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Luci e ombre nel carnevale degli U2

06.11.2026 Scritto da Gianni Sibilla

Gli U2 hanno fatto le cose in grande, anche questa volta. “Carnaval de luz”, il nuovo album della band, che esce il 13 novembre e che abbiamo ascoltato in anteprima, è la punta luminosa di un iceberg che comprende anche “Days of Ash” ed “Easter Lily”, gli EP usciti nella prima parte del 2026. Carnevale, Giorno delle Ceneri, Pasqua: una trilogia basata sul calendario liturgico che si articola in 24 canzoni.

“Carnaval de luz”, il primo album di inediti in quasi nove anni da “Songs of Experience”, è un disco di luci ed ombre, chiaroscuri, con melodie che contrastano con la vena politica, in cui l’amore si scontra con l’idea che “Catastrophising is the glamorizing of the world's pain”, alla ricerca del sole dentro la notte, come recita “Midnight Sunshine”.

Non fatevi ingannare dai singoli usciti finora, molto “alla U2”, persino un po’ prevedibili. “Carnaval de luz” è un disco vario, a tratti pure sperimentale, in cui gli U2 giocano con la loro storia, e soprattutto con la forma della canzone. Diversi brani hanno un suono riconoscibilissimo, ma prendono deviazioni, cambiano strada, per tornare al punto di partenza, senza mai perdere di vista le melodie e i suoni di chitarra.
Il disco inizia con l’elettronica e finisce con la voce di Dolly Parton: in mezzo ci sono momenti pop, ambient, gospel moderni (“Glorify”, sicuramente una delle canzoni più belle del disco), rimandi ai suoni di “Achtung Baby” (“La reina”) e pure a quelli di “The Unforgettable Fire”, come in “Can't Stop Us Now”, una delle quattro canzoni firmate con Brian Eno. Sono in generale i momenti migliori. Su tutti, “The Greatest Show on Earth” è il capolavoro dell’album.
A un primo ascolto, non tutto funziona, e a tratti sembra un po’ ondivago: è un disco che prende appunto diverse direzioni, ma spesso senza percorrerle fino in fondo. La produzione è di Jacknife Lee (storico produttore di Snow Patrol e R.E.M., ma da lungo tempo collaboratore della band), con Ryan Tedder (OneRepublic) accreditato come “additional production”. Eccolo raccontato canzone per canzone.

1 - "Go"

Come inizio (e come title track) non c’è male: un brano elettronico incalzante, che si apre sul ritornello: “Carnaval de luz/Don't wanna find myself, I wanna lose myself in you”.
Una delle quattro canzoni cofirmate con Brian Eno, inizia con gli stessi suoni di “Coexist”, il brano finale dell’EP “Easter Lily”, dando un’idea di circolarità. La canzone contiene e spiega il titolo: “Welcome to tonight, a carnival of light/Illumination is the way to fight this/I've had it with the fear, Go!”

2 - "La reina"

Vibrazioni alla “Zoo Station”, con la chitarra, la ritmica e le aperture melodiche. Canzone che parla di travestimenti e identità, con un occhio al mondo ispanico che pervade tutto il disco, tanto che nel brano la regina del titolo canta il reggaeton: “Spray on gold with a plastic crown/Lèse-majesté on walk about/Sing'a'ling along the reggaeton”.
Come diverse canzoni del disco, “La reina” a un certo punto devia, cambia tempo e melodia, per poi tornare al punto di partenza: “Here comes the big reveal/No, nobody is alone/But nobody knows that/Everyone is on their own”.

3 "Street of lights"

Il primo singolo, forse la canzone più “alla U2” del mazzo, e non nel senso migliore: un ritornello che arriva subito in maniera un po’ troppo prevedibile. Alla fine è “Street of lights” la più debole del disco.

4 - "Rosalìa"

La cantante spagnola diventa quasi una sorta di musa, colei che è “Stubbornly in the service of her song”, colei che con la sua arte crea uno specchio, ma lo rompe. Si apre con l’infinite guitar di Edge appena accennata, poi un riff acustico più deciso: un’altra canzone che cambia direzione diverse volte, ma a rimanere in mente è il ritornello corale, e anche un po’ banale: “Rosalía la olé/Rosalía who are ya?”.  Sarei curioso di sapere la reazione della cantante al primo ascolto
Notevole in diversi passaggi il basso di Adam Clayton.

5 - "Superficiality"

Un altro riff memorabile, sostenuto da un bel giro di basso che porta al ritornello in falsetto, con una delle frasi chiave del disco: “Freedom is a feeling/It’s a feeling that I have around you”, con Bono che gioca con l’idea delle canzoni di successo. Anche questa canzone a metà prende un’altra strada, per tornare al punto di partenza, ma senza mai perdere una certa orecchiabilità. Probabilmente sarà uno dei pezzi chiave dal vivo.
We're a one hit wonder baby/Superficiality/I guess it's hard for your serious friends/But not so difficult for me/Cause Freedom is a feeling/ It's a feeling that I have around you

6 - "If the world is at war we better not be"

Questa canzone e la precedente sono fuse l’una nell’altra, ma qua si rallenta con una ballata rarefatta, con la voce di Bono davanti, che riflette sul suo ruolo e su quello della musica e del cantante nel trovare la luce nelle tenebre: “No such thing as rock and roll/We just needed it to be/No such thing as certainty/But I sing this without a doubt/A light has entered the darkness/No darkness can put it out”.
Nel bridge la voce diventa filtrata, come in “Coexist” da “Easter Lily”, anche se in questo brano non c’è la mano di Brian Eno, come si potrebbe credere.

7 - "Silencio"

Il secondo singolo, già lo conoscete: due minuti e mezzo di rock ’n’ roll volutamente grezzo, con gli U2 che tornano alle origini e al mondo di “Vertigo”  - anche se i tempi sono un po’ cambiati. Uno stacco notevole sia dal brano precedente, sia da quello che segue.

8 - "The Greatest Show on Earth"

Il centro emotivo del disco, tanto che dà il nome al tour: i fan se ne sono innamorati e a ragione. Una grande zampata sia con il suono - l’intreccio tra chitarra e voce all’inizio è da brividi, quando entra il piano ancora di più - sia con il testo, una riflessione su amore, dolore e nostalgia: “I can show you what it’s not/If this is love, we make cathedrals of our hurt/People digging their dreams out of the dirt/We were once the greatest show on earth”.

9 - "Glorify"

Inizia con un coro gospel, poi al centro passano la voce di Bono e la chitarra. Il brano cresce poco per volta, ricordando nell’incedere un po’ “Summer of Love” da “Songs of Experience”, per finire nuovamente gospel, con un tema centrato sull’avere fede in tempi bui: “As the heavens fall, baby don't we all?/Yeah, it happens all the time, all the time/So let your heart be full, expect a miracle/They’re looking for you to Glorify, Glorify”.
Non è una canzone nuova: accompagnava l’uscita di scena della band negli show della Sphere di Las Vegas, ma con la voce di Brittany Howard degli Alabama Shakes. Qua gli U2 se la riprendono, riarrangiandola, e funziona ancora meglio: un grande pezzo. La canzone, come già “Scars” in “Easter Lily”, è frutto della collaborazione con il DJ Martin Garrix. Porta anche la firma degli autori svedesi John Martin Lindström e Michel Zitron, nonché dell’amico Simon Carmody, che cofirma il testo.

10 - "Midnight Sunshine" (Studio Version)

Altra canzone con Brian Eno: parte con un piano in lontananza, poi diventa un pezzo pop, molto diretto, in cui la melodia contrasta con il testo che parla di catastrofi (“Catastrophising is the glamorizing of the world's pain”) e posti in cui rifugiarsi (“Time to take cover/In your bedroom or a bunker”). Ma essendo gli U2, c’è sempre una speranza: “In the dark we discover/Midnight sunshine”.

11 - "Can't Stop Us Now"

Una canzone lunga (quasi sei minuti) dall’andamento irregolare che sembra quasi provenire dai tempi di “The Unforgettable Fire”. L’inizio è quasi ambient: si sente la mano di Brian Eno (e del suo storico collaboratore Leo Abrahams, accreditato come chitarrista aggiuntivo). Assieme all’iniziale “Go”, il momento più avventuroso del disco.
Ah, se gli U2 avessero fatto tutto questo disco con Brian Eno e non solo quattro canzoni…

12 - "Torn" (con Dolly Parton)

Sulla coda della canzone precedente inizia questa ed entra la voce di Dolly Parton: “I can't deny this passion and desire/But I know it has to burn me”. Canta la prima strofa, Bono la seconda, poi si fondono nel ritornello: “Brothers turn to strangers/And sons deny their name/Somebody loses either way/And every heart is torn”. 
Le due voci si intrecciano per tutto il brano, dall’arrangiamento minimale proprio per valorizzare i due cantanti. L a voce è perfetta, anche se è l’ultima incisione di Dolly Parton, quando era già malata: il testamento musicale di Dolly Parton.
Ironia della sorte - o scelta voluta - teoricamente la canzone successiva è la prima di “Days of Ash”, si intitola “American Obituary”.
Così come “Go” è un gran modo di iniziare un album spiazzando l’ascoltatore, questo è un gran modo di chiudere il cerchio, con suoni più tradizionali. Una curiosità: è cofirmatari da Johnny McDaid degli Snow Patrol ,che per la cronaca è anche uno degli autori di “Shape of You” di Ed Sheeran. 

In conclusione

Complice l'enorme tour promozionale che la band sta sostenendo in questo periodo, si finirà per considerare “Carnaval de luz” un disco a sé stante. Ma il paradosso è che i due EP usciti in precedenza sono più diretti, mentre “Carnaval de luz” è la parte più complessa e ambiziosa della trilogia. Gli U2 in più di un passaggio, si fanno prendere troppo la mano dall’ambizione di tenere assieme il loro lato pop e quello sperimentale. Alla fine più interessanti quando escono dalla propria formula - soprattutto con l’aiuto di Brian Eno - che quando cercano di riprodurla.


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