La frase è pronunciata, nel documentario “Andando dove non so. Una vita da fuggiasco” diretto da Cristiana Mainardi, proprio da Mauro Pagani, e si riferisce a un pianoforte che sta nel suo studio di registrazione, le Officine Meccaniche. Ma è anche un’adeguata descrizione del protagonista del lavoro, musicista, produttore, arrangiatore, autore di colonne sonore, che pochi giorni fa (il 5 febbraio) ha compiuto 80 anni. Il documentario è stato presentato in prima nazionale, dopo alcune proiezioni riservate alla stampa, ieri al Teatro di Fiesole (Firenze), alla presenza dell’artista e della regista, e arriverà nelle sale italiane il 16, 17 e 18 febbraio 2026 distribuito da Fandango.
Il sottotitolo, “Una vita da fuggiasco”, è mutuato dall’autobiografia “Nove vite e dieci blues”, pubblicata da Bompiani nel settembre del 2022 con l’attenta curatela di Silvia Trabattoni. E il “fuggiasco” è l’inquieto alter ego di Mauro Pagani, quello che ne ha fin dall’adolescenza influenzato scelte, decisioni, svolte e cambi di direzione artistici e personali. Il documentario li racconta, con la voce del protagonista e di alcuni testimoni, seguendo una traccia non cronologica (meno male) ma direi quasi sentimentale.
Chi, come me, conosce Mauro da moltissimo tempo (abbiamo in comune le origini bresciane), non ha certamente bisogno che gli vengano ricordati i moltissimi meriti che Pagani ha acquisito nel campo della musica. Né sarebbero potuti bastare i 97 minuti di durata del documentario per ospitare le testimonianze di tutti quelli che hanno, in diversi modi, beneficiato del lavoro di Pagani o l’hanno affiancato negli anni (qui partecipano Manuel Agnelli, Giuliano Sangiorgi, Marco Mengoni, Badara Seck, Mahmood, Dori Ghezzi, Ligabue, Arisa, Ornella Vanoni, e la compagna di vita e lavoro Silvia Posa, ma l’elenco completo sarebbe molto più lungo).
Rispetto alla formula un po’ logora del classico documentario, nel quale ci sono persone che parlano “del” protagonista, questo ha il pregio di far sfilare persone che parlano anche “con” il protagonista, ricordando e commentando quel che hanno fatto insieme; e, al netto di una certa ripetitività – quanti abbracci! – la modalità funziona. Ci sono momenti anche emozionanti (quello con Arisa, per dirne uno), altri magari meno emotivi e più “professionali” (Manuel Agnelli), ma nel complesso tutto si tiene bene. Il risultato non è propriamente un riassunto della carriera di Pagani (come ho detto, sarebbero servite almeno tre puntate) ma senz’altro ne è un buon compendio, oltre che un ritratto affettuoso e un tributo rispettoso a un “bel signore di una certa età” che ha lasciato un segno forte nella storia della musica italiana.
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