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Perché Giorgio Gaber ci mette ancora in crisi nel 2026

01.01.2026 Scritto da Lucia Mora

Il 1° gennaio del 2003 avevo da poco compiuto quattro anni ed ero all’estero con i miei genitori, quando dall’Italia ci arrivò una notizia: era morto Giorgio Gaber. Ero troppo piccola per sapere chi fosse Giorgio Gaber e per capire perché, dopo aver saputo della sua scomparsa, mia madre avesse iniziato a piangere come se avesse perso un genitore. Registrai solo questo: Giorgio Gaber doveva essere uno importante. Agli albori dell’estate 2017, davanti alla commissione di esame di maturità classica, discuto una tesina su Giorgio Gaber e l’ironia. Ci sono voluti alcuni anni, ma alla fine ho capito (e condiviso) tutte le ragioni delle lacrime di mamma: Gaber sa accompagnarti per mano in qualsiasi fase della tua esistenza, perché è eternamente attuale. Sempre. Anche nel 2026.

Perché Gaber è eterno

In molti brani del Teatro Canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini (altro genio epocale) ci sono riferimenti espliciti al contesto sociopolitico dei loro tempi (Aldo Moro, per citarne uno), ma non bisogna lasciarsi ingannare da qualche coordinata specifica: nel canzoniere gaberiano prevale la dimensione intima umana, che è universale e intramontabile; uno sguardo analitico sull’essere umano che vola oltre qualsiasi limite spaziotemporale.

Se nei miti tramandati da Omero riconosciamo dinamiche “nostre”, non è perché siamo rimasti all’ottavo secolo avanti Cristo (anche se a volte, in effetti, verrebbe da pensarlo), ma perché l’essere umano è quella roba lì: è amore, guerra, invidia, felicità, gelosia, inganno, paura, orgoglio, compassione. I testi scritti da Gaber e Luporini sono una lente d'ingrandimento deformante che mette a nudo tutte le nostre schizofrenie sociali; e funziona anche ora, nonostante l’avvento del digitale e dei suoi nuovi meccanismi, per un motivo molto semplice. 

L’anatomia del dubbio

Quei testi funzionano ancora perché il digitale può cambiare il come, ma non il che cosa. Le questioni sollevate dal Signor G — sull’individuo tra le sue quattro mura, o calato nella collettività — non sono affatto superate: sono semmai amplificate dalle nuove tecnologie.

Il modello di pensiero di Gaber-Luporini continua a metterci in crisi perché non ha scadenza, né soluzioni preconfezionate. Ci costringe a confrontarci con la struttura stessa di ciò che ascoltiamo e viviamo. Dopo quel capolavoro che è “Polli d’allevamento”, arrangiato da Franco Battiato e Giusto Pio (!), nel 1978 è il pubblico stesso a rivoltarsi contro Gaber, che un attimo prima consolava la platea con il racconto di valori comuni e l’attimo dopo toglie la terra sotto i piedi, mettendo in discussione quegli stessi valori. Niente più compagni e ammiccamenti: bisogna coltivare il dubbio, finché si è in tempo, prima che il pensiero si atrofizzi nella sua torre d’avorio.

Qualche esempio

Per i più scettici, cioè per chi crede che il repertorio gaberiano non possa o non sappia aggredire il presente, proviamo a interpretare qualche brano con occhi contemporanei: per che cosa usiamo i social, se non per “Far finta di essere sani”? La critica al benessere (materiale) che ci ha tolto il dolore (emotivo) risuona oggi come un monito contro l'anestesia delle nostre comfort zone digitali, o del consumismo inutile (“nel dubbio mi compro una moto”) con cui speriamo di appagare l’inquietudine.

Quello che nel 1994 era un elenco satirico di “tic” culturali, ora è una diagnosi terminale: nel 2026 la distinzione tra “Destra-Sinistra”, invece di fondarsi sui valori che ancora dividono le due correnti di pensiero, evapora nel mercato globale di opinioni senza sostanza (“Dove ogni intellettuale fa opinione, ma se lo guardi bene… è il solito coglione” dirà nel 2001, in “La razza in estinzione”).

Quando è moda è moda”, una delle sue invettive più potenti e divisive, non attacca un avversario, ma il simulacro della rivoluzione: non siamo più capaci di ribellarci perché la ribellione è diventata una questione di estetica. Gaber ci mette in crisi perché ci svela che la nostra partecipazione è spesso solo una posa, un brand etico che indossiamo per sentirci dalla parte dei giusti senza mai mettere in discussione i nostri privilegi.

C’è solo la strada

Gaber ci mette in crisi perché, in questa società vorace di posizioni sempre più estreme e polarizzate, un autore che smonta le nostre certezze con la precisione di un chirurgo è per forza (e per fortuna) scomodo e destabilizzante. Il Signor G è il chirurgo che ci disillude subito: le nostre ferite sono ancora tutte aperte. Ma il Signor G – che dopotutto è Dio, sennò non vedo chi – non dà solo diagnosi: spiega anche qual è la cura. 

La cura è mettersi in discussione, sì, ma come? Uscendo dai nostri confini domestici e ideologici, scoprendo l’altro diverso da noi, rivitalizzando le piazze, rifuggendo la pigrizia intellettuale e le scorciatoie e ritrovando il piacere dell’imprevisto. C’è solo la strada su cui puoi contare.


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