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Mgk “è nato per suonare a tutto volume”: il live a Bologna

16.02.2026 Scritto da Elena Palmieri

Mgk”, non più “Machine Gun Kelly”, è il coro che si solleva a questo nuovo passaggio tricolore. A distanza di oltre tre anni dal precedente concerto milanese, il rapper prestato ormai definitivamente al pop rock torna in Italia la sera del 15 febbraio per un unico concerto all’Unipol Arena di Bologna. Da qui riparte il tour di Mgk a supporto del suo ultimo album, “Lost Americana” (qui la nostra recensione), uscito lo scorso agosto.

Con il recente disco, Machine Gun Kelly ha accorciato il nome e cambiato immaginario: non più chitarre e capelli colorati di rosa, ma riferimenti all’America polverosa delle Marlboro rosse. L’artista, originario di Cleveland, non ha però abbandonato il percorso musicale iniziato con “Tickets to my downfall” del 2020, che segnò il suo passaggio definitivo dall’hip hop alle chitarre, recuperando i suoni ruffiani dai ritmi frenetici che nei primi anni Duemila portarono band come Blink 182 e i Sum 41 ad affermarsi nel mainstream. Coadiuvato sempre da Travis Barker, Mgk si è trovato bene a rivestire i panni del “principe del pop punk”, continuando su questa strada anche per “Mainstream sellout” nel 2022. Con “Lost Americana”, il cantante ha poi scoperto che darsi ai balletti per TikTok è l’ennesima trovata che per lui può funzionare e il pop rock è diventato la sua cifra stilistica più azzeccata per tenere insieme le sue varie anime musicali. Ecco che fin dall’apertura del concerto all’Unipol Arena, Mgk ci tiene a risottolineare la nuova narrazione del suo personaggio. “Tra la polvere di Cleveland e i neon di Hollywood, un ragazzo trovò una chitarra a sei corde sepolta nella pietra. E quando la estrasse, l’aria si spaccò”, si sente dire dalla voce registrata che anticipa l’inizio dello show. Il narratore non è Bob Dylan, che prestò il suo inconfondibile timbro al trailer di annuncio di “Lost Americana”, lasciando nuovamente tutti sorpresi. L’atmosfera che si vuole ricreare è però la stessa, e il racconto continua: “C’è chi dice che non appartenga a questo tempo. L’ultimo dei selvaggi. Quando il rock sanguinava ancora e la verità faceva ancora male. Tutto quello che so è che quell’uomo è nato per suonare a tutto volume, per bruciare il proprio nome nel mito di un Paese che ha dimenticato come si sente davvero. Lost Americana. Il mito. La leggenda. La rockstar perduta”.

L’ingresso in scena di Mgk è nuovamente teatrale, con lui che stavolta emerge da una botola sotto il palco uscendo dalla bocca dell’enorme statua al centro, mentre la sua chitarra viene calata dall’alto. La scenografia è meno complessa di quella dello scorso tour, ma è più di impatto grazie all’unico vero elemento scenico. Non ci sono più manichini enormi e mega schermi a rappresentare l’internet da zittire, ma al centro della scena c’è una testa gigante della statua della libertà ribaltata per terra, addobbata da piercing al naso che richiamano quelli del cantante. Il braccio della statua è alzato verso l’alto per tenere sospesa un’enorme sigaretta che MGK raggiungerà per cantare “I think I’m okay”. Eppure Colson Baker, questo il nome all’anagrafe dell’artista, ha ancora bisogno di sfidare e ribaltare i pareri che il pubblico di lui ha sul web. In più di un momento di pausa, gli schermi propongono il punto di vista di un ragazzo che, come uno yotuber qualunque, tiene a far sapere ai suoi seguaci che a lui interessa solo il Machine Gun Kelly rapper, non quello che fa emo pop rock. Tuttavia, le canzoni di MGK sono talmente accattivanti quando ci sono chitarre e batterie veloci, che anche i più scettici cambiano opinione diventando suoi fan. La tensione di Machine Gun Kelly negli ultimi anni si è placata, e lo show dal vivo ne beneficia. Non è più tutto solo una sfida contro il parere degli altri, ma un momento di divertimento e condivisione.

Il palazzetto è gremito per un concerto annunciato sold out dagli organizzatori e dallo stesso Mgk sul palco, che più di un’occasione lo sottolinea con fierezza. Il pubblico, composto per lo più da millenial cresciuti con il pop punk dei primi Duemila, dimostra fin dagli outfit di essere fan del Machine Gun Kelly più rockettaro. La componente femminile dei presenti si fa sentire, soprattutto quando il cantante aizza le sue grida togliendosi la maglietta a metà concerto.

La narrazione di “Lost Americana” è il filo rosso dello show, mentre la scaletta è un flusso continuo di circa trenta brani che per due ore di show non concedono tregua e tengono insieme tutte le anime di Mgk, dal ragazzo di Cleveland con il microfono in mano al frontman che imbraccia la chitarra come fosse un’arma. L’apertura è affidata a “Outlaw overture”, che funziona come un prologo cinematografico partendo sull’entrata di Mgk. “Starman” è subito seguita da “Don’t wait run fast”, il pezzo più immediato e frenetico di “Lost Americana” e dell’intero concerto. Il suono è compatto, diretto, volutamente rumoroso, e serve a ribadire che la svolta rock e pop non è un travestimento ma un’identità ormai metabolizzata. “Maybe” accende i cori collettivi, mentre il medley che unisce “Wild Boy”, “El Diablo”, “Ay!” e “F*CK YOU, GOODBYE” riporta a galla il passato rap, compresso e rilanciato dentro una dimensione più chitarristica, quasi a voler dimostrare che le due nature possono convivere senza smentirsi. Uno dei primi momenti di respiro arriva con “Goddamn”, eseguita con la chitarra acustica, mentre sul finale Mgk è pronto per arrampicarsi lungo la mano della Statua della Libertà ribaltata, trasformando la scenografia in un’estensione fisica del racconto. Inizia come un passaggio più intimo, subito ribaltato dall’esplosione del ritornello di “I think I’m okay”, cantata proprio dall’enorme sigaretta sospesa, che sul verso “Roll me up and smoke me, love” - in studio cantato da Yungblud - viene accesa da un gigante accendito che si solleva, in una delle immagini più iconiche della serata.

La parte centrale del concerto è un tuffo nel periodo d’oro pop punk per celebrare i cinque anni dall’uscita di “Tickets to my downfall”: “Title track”, “Drunk face”, “Bloody valentine”, con alcune fan invitate sul palco, e “Forget me too” scorrono una dopo l’altra come fossero la colonna sonora adolescenziale di un’intera generazione, e il pubblico canta ogni parola. Arriva il momento per Mgk di attraversare il parterre e raggiungere la pedana centrale per un segmento in acustico. Qui propone “Who I was” e il debutto live di “Times of my life”, accolto con curiosità e partecipazione, prima di intrecciare frammenti di “27”, “Kiss kiss” e “Love race” e di intonare “Bad things”, che trasforma l’arena in un unico coro.

Tornato sul main stage, il cantante sorprende con la cover di “Iris” dei Goo Goo Dolls, in duetto con Julia Wolf, già vista come opening act della serata, un momento che stempera l’adrenalina e mette in luce la sua voce più fragile. Ma la quiete dura poco: “Treading water”, proposta per la prima volta in questo tour, e poi “Daywalker” e “Concert for aliens” riportano il set su binari più aggressivi, con batteria serrata e chitarre taglienti. Quando partono le note di “My ex’s best friend”, Mgk si toglie la maglietta tra le urla del pubblico femminile, alimentando un boato che sembra scuotere le gradinate. La parte emotiva trova il suo apice con “Twin flame” e soprattutto con “Play this when I’m gone”, dedicata alla figlia, accompagnata da un video che la ritrae sugli schermi e che per qualche minuto sospende il clima da festa trasformandolo in confessione. È uno dei passaggi in cui la tensione combattiva degli esordi lascia spazio a una vulnerabilità più adulta, meno rabbiosa e più consapevole.

Dopo “Papercuts” e “Lonely road”, il finale riporta l’attenzione nel cuore di “Lost Americana”. Con “Cliché”, “Sweet coraline” e “Vampire diaries” tornano le chitarre elettriche e quei balletti pensati per TikTok che Mgk ha ormai integrato senza imbarazzo nella propria grammatica live. È qui che il concerto diventa una celebrazione collettiva, più festa che sfida, più condivisione che rivendicazione. “Why are you here” arriva infine come saluto, e quando le luci si riaccendono, resta la sensazione di aver assistito a uno show che non rinnega nulla del passato ma lo riorganizza dentro una narrazione nuova, coerente con quell’idea di “rockstar perduta” evocata all’inizio. E se è vero, come dice la voce registrata, che “è nato per suonare a tutto volume”, a Bologna Mgk lo ha dimostrato senza bisogno di ulteriori prove. Che stia simpatico o meno.

Ecco la scaletta:

outlaw overture 
starman 
dont wait run fast 
maybe / Wild Boy / El Diablo 
ay! 
F*CK YOU, GOODBYE
goddamn 
I Think I'm OKAY 
title track 
drunk face 
bloody valentine 
forget me too 

B-Stage

Who I Was
times of my life Debutto live
27 / kiss kiss / love race 
Bad Things 

Main Stage

Iris - Cover dei Goo Goo Dolls (con Julia Wolf)
treading water 
DAYWALKER 
concert for aliens 
my ex's best friend 
jawbreaker 
nothing inside 
twin flame / play this when i'm gone 
papercuts 
Lonely Road 
cliché 
sweet coraline 
vampire diaries 
why are you here


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