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nayt non si è “sanremizzato”

15.02.2026 Scritto da Claudio Cabona

Ci sono dei rapper, e in generale molti nomi che sbarcano al Festival di Sanremo, che come dei gremlins si trasformano e cambiano aspetto per stare su quel palco. Poi c’è nayt che su una precisa identità, invece, sta fondando una carriera. Resta il fatto che vederlo sotto i riflettori dell’Ariston, dove presenterà “Prima che”, immerso quotidianamente dentro il circo della canzone italiana, per alcuni potrebbe essere spiazzante. “Sono molto tranquillo: so il pezzo che sto portando e so che disco arriverà dopo”, ribatte William Mezzanotte, questo il suo vero nome, che il 20 marzo pubblicherà il nuovo album “io individuo”.

Come sono andate le prove con l’orchestra?
Meglio di quello che immaginassi. Ne avevo già fatte alcune per i fatti miei e pensavo che poi avrei dovuto lavorare parecchio con l’orchestra e invece non è stato così, sentivo bene, è andato tutto bene. In tutti questi anni ho suonato in posti anche un po’ assurdi, quindi sono preparato. Ora sto cercando di trovare la quadra sui movimenti, sulla fisicità, che sono altri aspetti per me fondamentali.

Perché questo è il momento giusto per il Festival di Sanremo?
Non è questione di “momento”, ho semplicemente scritto quello che per me è il pezzo giusto. È arrivato naturalmente. È uscito in un pomeriggio, lo sentivo forte, anche sul beat. A un certo punto mi hanno detto: “perché non proviamo a proporre qualcosa a Sanremo?”. E io ho pensato che questo potesse essere il brano ideale.

Per te, più che per Sanremo.
Beh, sì, in effetti non è un brano con un ritornello che si apre. Io ci ho sempre puntato, ma non era scontato, proprio per la sua struttura, che venisse preso e accolto. Penso sia un pezzo rap come non è mai stato portato a Sanremo prima d’ora.

Non ti sei “sanremizzato”…
Guarda, ho sempre pensato: se un giorno andrò a Sanremo, lo farò con un pezzo che non mi snaturi. Quando non è così è un problema. Se non facessi in questo modo, se non andassi a Sanremo con un pezzo “mio”, crollerebbe tutto quello che ho costruito, con fatica e lavoro, in tutti questi anni. Tutti parlano di Sanremo come se fosse determinante, per me è un mattone da aggiungere: ho un disco nuovo, farò un nuovo tour. Mi guardo proiettato avanti.

Al Forum di Milano, quasi presagendo questo momento, dicesti: “Tutto quello che faccio, lo faccio per la musica”. Una parte dei tuoi fan pensi possa non aver capito questa adesione al Festival?
All’annuncio della mia partecipazione ho notato che c’è stata una parte di pubblico, non preponderante, non maggioritaria, che più che altro era spaventata. Hanno paura che io all’Ariston possa snaturarmi. Feci quel discorso che hai citato, al Forum, perché già stavo notando questo clima: alcuni fan, banalmente, vedendomi in una location come un palazzetto, si interrogavano su questa mia “apertura”. I palazzetti infatti danno il percepito di un artista più “per tutti”, non di nicchia. E adesso alcuni penseranno: “va a Sanremo, c’è il rischio che assecondi quel mondo”.

Ma ha davvero senso pensarlo?
Sì, perché quando alcuni artisti si inseriscono in alcune dinamiche del mainstream, le trasformazioni avvengono, e io quindi capisco il punto di vista di un ascoltatore. Ma allo stesso tempo sono molto tranquillo: so il pezzo che sto portando e so che disco arriverà dopo. Sono centrato e sicuro di quello che sto facendo.

Quali quesiti pone la canzone “Prima che” e come si inserisce nel disegno più ampio del disco “io individuo”?
È una canzone manifesto del disco che sta arrivando. È come se avessi un concept che unisce tutti i dischi che faccio, l’opera d’arte è questo, è la vita stessa se l’artista è al servizio dell’arte che fa. C’è un filo rosso che unisce tutto. Questo album nello specifico parla sempre della ricerca dell’identità, ma in particolare del contatto con l’altro, della ricerca dell’altro. La domanda fulcro è: come si fa a stare insieme? “Prima che” si concentra su un dettaglio di questo argomento, che è il riconoscimento. È come se io lanciassi un’ipotesi: forse per stare insieme dobbiamo riconoscerci, forse dobbiamo vederci davvero per quello che siamo e questo non sta accadendo.

Dici “prima della prima donna”, quindi parli anche di un riconoscimento ancestrale, che parte prima della nascita del singolo individuo.
La “prima donna” è la madre. Sì, il pezzo allarga la lente, si parla di società, si domanda da dove veniamo. Nel disco le origini sono trattate da varie angolazioni.

Lo stare insieme in un’epoca di frammentazioni era anche un punto cardine nello show di Bad Bunny per il Super Bowl.
È un tema centrale, oggi più che mai. Io penso che i grandi artisti abbiano la capacità di anticipare gli argomenti di cui poi tutti andremo a parlare. Oggi, lo abbiamo sotto gli occhi, non riusciamo a comprenderci. E ciò è viziato anche dal filtro dei social che spesso usiamo in modo maggioritario per comunicare. I social hanno proprio delle dinamiche intrinseche che non funzionano: uno posta, poi aspetta il feedback degli altri e così via, come in un gioco di ruolo. Ma non è vero scambio. Certi temi morali e politici hanno bisogno di un dibattito istantaneo, che muta durante il dialogo stesso, non di un botta-risposta a turnazioni. E questo secondo me lo stiamo metabolizzando.

Come state lavorando con Zef, produttore del brano sanremese?
Per me Zef è un grandissimo produttore, l’ho conosciuto lo scorso anno. Ci siamo visti relativamente poche volte, ma in quelle occasioni sono nati tanti pezzi. Una parte del disco l’ha prodotta lui e questa è la prima volta che mi apro, che collaboro con più produttori per un progetto. Con lui mi trovo perché ha gusto. Io non ho bisogno di molto…mi serve una base per scrivere, e quando arriva, scrivo parecchio.

Questa idea di connessione si riverbera quindi anche nella musica, non è solo un “tema”: è un modus operandi.
È così, nelle canzoni parlo del rapporto con gli altri e allo stesso tempo io, che ho sempre avuto difficoltà a sentirmi parte di una collettività, sto alimentando questa tendenza a coinvolgere più persone nel mio cammino. E voglio incentivare questo percorso perché credo che in questa fase sia necessario.

A Sanremo, durante la serata dedicata alle cover, ti esibirai insieme a Joan Thiele con il brano “La canzone dell’amore perduto” di De André. Perché questa scelta?
L’ho scelta perché, portando un pezzo molto rap, nella serata delle cover volevo esprimere anche il mio lato più cantautorale. Volevo un pezzo che fosse nelle mie corde vocali ed emotive. Joan è speciale, mi aiuta a esplorare e a comunicare con il femminile. Il pezzo parla di un amore finito, di nuovi amori. Sarà bello perché tratteremo il testo come se ci facessimo da specchio. Le cose si fanno sempre in due, nel bene e nel male. E noi rappresenteremo il brano in modo onesto.


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