C’è modo e modo per celebrare un classico. La nuova edizione di “Who Are You” sceglie la via più radicale, quella dell’esaustività. Un box ideato e assemblato per scavare dentro l’ultimo turbolento periodo degli Who, riportando alla luce ogni singolo dettaglio di una fase in cui la band cercava di sopravvivere, soprattutto a se stessa.
La fine di un'epoca
Si racconta così ogni frammento della stagione più tempestosa di Pete Townshend e soci, dalla difficile tournée del 1979 alle prove agli Shepperton Studios, dai mix rimasti inediti agli eccessi di ogni tipo, fino agli ultimi mesi con Keith Moon. Ne risulta un’edizione monstre che in sette cd, un blu-ray con mix ad alta risoluzione e Dolby Atmos, un librone rilegato ricco di appunti e fotografie e più di settanta tracce mai ascoltate prima riesce a fondere ricostruzione storica, nuove tecnologie, così come le tante tensioni di un gruppo davvero in bilico.
“Who Are You (Super Deluxe Edition)” è una vera e propria mappa sonora ricostruita con precisione filologica, a partire dalla rimasterizzazione dell’album originale, che oggi suona più limpido e profondo. Le chitarre sono più definite, le voci emergono con naturalezza, il basso è più corposo e il drumming, libero dalle compressioni, rivela dinamiche finora nascoste.
Tra i lavori più discussi degli Who, “Who Are You” ha sempre rappresentato un punto di snodo, meno selvaggio rispetto agli esordi, ma anche troppo complesso per essere bollato come un semplice album commerciale. Pubblicato originariamente nel ’78, arrivava dopo un decennio di successi, ma anche di crescenti contrasti interni, in un momento in cui la band oscillava tra il desiderio di rinnovarsi e una certa fatica a reggere i fasti della propria aura. Riascoltato oggi appare come un disco sospeso tra l’energia del rock e la ricerca di nuova modernità.
Who are you?
Prodotto ai tempi da Glyn Johns e dall’allora cognato di Townshend, John Astley, spiccano tra le nove tracce originali, la critica al sistema discografico “New song” e il disincanto orchestrale “Had enough”, firmato da John Entwistle. Ancora, se “Love is coming down” mette in risalto il lato più malinconico del quartetto, “Guitar and pen” riflette ironicamente sul mestiere del musicista e l’elettronica di “Sister disco” è lo specchio di una band che guarda con curiosità al suono sintetico di fine anni Settanta.
La title track resta il baricentro dell’album, originata da una notte di eccessi di Pete in compagnia di Paul Cook e Steve Jones dei Sex Pistols e conclusa con il musicista addormentato per strada nel quartiere di Soho, dove fu richiamato da un agente che evidentemente non lo aveva riconosciuto. “Who are you”, oltre ad aver guadagnato fama di vero e proprio tormentone televisivo, si dipana con una logica quasi cinematografica nel modo in cui sviluppa temi e dinamiche, con Daltrey in una delle sue migliori interpretazioni e il resto della band in stato di grazia. Nella sua nuova veste guadagna peso e ampiezza, con i synth più presenti e una sezione ritmica di grande solidità.
Il laboratorio di Townshend e soci
La parte più cicciosa del box è però senza dubbio costituita dal materiale che fa da cornice all’album, con il secondo disco che raccoglie i nuovi mix di Steven Wilson, mentre il terzo approfondisce il laboratorio creativo di Townshend e soci con una serie di demo, outtake e versioni alternative. Si trovano così una “Who are you” con una strofa extra, una “Music must change” priva del complesso tempo composto della batteria, oppure “New song” dai toni quasi introspettivi con Pete alla voce al posto di Roger. Ancora, spiccano una primissima resa di “Empty glass”, che diventerà poi anche il titolo della prima uscita solista del chitarrista e principale autore degli Who, come anche una ben ispirata “No road to romance”, che avrebbe forse meritato sorte migliore trovando posto nella scaletta ufficiale. Pete Townshend dirige e sperimenta, John Entwistle offre importanti e mai banali contributi creativi, Roger Daltrey cerca la giusta linea vocale e Keith Moon conferma la sua bizzarra imprevedibilità. È una fotografia realistica del gruppo in studio, ben lontana dall’immagine un po’ mitizzata degli Who negli anni Sessanta.
Le session agli Shepperton Studios, raccolte nel disco numero quattro, presentano il quartetto in presa diretta, tra discussioni, errori, passaggi incompleti e momenti di vera ispirazione. Si trovano prove del tour e documenti di una band ancora ben salda, tra “Baba O’ Riley”, “Run run, run”, “The kids are alright” e le travolgenti interpretazioni di “Skahin’ all over” o “I saw her standing there”. Sempre agli Shepperton è dedicato anche il quinto disco, con le registrazioni del ’78 per la pellicola “The Kids Are Alright”, con le ultime esibizioni documentate di Keith Moon.
A testimoniare la transizione degli Who, i live del ’79, registrati nel corso del primo tour dopo la scomparsa del proprio batterista, in cui il gruppo appare meno esplosivo, ma ben determinato a mostrare quanto potesse ancora funzionare. Insieme ai tre membri superstiti, una sezione fiati, Kenney Jones (ex Small Faces) dietro i tamburi e John “Rabbit” Bundrick alle tastiere, per un sound rinnovato senza perdere di intensità. Nonostante l’assenza del funambolico Keith sia percepibile, il missaggio ripulito valorizza le performance e mostra un Roger Daltrey in forma straordinaria.
Al servizio del caos
Naturalmente, in mezzo a tanta vastità, non tutto riesce, o potrebbe riuscire, a mantenere lo stesso livello di interesse. Con una tale ampiezza di materiale, c’è più di un passaggio ridondante, ma è chiaramente un progetto pensato per gli appassionati più devoti, quelli che della band di Townshend vogliono conoscere ogni dettaglio e ogni sfumatura del proprio processo creativo.
Il vero merito però di questo ampio box set è però quello di raccontare “Who Are You” non come un disco isolato, ma come il risultato di un processo. Ogni singola sezione del cofanetto, dall’album rimasterizzato alle prove, dalle demo ai live, riesce a dialogare con le altre, offrendo una visione coerente di una formazione quasi al limite, ma ancora vitale. Quegli anni turbolenti segnavano un momento di trasformazione decisivo per la band inglese, con la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. Dopo le fiammate di “Tommy” e “Who’s Next” o la teatralità di “Quadrophenia”, gli Who cercavano una personale sintesi tra introspezione e potenza, di cui “Who Are You” ne è la prova più lucida.
Nuove direzioni
Riascoltato che sia nella sua vasta interezza - o nel solo album originale o nell’edizione ridotta a due dischi con demo e outtake - “Who Are You” suona in questo modo meno come l’ultimo capitolo degli Who “classici” e più come un grande punto di svolta. Le canzoni, levigate e private dalle limitazioni tecnologiche del passato, rivelano le intuizioni di un gruppo che, seppur in crisi, non ha mai smesso di cercare nuove direzioni. Al bivio tra disgregazione e rinascita, “Who Are You” resta in questo modo il documento con cui gli Who impararono, loro malgrado, a fare i conti con il proprio mito. E forse proprio per questo continua a suonare così irripetibile