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L'eredità di Piero Umiliani, da "Mah-nà mah-nà" a Stranger things

17.03.2026 Scritto da Simona Orlando

Il cappello è ancora sull’attaccapanni, accanto alla cabina telefonica e al collage di copertine di dischi che farebbero impazzire i collezionisti. La temperatura è quella delle cantine per lo champagne, per conservare intatti il Minimoog del 1974, l’Arp 2600 vintage (la voce del droide C1P8 in “Guerre stellari”), il Fender Rhodes del ’73, il Wurlitzer, e ogni macchina originale che abita qui a Roma dal 1968, cioè da quando il compositore Piero Umiliani fondò lo studio di registrazione Sound Workshop, incubatore di ogni sua idea. Migliaia di idee. Le più svariate: dalle canzoni napoletane in stile dixieland alle colonne sonore (oltre centocinquanta) per film poliziotteschi, horror, erotici, commedie, thriller, musicarelli. Fu un esploratore spericolato, capace di muoversi tra jazz, funk, ragtime, bossanova, suoni ambientali e suggestioni tropicali, sperimentazione con le tastiere sintetiche, fino alla library music, sonorizzando documentari, telegiornali, speciali televisivi. Non a caso è il musicista italiano più campionato al mondo dopo Ennio Morricone. In occasione del suo centenario, il “Roma Film Music Festival” (che dura fino al 22 marzo, diretto da Marco Patrignani) dedica tre giornate a Piero Umiliani: il 16 marzo un live di Gegè Munari & Friends (storico batterista di Umiliani e Morricone), il 17 la mostra interattiva con ospiti Joan Thiele e Jolly Mare, il 18 un concerto dedicato dei Calibro 35. Parliamo di tutto con la figlia Elisabetta, che insieme alla sorella Alessandra è custode di un tesoro inestimabile. 

La prima cosa che mi colpisce è il leggendario sintetizzatore VCS3 in quell’angolo. Che storia ha?
 
«Ho visto il film su Franco Battiato “Il lungo viaggio”. Hai presente quando il protagonista dice che di VCS3 ne esistono tre esemplari al mondo? Uno era dei Pink Floyd, uno di Battiato, il terzo è questo. Mio padre andò in macchina fino a Londra per prenderlo direttamente dal costruttore». 

Un suono ripreso anche dal tema di “Stranger Things”.
«Infatti Kyle Dixon, il compositore della serie tv, ci ha contattate per farci visita. Lo aspettiamo a braccia aperte. Abbiamo ristrutturato lo studio per riportarlo esattamente a come era e metterlo al servizio di progetti belli, in continuità con il lavoro di mio padre, tipo quelli di Calibro 35, Joan Thiele, Jolly Mare. Presto pubblicheremo un inedito di papà, ci sono tante cose in archivio. Io e mia sorella ascoltiamo i master nel suo Revox». 

Questo studio fu la sua prima dichiarazione d’indipendenza? 
«Sì, era il suo regno, potevi non vederlo a casa per giorni. Fu molto lungimirante a costruirlo e a fondare la sua etichetta, la Omicron, perché così riuscì a tenersi i diritti delle sue opere. Per lo stesso motivo molte produzioni non lo chiamarono più, perché a loro non conveniva. Però lui compensava con il lavoro delle library, che andava a gonfie vele I periodi di sperimentazione furono i più divertenti. Si metteva al VCS3 e cercava suoni. Poi si esaltava: “Senti qui, ho trovato il vento!».  

Era talmente produttivo che dovette firmare con degli pseudonimi. 
«Dicevano: “Basta con Umiliani, prendiamo i pezzi di Zalla, prendiamo Catamo, o Tusco, Rovi, Moggi”, che poi erano sempre lui. Su questo muro il proiezionista mandava le immagini che mio padre musicava. Al piano di sopra c’era la moviola».
 

Andiamo per ordine. Dopo il corto per i fratelli Taviani del 1954, l’esordio fu nel 1958 con “I Soliti ignoti”. La prima colonna sonora interamente jazz in un film italiano.
«Da ragazzo era stato folgorato da Duke Ellington, aveva iniziato a suonare nei capannoni e nei locali per i soldati americani, gli piaceva fare variazioni sul tema. Entrò nel mondo che sognava. In più era un vero appassionato di cinema. Ricordo corse da una sala all’altra. A 10 anni mi portò a vedere Kurosawa, per dire». 

Vero che la prima scelta di Monicelli fu Armando Trovajoli?
«Sì. Mario Monicelli offrì la colonna sonora de “I soliti ignoti” a Trovajoli, che però pensava sarebbe stato un flop perché Vittorio Gassman era noto per i ruoli drammatici, e non sapeva immaginarselo comico. Rinunciò e consigliò piuttosto mio padre, che finì il lavoro in due settimane. Il film fu un successo, si sentivano le risate fuori dalle sale».  

Nel sequel “L'audace colpo dei soliti ignoti” e in “Smog”, Umiliani si legò artisticamente a Chet Baker. Musicista fantastico ma carattere difficile? 
«Con mio padre era facile lavorare, tutti i musicisti raccontano che non si arrabbiava e lasciava totale libertà. In Chet vide il grande talento, il resto non contava. L’ho conosciuto anche io, Chet. Avevo visto sui dischi le foto di un ragazzo bellissimo, con il viso d’angelo, ma mi trovai davanti un uomo scavato, sebbene molto dolce. Chiese soldi a mio padre, lui glieli negò a malincuore. Voleva aiutare un amico ma sapeva dove sarebbero andato a finire il denaro e non voleva quella responsabilità».  

Però lo difese in ogni modo quando, invece di presentarsi agli studi di Cinecittà, Baker se ne andò in Germania a procurarsi droga.  
«La produzione di “L'audace colpo dei soliti ignoti” voleva sostituirlo, ma papà rispondeva: “Se mandate via lui, me ne vado anch’io”. Tre giorni dopo Chet si ripresentò sul set, però non aveva più la sua tromba. Non so se l’aveva venduta o persa. Se ne fece prestare una e suonò divinamente. In questo erano affini. La musica per loro veniva prima di tutto».

I B movies non erano molto apprezzati dalla critica ma a suo padre davano più libertà?
«Era felice di comporre qualsiasi musica. Diceva: “Se scoprissero che lo farei anche gratis, sarebbe la mia rovina”. Faceva quello che voleva e dava soddisfazione ai registi fornendo sempre un prodotto di qualità. Le commissioni delle colonne sonore dei b movies erano meno rigide e quindi lui si toglieva più sfizi. Il fatto che si trattasse di film meno famosi, rendeva i brani indipendenti dalle immagini. Se ascolti Ennio Morricone, lo colleghi a certe pellicole. Se ascolti Piero Umiliani no. Ed è stata una fortuna, perché quelle musiche hanno preso altre strade, slegate dai film».  

Si riferisce al filone esotico, più evocativo che filologico. Umiliani era un viaggiatore accanito?
«I miei partivano da soli per mesi quando eravamo piccole: Brasile, Perù, addirittura vissero per un periodo nelle longhouse del Borneo. Cominciarono a portarci con loro da adolescenti: Polinesia, Israele, Stati Uniti. Ovunque andassimo, ci toccavano ore in un negozio di strumenti. Papà si riportava di tutto, dalle chitarre mariachi alle maracas brasiliane». 

Come reagivate alle sue colonne sonore per i film erotici?
«La nostra è una famiglia non convenzionale. A casa giravano i copioni e da piccola mi capitava di leggerli: la protagonista qui si spoglia, qui corre nuda. Poi mia nonna prendeva lo stesso foglio e ci scriveva su una ricetta. Quindi avevamo le ricette da un lato e le scene sexy dall’altro».

Che rapporti aveva Umiliani con gli altri Maestri: Morricone, Piccioni, Rota?
«Di grande stima e collaborazione, ma non c’era frequentazione. I suoi amici erano i registi Luigi Scattini, con il quale giocava a biliardo, Nando Cicero, insieme amavano sparare alle lattine, e Giorgio Capitani, che considerava le musiche di mio padre un portafortuna perciò le inseriva sempre nei suoi film». 
 
Ricorda il suo incontro con Pasolini?
«Avvenne grazie all’attrice e amica Laura Betti. Un giorno papà camminava in centro ed ebbe un forte mal di pancia. Gli serviva con urgenza un bagno e citofonò a casa di Laura. Fece le scale di corsa e s’infilò in bagno senza guardarsi intorno. Quando uscì, lei disse: “Ti volevo presentare Pier Paolo».

Per lui scrisse il “Valzer della toppa” e “Macrì Teresa Detta Pazzia”. Sul film “Accattone” invece a volte è accreditato altre no. Come mai?
«Lì fu solo arrangiatore, il compositore era Carlo Rustichelli. Papà nutriva ammirazione infinita per Pasolini. Di recente abbiamo ritrovato fra le sue cose dei testi di Pasolini battuti a macchina con qualche parola segnata. La sua fine lo scioccò. Papà volle andare a Ostia, sul posto in cui lo avevano ucciso. Sul set invece non credo lo abbia mai raggiunto. In generale, papà non andava sui set. Non era mondano. Amava stare chiuso qui dentro». 

E poi fu la volta delle sigle per “La corrida”, “La tv dei ragazzi”, “Specchio segreto”, “Dribbling” per la “Domenica sportiva”, “Discomania” per “90’ minuto”. Era un tifoso di calcio?
«No, nemmeno della Fiorentina. Componeva e mandava alla Rai. Non ci vedeva nessuna eccezionalità e, a dire il vero, nemmeno noi. Era solo il lavoro di mio padre, lo percepivamo tutti meno glamour di quanto si pensi».

Nel 1984, l’ictus lo mise in pausa. 
«Dovette imparare tutto da capo: a parlare, a leggere, a suonare. Ebbe il rifiuto per la musica, buttò via gli spariti e molto altro. Non toccava più il pianoforte. Fu un periodo di forte depressione. Gli fu vicino Antenello Vannucchi, jazzista e amico che non lo fece sentire diverso dopo la malattia e lo spronò a riprendere l’attività». 

La rivalutazione della sua opera è avvenuta grazie a Quentin Tarantino?
«No, già prima. Negli anni 90 uscirono anche all’estero compilation che riproponevano un certo sound anni 70, riprendevano soprattutto brani della sua trologia esotica. “Lounge music”, la ribattezzarono, e papà diceva: “Cos’è?”. Fatto sta che i giovani lo scoprirono, lui riprese fiducia in sé stesso, usciva la sera, suonava anche nei centri sociali tipo il Leoncavallo. Tarantino ha spesso citato Umiliani, dandogli nuova notorietà, ma non ha preso le sue musiche nei film. Ci abbiamo sperato quando fece “Django Unchained”, perché papà aveva composto per film come “Il figlio di Django” e “W Django”, ma niente».

In compenso nel 2004 finì nel film “Ocean’s Twelve”.
«Non eravamo stati avvisati. Io ero a New York e lo venni a sapere il giorno prima dell’anteprima, che si teneva a Roma. Tornai subito. “Crepuscolo sul mare” accompagnava la scena di Catherine Zeta-Jones e Brad Pitt al cimitero e fu un’emozione. Pitt lo incontrammo poi al ricevimento».  

“Mah-nà mah-nà” resta il suo involontario successo planetario. Ma è vero che i diritti non sono di suo padre?
«Abbiamo i diritti di “Viva la sauna svedese”, che è la sorella povera. L’aveva composta per il mondo movie del 1968 “Svezia inferno e paradiso”, un minuto improvvisato in studio, un divertissement che poi escluse lui stesso dalla colonna sonora. Siccome il film fu un successo in Europa, venne poi distribuito in America e, quando gli americani chiesero le registrazioni, lui incluse nell’invio anche quel frammento che aveva scartato in origine. Per contratto potevano prendere il brano, ridepositarlo, rifare il titolo. E così accadde. Lo chiamarono “Mah-Nà Mah-Nà” e diventò il tema dei Muppets. L’album dello show televisivo finì al primo posto, scalzando i Beatles». 

Diventò anche il tormentone di The Benny Hill Show. 
«Io al tempo studiavo alla George Washington University e la sera andavo in un pub con un amico conosciuto lì. Al pub passavano sempre Benny Hill con quella sigla. Dopo mesi di silenzio, confessai:” L’ha composta mio padre”. L’amico mi diede della mitomane. Lo riferii a mio padre che rispose: “Dimmi dove abita”. Poco dopo gli mandò a casa il suo disco autografato».

Tutti hanno ascoltato Piero Umiliani, ma lui chi ascoltava?
«A parte il jazz, che rimase il suo grande amore, era ossessionato da Jean-Michel Jarre. Sentiva “Oxygene” a ripetizione. Poi Weather Report, Stevie Wonder, Ray Charles». 

Vi aspettavate un tributo al Festival di Sanremo? Carlo Conti è fiorentino come lui e Umiliani è uno dei nomi italiani più famosi al mondo. 
«Nessuno ci ha pensato, in verità nemmeno noi. Eppure papà è legato a quel Festival. L’orchestra di Piero Umiliani accompagnò Nilla Pizzi in vari successi sanremesi, compresa "Casetta in Canadà", e compose anche “Io sono un sognatore” (portata su quel palco da Gino Latilla e Natalino Otto, ndr). Ma si farebbe ancora in tempo a celebrarlo: è nato nel luglio 1926, lo festeggiamo fino a luglio 2027. Sarebbe bello un tributo al Sanremo del prossimo anno». 

Suo padre ha lasciato qualche consiglio?
«I genitori volevano facesse il notaio, ma lui difese il suo sogno. Diceva spesso: “Trova la tua passione e seguila ad ogni costo”».

Cosa ritrovano in lui i musicisti più giovani?
«L’assenza di frontiere. Puoi trovare qualsiasi genere nel suo repertorio. Era così avanti che è fuori dal tempo». 
 


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