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Lirica fa rima con politica: l'impegno classicista di Consoli

01.01.2026 Scritto da Lucia Mora

Fino all’11 gennaio, ripubblichiamo le recensioni dei dischi candidati ai Rockol Awards 2025 nella categoria "Miglior album italiano": è possibile votare qua.  
Qua invece le candidature per i migliori live.

 

Amuri Luci" è il primo, ambizioso capitolo della trilogia architettata da Carmen Consoli. Ambizioso, perché parte da premesse molto coraggiose: è un disco in dialetto siciliano, che prende una precisa posizione politica e che ha riferimenti culturali altissimi. Scelte che non si vedono – né tantomeno sentono – molto spesso in giro, in Italia.

Trilogia, perché l’obiettivo della cantantessa, come ama definirsi, è esplorare le sue tre anime: radici mediterranee, cantautorato e rock. “Amuri Luci” riesce bene nell’intento di condensarle in un unico prodotto, che si serve del dialetto siciliano – arricchito da lingue antiche come latino, greco e arabo – non come folklore ma come strumento attivo di memoria. Anche i testi degli undici brani in tracklist sono ispirati alla tradizione poetica siciliana e mediterranea, con riferimenti che vanno dai fratelli Impastato (cui è dedicata la title track) a Teocrito e Ovidio fino all’omaggio al poeta arabo-siciliano Ibn Hamdis. “La terra di Hamdis” gode del contributo di Mahmood, primo dei tre collaboratori scelti da Consoli per il disco; una riflessione sulle migrazioni e sul dolore universale degli esiliati che incarna bene lo spirito dell’album.

Il secondo collaboratore è Jovanotti in “Parru cu tia”, un inno alla ribellione e all’azione, mentre il terzo – Leonardo Sgroi, giovane tenore del Maggio Musicale Fiorentino – cammina sulle orme di Nina da Messina, la prima donna a scrivere in volgare, nel brano “Qual sete voi?”. Un lavoro di ricerca notevole insieme a tre comparse che funzionano, nella loro eterogeneità, all'interno del complesso mosaico dipinto da Consoli. Nel suo decimo album in studio si mescolano folk, blues, elementi orchestrali e sperimentazioni, sorrette da una visione d’insieme – sia musicale sia tematica – solida e ben definita.

Si passa da arrangiamenti minimali dove la voce è protagonista, come in “Mamma tedesca” e “Bonsai #3”, al ritmo della samba sbarazzina anni Sessanta di “3 oru 3 oru”; dal timbro lirico del tenore agli strumenti tradizionali di “Γαλάτεια (Galáteia)”. L’antichità e il presente che si fondono in un abbraccio.

La cantantessa ha la capacità di traghettare chi ascolta nella terra bruciata dal sole della sua Sicilia, ai piedi dell'Etna, avvolta da una bellezza che è primordiale perché viscerale, passionale. Non un semplice ritorno in sala di registrazione dopo quattro anni di assenza, ma un progetto di ampio respiro, che vuole lasciare una traccia culturale, emotiva e politica. Un ascolto interessante perché non immediato, una struttura che richiede tempo e approfondimento per essere decodificata e apprezzata fino in fondo.

Tra musica e impegno politico-sociale, il disco si impegna a stare dalla parte di chi soffre la prepotenza del potere. E già solo per questo, in tempi così pavidi e inconsistenti, vale l’ascolto.


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