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Neoprimitivi, un rituale tra noir e visione sonora libera

18.02.2026 Scritto da Elena Palmieri

Alla nostra ricerca di un dio indifferente, coperto di occhi”, recita un gruppo di voci come in preghiera, prima che un suono fragoroso interrompa il silenzio come una porta spalancata su un altro spazio, più oscuro e più denso. È così che i Neoprimitivi inaugurano il loro nuovo album “Il sangue è pronto”, scegliendo di non frammentare il racconto ma di presentarlo, nella sua versione digitale, come un’unica suite di 38 minuti e 26 secondi, senza alcuna distinzione delle sei tracce che nel vinile dividono i due lati del disco. Non è una scelta neutra. È un gesto formale che chiede attenzione, immersione, durata, riufiutando esplicitamente la fruizione intermittente e la logica da playlist che governa il presente.

Una successione elettronica di percussioni vira presto verso una narrazione cinematografica oscura, dove ogni parola indaga una propria dimensione e ogni suono sembra avere un’ombra. I Neoprimitivi conducono così questo loro nuovo film noir sonoro, nato dalla sonorizzazione dal vivo di “Riti, magie nere e segrete orge nel Trecento” di Renato Polselli – cult horror/erotico degli anni Settanta. Addentrandosi nel disco, si viaggia su una batteria che per mano di Giacomo O’Neil sfiora il jazz, mentre il contrabbasso di Flavio Gonnellini e il sassofono contralto di Andrea Gonnellini aprono traiettorie notturne, come se l’ascoltatore fosse seduto sull’auto in corsa di Diabolik, in un noir metropolitano, sospeso tra inseguimento e contemplazione. “Riti, magie nere, segrete orge” arriva quindi a ripetere una voce femminile ad alto tasso di seduzione, citando direttamente proprio il film di Polselli.

Attorno, l’organo Farfisa Tiger di Flavio Gonnellini pulsa come un cuore analogico, la chitarra si distende in riverberi nervosi, la balalaika e il vibrafono di Martino Petrella introducono deviazioni timbriche inattese, mentre il theremin, il kaospad e le manipolazioni di Pietro Rianna insinuano un senso costante di instabilità. Ogni strumento, effetto o manipolazione vocale ha una vita propria all’interno dell’album, e insieme formano un corpo di lavoro sperimentale e ammaliante. Dalla ciaramella alle conga, dal Moog Subharmonicon di Eugenio Petrarca ai cori di Emilia Wesolowska e Gaia Banfi, il disco trova una visione comune.

Superata la seconda metà, la velocità aumenta e la forma libera del jazz trova una sua ragione d’essere nel dialogo con la psichedelia e con un funk nervoso, quasi tribale, mentre la ripetizione diventa struttura e il ritmo assume un carattere ipnotico. “Il sangue è pronto. Il sangue è caldo. Segui il ritmo, sto arrivando”, diventa allora il centro del discorso, un mantra che svela il titolo dell’album e, nel ripetere il nome “Neoprimitivi”, si configura come una sorta di firma sonora, una dichiarazione identitaria che unisce erotismo, pericolo e auto-consapevolezza.
Gli ambienti sonori del disco sono malleabili, si piegano e si distendono sotto il tocco dei synth o nel riverbero della chitarra, mentre il sax disegna una linearità più coerente, che viene regolarmente incrinata da interferenze elettroniche e da scarti improvvisi. La produzione di Flavio Gonnellini, affiancato nel mix da Pippo Grassi, e la registrazione e masterizzazione di Giacomo Fiorenza restituiscono un suono denso ma leggibile, capace di mantenere la complessità senza cedere alla confusione.

“Nella cattedrale di cristallo dove si dice respira come un Dio insonne, si inchinano ombre a pregare bobine che bruciano su altari d’acciaio. L’occhio che non batte veglia sui sogni che diventano neri. Eterna è la sua guardia sussurrando in stanza senza eco”, è il racconto che dipinge una sorta di quadro surrealista sotto la domanda “Dove finisce l’uomo e quando inizia il suo padrone?”. Le parole smettono gradualmente di pulsare, fino a quando non rimane che la musica. “Il sangue è pronto” non è semplicemente il secondo album dei Neoprimitivi, ma arriva quindi a tracciare un passo ulteriore in un percorso che rifiuta scorciatoie e cerca, con naturalezza e spavalderia, una forma propria. In un’epoca dominata dallo scorrimento e dallo skip, è un invito a restare dentro il tempo della musica, fino a quando non rimane che il suo battito.

Tracklist:

  1. L’atto di uccidere
  2. L’estasi del corpo
  3. La nostra fragile ieraticità
  4. Il sangue è pronto
  5. L’estasi dello spirito
  6. Dove finisce l’uomo quando inizia il suo padrone? 

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