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Non solo Jet: le illusioni di un musicista di successo

04.09.2025 Scritto da Marco Di Milia

Com’è la vita di un musicista che a poco più di vent’anni scrive insieme ai compagni di band una hit destinata a lasciare il segno a livello mondiale? È il caso del chitarrista Cameron Muncey, che con i Jet ha firmato il colossale successo di “Are you wanna be my girl?”, dall’album di debutto “Get Born” del 2003.

Passata, ma mai del tutto, l’onda enorme di quel fortunatissimo singolo, la band australiana ha vissuto i suoi alti e bassi, passando anche per un paio di stop e una ritrovata intesa sugellata con tanto di comeback. Le esperienze di quegli anni, nel bene e nel male, hanno contribuito a lasciare un’impronta indelebile su Muncey, che ha deciso di riportarle tutte nel suo primo progetto solista, “Cam Muncey & The Delusions Of Grandeur”.

Il reset della maturità

Lontano dal rock energico dei Jet, Cameron esplora in questo modo un universo sonoro più meditativo, tra suggestioni dream pop e venature soul affiancato da una formazione composta dal batterista Peter Marin e dal bassista Mark Wilson, già compagno nella band d’origine. Ne nasce un viaggio intimo in dieci tracce, dove Muncey si pone al centro della scena, “chef” dell’insieme, come lui stesso ha dichiarato, basandosi tanto sulle proprie esperienze personali quanto sulla volontà di superare certe aspettative che in passato lo avevano quasi imbrigliato.

L’intero lavoro, per il musicista di Melbourne rappresenta un vero e proprio reset personale. Senza la compagnia dei Jet su cui contare, si è semplicemente affidato ai propri istinti, riscoprendo il piacere della pagina bianca. Il disco si muove quindi sui contrasti, passando dalla fresca esuberanza di “Arrythmia” e “Already gone” a episodi notturni come “Daylight”, dark mind” o “Take the chance”, singolo apripista che si divide tra autobiografia e sfumature vellutate.

“Mi ha dato la possibilità di sviluppare il mio senso di come qualcosa dovrebbe suonare e di non essere così duro con me stesso”, ha raccontato in proposito. Il titolo stesso, “Delusions Of Grandeur” riflette questa tensione tra esperienza e aspettative. Una sorta di un’osservazione critica di chi si illude di essere migliore di quanto non lo sia in realtà, ma anche un gioco sulle aspettative private dell’artista. Succede così che si intrecciano considerazioni e malinconiche ballate, come nella romantica “I’ve been low” o nella chiusura affidata alla struggente leggerezza anni Ottanta di “Friendly”.

Pappe, chitarre e cinismo

Cameron non vive delusioni, ma le osserva da vicino, con uno sguardo ironico e insieme consapevole. La vita di padre di tre figli, dopotutto, limita non poco un possibile margine di evasione, riportandolo con i piedi per terra, nonostante le sue Gibson Flying V e le giacche nere di pelle. Un ego che, seguendo la filosofia tracciata in “No rock n’ roll star”, viene così drasticamente riposizionato con una certa dose di cinismo: “Quando diventi papà, ti rendo conto che ai tuoi figli non importa nulla di quello che hai fatto. Sei solo il tizio che gli pulisce il sedere”.

“Cam Muncey & The Delusions Of Grandeur” è in questo modo un debutto che parla di crescita e rinascita, sospeso tra atmosfere eteree e testi introspettivi. Nonostante un tono spesso dimesso, diventa così lo sguardo maturo di un artista che non vuole essere soltanto “quello della hit”, ma un musicista che ritrova tra le note morbide della sua chitarra una fondamentale bussola emotiva. Il risultato è un album dove ogni canzone è narrazione di un percorso interiore da affrontare con calma, come certi pomeriggi assolati di fine estate.

(Articolo originale su Rockol.it)

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