Il 6 febbraio 2011 il mondo della musica perdeva una delle sue voci più incendiarie: 15 anni fa ci lasciava Gary Moore, chitarrista eccelso che ha trasformato il blues — un genere spesso legato alla sottrazione — in un uragano di potenza sonora.
Oltre il purismo
Mentre i puristi del blues cercavano il "crunch" leggero e dinamico, Moore ha sdoganato l'uso dell'high-gain, un circuito progettato per spingere il segnale della chitarra ben oltre il punto di saturazione, creando una distorsione densa, compressa e ricca di armoniche. Il gain regola quanto segnale viene inviato allo stadio di pre-amplificazione: se il gain è alto, il circuito viene "sovraccaricato" (overdrive), distorcendo l'onda sonora prima ancora che raggiunga le casse. Poiché il segnale è così compresso, la nota vibra e resta udibile molto più a lungo; è questo il segreto dietro le note "infinite" di Gary Moore.
Le differenze tra una plettrata leggera e una forte si assottigliano. Questo rende l'esecuzione più fluida, ma non perdona gli errori (ogni sfregamento di dita diventa un suono). Il segnale distorto genera frequenze secondarie (armoniche) che rendono il suono più "grosso" e tagliente.
Normalmente il blues predilige il "low-to-medium gain" per mantenere la dinamica del tocco. Moore ha rotto questa regola: usava amplificatori high-gain (o pedali che ne simulavano il comportamento) per ottenere una voce quasi umana, simile a quella di un cantante soul che urla a pieni polmoni. Questo gli permetteva di passare da passaggi velocissimi a note singole che "piangevano" con un sustain infinito. Per gestire l'high-gain senza fischiare (feedback incontrollato), Moore doveva avere un controllo magistrale delle dita per stoppare le corde che non dovevano suonare.
La sua firma
Moore non ha mai dimenticato il suo passato nell'hard rock, con gruppi come i Thin Lizzy, e ha portato nel blues la precisione millimetrica tipica dei guitar heroes degli anni '80. Il suo picking era violento: colpiva le corde con una forza tale da estrarre armoniche naturali anche sui suoni puliti.
Era solito inserire passaggi rapidissimi in sedicesimi o sestine di pentatonica nel mezzo di un fraseggio lento. Questa alternanza creava una tensione dinamica (il cosiddetto tension and release) che rendeva il climax di ogni assolo quasi insopportabile per intensità.
Ma se c’è un elemento che rende Moore immediatamente riconoscibile, quello è il suo vibrato. A differenza del vibrato stretto di Eric Clapton o di quello ritmico di B.B. King, quello di Moore era ampio, aggressivo e drammatico. Usava tutta la forza dell'avambraccio per far oscillare la nota, conferendole un carattere quasi operistico.
Il segreto della sua potenza risiedeva nel contrasto. Moore poteva suonare la nota più dolce e sussurrata del mondo per poi esplodere, un istante dopo, in una tempesta di note saturate. Non c'era timidezza nel suo blues; era una confessione urlata ai quattro venti, supportata da una padronanza tecnica che gli permetteva di non avere ostacoli tra l'emozione e gli amplificatori.
Gary Moore non suonava il blues: lo aggrediva finché non confessava tutto.
Qualche esempio
"Still Got the Blues (For You)" è il suo manifesto. Qui Moore dimostra come un chitarrista rock possa dominare il linguaggio del blues moderno. La transizione tra le note è fluida, quasi liquida, grazie all'uso magistrale del gain che maschera l'attacco della plettrata.
"Parisienne Walkways (Live at Royal Albert Hall, 1993)": quel vibrato finale, ampio e velocissimo, è la firma che lo distingue da chiunque altro.
La cover di "Shapes of Things", classico degli Yardbirds, diventa un mostro di potenza sonora. Gli assoli sono infarciti di scale velocissime che ricordano quasi Van Halen, ma inserite in un contesto blues rock. Dimostra una velocità di dita che pochissimi altri bluesman hanno avuto.
Nella versione live di "Further Up on the Road" (dall'album "Blues Alive"), sfida la velocità e la dinamica in un modo che fa capire abbastanza bene perché Clapton lo considerasse un gigante capace di intimorire chiunque sul palco.
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