E se il vero Ulisse del 2026 non fosse l’Odisseo del film di Christopher Nolan, campione di incassi? Se il vero Ulisse fosse Leonard Cohen del quale il prossimo 7 novembre si ricorderanno i 10 anni della discesa nell’Ade? Provocazione? Nemmeno troppo: perché anche il canadese proprio come l’eroe di Omero, era πολύτροπος, di multiforme ingegno: scrittore e cantante, poeta e pittore, innamorato delle donne e delle avventure, incantatore con le parole, ammaliatore con la musica e traditore in amore. Soprattutto, Cohen visse un viscerale rapporto con la Grecia e per un lungo decennio ne gustò i colori e i sapori della sua estate infinita; amò il poeta Kostantinos Kavafis (1863-1933) che nella poesia «Itaca» (1911) scrisse: «Lestrigoni, Ciclopi, l’arrabbiato Poseidone; non aver paura di loro; non troverai mai cose simili lungo il tuo cammino finché manterrai nobili i tuoi pensieri, finché una rara eccitazione animerà il tuo spirito e il tuo corpo». E forse in quelle parole si riconobbe, anche troppo.
Dunque Leonard Cohen figlio di Nathan Bernard, nato a Montreal nel 1934 come Ulisse figlio di Laerte, nato a Itaca infiniti secoli fa. Così prendendo in prestito la sua prima raccolta di poesie, «Let us compare mythologies» (1956) non è un’offesa agli dèi della cultura mettere a confronto le due figure nate umanissime con tutti gli slanci e le incertezze della natura ma irrimediabilmente diventate entrambe miti pop, addirittura iperpop.
Itaca / Hydra
Ulisse ci mise 10 anni a ritornare alla sua amata isola dopo infinite peripezie tramandate in tutte le modalità possibili. Cohen, più semplicemente, per arrivare a Hydra, impiegò le tre ore di un aereo preso al volo da Londra dopo aver chiesto a un dentista inglese incontrato per caso dove si fosse abbronzato in quel modo. Era l’estate del 1960: il giovane promettente poeta canadese cercava esperienze armato di languori e curiosità, di una chitarra e della Olivetti Lettera 22. Nell'isola trovò una dinamica e caotica comunità internazionale di artisti, intellettuali, pittori e proto-hippy. Bevve retsina, si fece crescere i baffi e le foto e i rari filmati lo ritraggono intento a scrivere seduto ai tavolini del caffè o divertito a dorso di mulo tra i muri a secco. E spesso in contemplazione della bella Marianne. A Hydra accolse la pubblicazione del suo primo romanzo «Il gioco favorito», («Sotto le mie mani / i tuoi piccolo seni / sono come ventri all’insù / di palpitanti passerotti caduti»); scrisse tra estasi, tormento e droghe assortite il secondo «Belli e perdenti», onirica ed erotica ricerca su Catherina Tekakwhitha (1656-1685), prima nativa nordamericana a essere proclamata santa. Poi, dopo un esaurimento nervoso, alla fine del decennio, decise che la canzone sarebbe stata la sua principale forma di espressione.
Penelope / Marianne Ihlen
A differenza di Penelope, moglie di Ulisse e regina di Itaca, la norvegese Marianne, principessa nordica della libera comunità di Hydra, non sposò mai Leonard. Ma travolgente il colpo di fulmine (e di Afrodite) fu per entrambi, tanto che lei ebbe l’onore di essere immortalata, avvolta in un telo bianco sul retro di copertina dell’album «Songs from a room» (1969), addirittura vicino alla preziosa Olivetti. Bionda e affascinante, già madre, Marianne visse la lunga storia d’amore tormentata tra viaggi in Canada, incontri a Londra, ritorni a Hydra, alternanze con altre storie e celebrata in canzoni ormai storiche come «So long, Marianne» e «Hey, that’s no way to say goodbye», fino alla straziante epistola che Cohen le scrisse nel 2016 venuto a conoscenza della sua malattia: «Goodbye old friend. Endless love, see you down the road» («Addio vecchia amica. Amore senza fine, ci vediamo alla fine della strada»). E pochi mesi dopò anche lui morì.
Telemaco / Adam Cohen
Telemaco celebrò e ricordò fino al suo ritorno il padre mai conosciuto. Adam, 54 anni, anch’egli musicista e cantante, è impegnato da dieci anni a tener viva la memoria di Leonard dopo aver collaborato con lui nell’ultimo album «You want it Darker». Adam ha voluto e organizzato lo spettacolo «Everybody knows» che ha debuttato a novembre al Grand Théâtre de Québec e che sarà in tour in Europa il prossimo anno. Non ci sono dubbi che sarà «Halleluja» la canzone più commovente dello show, inno laico che vanta 500 cover, tra le quali la più famosa di Jeff Buckley: «Ho fatto del mio meglio, non è stato molto / Ho detto la verità, non ho voluto ingannarti / E se qualcosa è andato storto / mi presenterò davanti al Signore / cantando nient’altro che Halleluja».
Fuori dalla famiglia invece, nell’aprile 2027 si terrà a New York un «Leonard Cohen Festival» anticipato il prossimo 2 dicembre da un reading al Parkside Lounge (317 E. Houston St., Lower East Side) ricordando la sera del 1957 al Village Vanguard quando Jack Kerouac tenne una lettura di poesia in jazz. Quella sera Cohen era tra il pubblico.
Le Muse / Judy Collins, Joni Mitchell, Janis Joplin e…
L’elenco delle avventure amorose di Ulisse è noto e burrascoso. Come pure, uomo che sapeva di piacere, Cohen non ha mancato di farsi affascinare da donne dalla fortissima sensibilità artistica, soprattutto musiciste, intrecciando relazioni sempre tormentate ma regalando emozioni a loro e al pubblico. Judy Collins fu la prima a cantare la famosa «Suzanne» che lui le cantò la prima volta al telefono: ancora oggi le piangono gli occhi quando parla di lui, negando però ogni coinvolgimento sentimentale (e alle signore si deve credere). Agli atti invece è la relazione con Joni Mitchell che dopo un anno lo liquidò descrivendolo in modo per niente lusinghiero in «Rainy night house». Con Janis Joplin passò una notte d’amore, o meglio di sesso esplicito, a New York, divenuta trama di «Chelsea Hotel #2» («Mi facevi un pompino sul letto sfatto / mentre le limusine aspettavano in strada»). E ancora l’attrice Rebecca de Mornay; la fotografa francese Dominique Isserman, alla quale lui dedicò l’album «I’m your man»; la corista Anyani Thomas. E Suzanne? Due sono le donne con questo nome nella vita di Cohen: la ballerina Suzanne Verdal, amore gitano platonico dell’artista, che ispirò la famosa canzone. E Suzanne Elrod, conosciuta nel 1970, madre di Adam e della figlia Lorca (omaggio al poeta spagnolo). La Elrod ha avuto l’onore di apparire in copertina dell’album «Death of a ladies’ man» (1976), mai titolo fu più appropriato, ma non da sola. Lei è quella a destra: al centro c’è lui e a destra la modella Eva LaPierre, anche lei conosciuta a Hydra.
Polifemo / Phil Spector
Prima di accecarlo Ulisse guardò nell’unico occhio Polifemo, il gigante figlio di Poseidone. Cohen guardò a pochi centimetri dalla sua fronte l’occhio della rivoltella di Phil Spector, geniale e incontrollabile produttore musicale con il quale lavorò a metà anni ’70 con poco o nullo successo ma molti scontri dialettici e non solo. Durante un'intervista, per confermare questo episodio, Cohen puntò in faccia a chi scrive due dita della mano, con il pollice alzato a mo’ di cane, mimando quanto Spector fece con lui. Per fortuna allora il colpo non partì, ma nel 2009 il produttore venne condannato per l’omicidio della modella e attrice Lara Clarkson avvenuto nel 2003. Quella volta invece il colpo partì.
La guerra di Troia / Le pallottole a Cuba e Israele
È scritto che Ulisse tentò di non partecipare alla spedizione contro Troia ma alla fine visse e combatté dieci anni sotto le sue mura. Cohen in un paio di occasioni decise volontariamente, e di slancio, di andare là dove erano esplose turbolenze politiche e militari, se non una vera guerra. Nel marzo 1961 si recò a Cuba durante la rivoluzione di Fidel Castro non potendo immaginare che poche settimane dopo un gruppo di cubani anticastristi, supportati dalla CIA, avrebbe tentato la controrivoluzione sbarcando nella Baia dei Porci. Cohn si trovò in mezzo e venne arrestato con il sospetto di essere una spia ma, grazie all’intervento del governo canadese, riuscì a ripartire per Miami. Dopo l’esperienza scrisse la poesia «The last tourist in Havana turns his thoughts homeward» e la canzone «Field commander Cohen»: «Il comandante sul campo Cohen era la nostra spia più importante / ferito in servizio, lanciava acido con il paracadute / durante i cocktail party diplomatici / esortava Castro ad abbondare campi e castelli».
Di drammatica attualità oggi è l’incursione nella cronaca del 1973. Cohen era Hydra, immerso in una delle sue puntuali fasi depressive, quando il 6 ottobre scoppiò la guerra del Kippur e decise così di partire per fare qualcosa. Cosa? Imbracciare la chitarra, non il fucile. Ha origine così una serie di concerti per le truppe al fronte dei quali per anni si è persa la memoria (lo stesso Cohen non ne accennava mai nelle interviste, o sorvolava) fino a quando nel 2021 il giornalista Matti Friedman ha ricostruito la storia nel libro «Who by fire» («Il canto del fuoco», Giuntina) intitolato proprio come la canzone scritta in quelle notti e ispirata a uno dei momenti della liturgia dello Yom Kippur. Furono esibizioni crude, spontanee e rischiose di fronte a giovani che il giorno dopo avrebbero perso la vita o dato la morte. Anni dopo si è scoperto che Cohen tenne un diario di quei giorni dal quale, nel corso del tempo, ha recuperato pensieri e parole funzionali ad altri progetti.
Circe / Kelley Linch
Se Circe magicamente trasformò in maiali i compagni di Ulisse, Kelley Linch, manager di Cohen, ma anche amante per un certo periodo, con sapienti magheggi finanziari riuscì a far sparire svariati milioni di dollari dal conto del suo assistito. In quel periodo Cohen si era ritirato in un monastero zen sul Mount Baldy in California: testa rasata, vita ascetica alla ricerca di una nuova umanissima santità. Ne seguì una lunga causa legale ma i soldi erano ormai svaniti e Cohen dovette rimettersi on the road in una serie infinita di concerti ormai con il corpo infragilito, la voce più cavernosa ma salutato come assoluto cantore di una stagione epica.
Epilogo
Mentre si terminava questo articolo, è arrivata la notizia dell’assegnazione del Nobel alla canadese Anne Carson, appassionata studiosa e traduttrice di letteratura greca classica con un twist di cultura pop tanto da mettere a confronto Elena di Troia con Marilyn Monroe. Chissà cosa avrebbe detto e scritto Leonard Cohen della connazionale. Lui che quando nel 2016 ebbe la notizia del premio a Bob Dylan disse solo parole di elegante encomio per l’amico («è come aver dato al monte Everest una medaglia per la montagna più alta del mondo»). Lui che, per fibra artistica, più di tutti avrebbe meritato il viaggio da Hydra a Stoccolma. Lui che camminò e cantò sempre in equilibrio tra eros e thanatos: «Come un uccello sul filo / come un ubriaco in un coro a mezzanotte / ho cercato, a modo mio, di essere libero».
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