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L'eterno dilemma rock: come si cattura il suono live in studio?

24.04.2026 Scritto da Gianni Sibilla

Uno dei motivi per cui si ama Glen Hansard è l’intensità e la generosità delle sue performance. Ma qui, forse più che in altri casi, il punto non è l’affetto: è una questione quasi teorica, che riguarda il rock e la sua natura. Come si cattura davvero un suono live? Come si fa a portare la stessa intensità nelle registrazioni di studio?
È un dilemma che perseguita artisti e band che hanno fama leggendaria sui palchi, meno nella produzione discografica. Soprattutto nel mondo del jam rock, a un certo punto, qualche nome ha quasi rinunciato, mettendo in secondo piano gli album di studio. Hansard però arriva da un mondo diverso: i suoi album sono notevoli, un po’ di distonia con quello che si vede sul palco esiste.

“Don’t Settle (Vol. 1 – Transmissions East)”, e il secondo volume che uscirà entro la fine dell’anno, nascono esattamente da questo dilemma. Una sorta di “live in studio”, album live sì ma in un contesto piccolo e controllato come il Funkhaus di Berlino, davanti a un pubblico, senza overdub. Una scelta programmatica, quasi ideologica: riportare la canzone allo stato dell’intensità dell’esecuzione. Hansard lo dice in modo molto chiaro nelle note che accompagnano il disco: "Sono sempre stato più a mio agio sul palco che in studio. Amo fare dischi. Amo il processo. Ma la canzone vive davanti a un pubblico. Una canzone ha bisogno di testimoni. È lì che sento di poterla davvero afferrare. E conoscerla – nel modo in cui è destinata a essere conosciuta".

Non è il primo album dal vivo che Hansard pubblica, ma c’è un altro motivo di interesse. I Frames, la sua prima band, quella che ha un suono più rock e duro, rivivono a fasi alterne, ma non pubblicano album da quasi 20 anni, complice il successo della carriera solista di Hansard. Piuttosto che riportarli in studio, operazione che avrebbe avuto anche un senso, visto il ritorno a certi suoni dell’ultimo album e visto che una buona parte di quei musicisti suona con lui, Hansard sceglie un’altra strada: incidere un album che suona come i Frames. Non una reunion vera e propria ma il ritorno più deciso a un suono e a un linguaggio, un processo iniziato nell’ultimo album “All That Was East Is West of Me Now”: il suono è ancora più teso, più diretto, più fisico. Brani come “Down on Our Knees” e “Didn’t He Ramble” diventano veri e propri centri di gravità, tirati, elettrici, costruiti sull’urgenza più che sulla forma - per non parlare ovviamente di “Fitzcarraldo”, uno dei capolavori dei Frames e da sempre centro delle scalette di Hansard. Funzionano perché non cercano la perfezione, ma l’impatto.

Attorno a questi momenti, il disco si muove come una retrospettiva della sua carriera: ci sono i Frames, c’è il percorso solista, c’è l’eco degli Swell Season, che pure hanno pubblicato un album recentemente - ma la parte più cantautorale e folk-soul ha un altro peso. Anche in brani come “Back Broke” e “My Little Ruin” e come nel classico irlandese “Carrickfergus” cantato con lo spirito di Shane MacGowan che scorre potente nella voce di Hansard. Anche le canzoni più intime vengono cantate con un’intensità che è il vero marchio di fabbrica dei concerti di Hansard: una tensione emotiva che non si spegne mai, neanche nei momenti più raccolti.

Così il disco trova il suo equilibrio: non è un live tradizionale, ma nemmeno un album in studio nel senso classico: è una zona intermedia, che prova a risolvere e ad abitare questo eterno dilemma del rock. “Don’t Settle (Vol. 1 – Transmissions East)” non è solo una raccolta di canzoni reinterpretate. È una dichiarazione di metodo, in attesa di un ritorno vero e proprio dei Frames, se mai avverrà.


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