Quando lo avevo intervistato qualche mese fa, O’Brien mi aveva raccontato che proprio i Grateful Dead erano uno dei modelli per questo tour: “Mi interessano quei luoghi in cui loro portavano le canzoni, allungandole. Mi interessa davvero quel tipo di spazio. Chissà se riusciremo ad arrivarci”.
Ci è riuscito. Eccome se ci è riuscito.Setlist
Thin Places
Incantations Part 1
Teachers
Single File
Solfeggio
Sweet Spot
Sail On
Blue Morpho
Cloak Of The Night
Incantations
Deep Days
Brasil
Obrigado
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