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"Like a Rolling Stone", la più grande canzone rock di sempre

20.07.2025 Scritto da Gianni Sibilla

Un colpo secco di batteria, che suona come un pugno nello stomaco dell’ascoltatore. Poi entrano il piano e l’organo, la chitarra resta sullo sfondo. Quindi arriva Dylan, che declama una storia, quella di una “socialite” che prima era bene introdotta nella gente che conta, sempre in movimento, e ora è persa: come una pietra che rotola e non raccoglie muschio, come dice il famoso proverbio. “How does it feel?” chiede Dylan, come ci si sente ad essere soli, come completi sconosciuti.
La canzone che ha segnato per sempre il rock: “Like a Rolling Stone”. Sono passati esattamente 60 anni da quel 20 luglio del ’65, quando arrivò al mondo sotto forma di singolo a 45 giri, cambiando la storia della musica. È difficile immaginare oggi cosa abbia significato per un ragazzo di allora ascoltare quel suono, quell’assalto sonoro e narrativo. Ma la sua forza rimane intatta e passa tra le generazioni - come ha dimostrato “A Complete Unknown”, il recente bio-pic su Dylan che da quella canzone prende il titolo e la mette al centro del racconto, interpretato da Timothée Chalamet.

Una rivoluzione nella forma della canzone

“Like a Rolling Stone” è stata una rivoluzione nel suono e nella forma - ha riscritto le regole di cosa e come si poteva fare con una canzone. Venne pubblicata come singolo appena un mese dopo la sua incisione, del giugno 1965: troppo lunga, sei minuti, quando gli standard del tempo non andavano oltre i tre minuti: così la versione inviata alle radio venne divisa sui due lati del vinile.
Inoltre, rompendo con tutte le convenzioni dell’epoca, non iniziava con una melodia, ma con quel secco colpo di batteria a cui si aggiungono via via gli altri strumenti, fino ad arrivare al celebre ritornello solo dopo un minuto. Le canzoni non devono per forza sempre seguire lo stesso schema: dopo il folk, Dylan imbracciò l'elettrica, pescò dal blues e rimescolò tutto con una struttura e un'idea di racconto che avrebbero influenzato generazioni di musicisti.

La fatica dietro la leggenda

Si pensa sempre alla grande musica come frutto di un’ispirazione improvvisa, ma spesso dietro ai capolavori ci sono prove, errori, strade senza uscita prima di quella giusta: la storia di “Like a Rolling Stone” è raccontata in “The Cutting Edge 1965-1966: The Bootleg Series Vol.12”, uscito giusto 10 anni fa, box dedicato alle incisioni di Dylan in quel periodo straordinario di trance creativa in cui realizzò i tre album della celebre “svolta elettrica”: “Bringing It All Back Home”, “Highway 61 Revisited” e “Blonde on Blonde”.
“Like a Rolling Stone” occupa un intero disco nella raccolta, con ben 16 take diverse e le tracce separate di ogni strumento, a partire dalla versione in valzer che Dylan non riuscì mai a completare, passando poi al rock che tutti conosciamo e trovando la chiave giusta. È un documento storico di quanto talento - e anche un po’ di caso - ci siano dietro quei sei minuti perfetti. A partire dalla famosa storia dell’organo, a cui Al Kooper si sedette quasi per caso: era un chitarrista, ma quel ruolo era già impegnato e lui voleva a tutti i costi suonare. Si improvvisò tastierista e inventò così quel giro che è una delle componenti immortali della canzone.

Giuda! La controversa svolta elettrica

“Giuda!”
È il 17 maggio 1966 e Dylan, sul palco della Free Trade Hall di Manchester, risponde così a un contestatore del pubblico che gli rimprovera la scelta elettrica, considerata un tradimento delle sue radici folk: “Non ti credo, sei un bugiardo”, dice Dylan. Poi si gira verso la sua band, The Hawks, futuri The Band, e urla: “Play it fuckin’ loud!”, prima di partire con una furiosa e memorabile versione elettrica di “Like a Rolling Stone”.
Quell’episodio - che per anni è stato erroneamente associato a un altro concerto alla Royal Albert Hall - è entrato nella storia della musica ed è stato magistralmente riscoperto da Martin Scorsese nel documentario “No Direction Home”, dove sono incluse le immagini di quello che successe nei camerini e sul palco. Contemporaneamente venne pubblicata anche la registrazione ufficiale di quel concerto, il 7° volume delle Bootleg Series, che per anni erano girate illegalmente tra i fan. Uno dei momenti più importanti del rock: Dylan scelse di andare per la sua strada spiegando a chi contestava che a tradire la musica non era lui, ma gli ascoltatori "puristi" che pretendevano che un artista fosse sempre uguale alle aspettative e a dei canoni di presunta "autenticità". Dylan non ci si ritrovava più, era già da un'altra parte, la sua musica era già avanti di anni.

Da Dylan a Chalamet: la canzone diventa cinema

Quell’evento, quella scena sono anche al centro del recente film di James Mangold, “A Complete Unknown”, con Timothée Chalamet nei panni di Dylan. La pellicola - che da un verso della canzone prende il titolo - si concede una licenza narrativa: l’urlo “Giuda!” viene ambientato al festival di Newport del 1965 dove Dylan venne contestato sempre per il suo approccio elettrico - anziché alla Free Trade Hall l’anno dopo. Ma l’essenza del racconto resta fedele alla straordinaria avventura artistica di Dylan, dedicando anche una sequenza proprio alla nascita mitologica della canzone in studio. Nel film viene cantata (dignitosamente) da Timothée Chalamet: ma la vera eresia non è la licenza che sposta l’evento del “Giuda!” quanto di averla accorciata nella colonna sonora a poco più di 3 minuti, quasi normalizzando la portata rivoluzionaria della forma inedita di quei 6 minuti che hanno cambiato la storia del rock.

Da "Judas!" agli Articolo 31: 10 versioni per celebrarla

Per festeggiare i sessant’anni di questo capolavoro, niente di meglio che riascoltarla attraverso le sue tante incarnazioni: dalla celeberrima versione “Giuda” registrata a Manchester a quella “italianizzata” degli Articolo 31, che l’hanno riletta a modo loro (con l'approvazione di Dylan e del suo staff), passando per diverse versioni del suo autore, e quelle di John Mellencamp, Cat Power e Rolling Stones. Se volete approfondire, ci sono diversi libri: da "Il giorno che Bob Dylan prese la chitarra elettrica" (""Dylan goes electric!" di Elijah Wald, che ha ispirato il film "A complete unknown") a "Like a Rolling stone" del decano Greil Marcus, allo studio accademico di Mario Gerolamo Mossa "Bob Dylan & Like a Rolling Stone".
Intanto, ecco questa playlist per celebrare Dylan e la più grande canzone rock di tutti i tempi.

(Articolo originale su Rockol.it)

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