L’ultima volta che Lemmy Kilmister salì su un palco non c’erano epitaffi, né presagi espliciti, solo il consueto rombo distorto di un amplificatore al limite e una voce ruvida che continuava a sfidare il tempo, il corpo, la gravità stessa della fine. L’11 dicembre 2015, alla Max-Schmeling-Halle di Berlino, i Motörhead andarono in scena per una delle tante date del "40th Anniversary Tour", un concerto come molti eppure diverso da tutti gli altri, destinato a diventare l’ultimo capitolo live di una storia lunga quarant’anni, scritta a colpi di volume, velocità e ostinazione. Diciassette giorni più tardi, il 28 dicembre 2015, Lemmy Kilmister sarebbe morto a Los Angeles, appena due giorni dopo una diagnosi di cancro aggressivo, lasciando dietro di sé non solo una band, ma un’idea stessa di rock’n’roll. Oggi, in occasione del decimo anniversario della scomparsa dell’iconico frontman dei Motörhead, Rockol dedica uno speciale a Lemmy Kilmister con un “mixtape”(disponibile a questo link). Si torna quindi anche a quell’ultima notte e a ciò che avrebbe rappresentato, portando in scena non la fine di una band, ma l’istantanea definitiva di un modo di stare sul palco e nella musica.
Quella sera berlinese non era pensata come un addio, e forse proprio per questo oggi pesa di più, perché i Motörhead suonarono come avevano sempre fatto, senza concessioni alla retorica. Solo la scomparsa di Lemmy avrebbe quindi proiettato retroattivamente quel concerto in una dimensione storica, costringendo fan e pubblico a tornare su quei minuti finali attraverso video amatoriali, registrazioni imperfette, frammenti condivisi online come testimonianza del fatto che, qualunque fossero le sue condizioni, Lemmy continuò a suonare rock’n’roll fino all’ultimo momento possibile.
I Motörhead erano nel pieno del “40th Anniversary Tour”, una celebrazione sui palchi iniziata nell’agosto precedente nella California del Sud e proseguita tra rinvii, cancellazioni e ripartenze ostinate, come se fermarsi non fosse mai stata un’opzione reale. La tranche europea era partita a novembre e la data di Berlino, slittata di due settimane rispetto al calendario originale, avrebbe dovuto rappresentare semplicemente l’ultimo concerto prima di una pausa natalizia, con la ripresa del tour prevista per gennaio, con anche due date in Italia fissate per febbraio 2016. Nessuno, quella sera, parlava di un addio. "Thank you, Berlin. See you next time, allright. And don't forget us! We are Motörhead! And we play Rock'n'Roll”, "Grazie, Berlino. Ci vediamo la prossima volta, va bene? E non dimenticatevi di noi! Siamo i Motörhead! E suoniamo rock’n’roll", sarebbe stato il saluto di Lemmy al pubblico, come testimoniato al minuto 58 di questo video, con la registrazione audio integrale del concerto.
Sul palco i Motörhead salirono nella loro formazione classica e ormai granitica, che vedeva Lemmy Kilmister al basso e alla voce, presenza magnetica e centrale anche quando il fisico iniziava a tradirlo, affiancato da Phil Campbell alla chitarra, compagno di viaggio di lunga data, preciso e solido, e con Mikkey Dee alla batteria, una macchina instancabile che avrebbe poi raccontato quanto ogni concerto fosse diventato una prova di resistenza.
La scaletta, compatta e senza deviazioni superflue, attraversò sedici brani che condensavano quarant’anni di carriera senza bisogno di spiegazioni. Classici come “Bomber”, “Stay Clean” e “Metropolis” riaffermarono l’identità primordiale della band, mentre “When the Sky Comes Looking for You”, tratta da “Bad Magic”, ricordava che lo storico gruppo non erano un’istituzione nostalgica, ma una macchina ancora in movimento.
Dopo l’immancabile “Ace of Spades”, in “Whorehouse blues” Lemmy imbracciò anche l’armonica, mentre Dee passò alla chitarra, concedendo un raro cambio di prospettiva dentro uno show che rimase, dall’inizio alla fine, fedelmente Motörhead.
Il bis trovò la sua chiusura naturale con “Overkill”, il brano del 1979 che sembrava contenere, nella sua ripetizione ossessiva, l’intero manifesto della band, spinta dal bisogno di andare avanti, sempre.
Eppure, quella data berlinese arrivava dopo mesi difficili, segnati da problemi di salute sempre più evidenti. Lemmy aveva affrontato interventi chirurgici e ricoveri, ma sul palco continuava a mostrarsi ironico, arrivando persino a scherzare sulla propria presunta indistruttibilità, mentre la sua figura restava immediatamente riconoscibile e intatta nel mito che lui stesso aveva costruito. Prima ancora che un’icona, Kilmister era un personaggio, diventato un’icona del rock and roll, non per travestimento ma per scelta consapevole di un’uniforme fatta di giacca nera, cappello calato sulla fronte, stivali consumati, dettagli militari e richiami western, con il microfono sistemato in alto, da cui la voce sembrava arrivare da un locale saturo di fumo e whiskey, filtrata da amplificatori, suoni vissuti, ruvidi, irriducibili. Solo due giorni prima della sua morte gli sarebbe stata comunicata la diagnosi di una forma di cancro estremamente aggressiva, ma non ebbe il tempo di renderla pubblica come voleva, né di trasformarla in racconto.
Dopo la sua scomparsa, Mikkey Dee escluse immediatamente qualsiasi ipotesi di un futuro dei Motörhead senza Kilmister: "I Motörhead sono ovviamente finiti. Lemmy era i Motörhead”, disse Dee all’"Expressen”, sottolineando come quella storia non potesse proseguire con un sostituto: "Non faremo più tour né altro. E non ci saranno altri dischi. Ma il marchio sopravvive, e Lemmy continua a vivere nei cuori di tutti”. E allo stesso tempo raccontò quanto fosse stato evidente, già durante il tour europeo, lo sforzo immenso che Lemmy compiva ogni sera. Il batterista aggiunse: "Era terribilmente emaciato, spendeva tutte le sue energie sul palco e dopo era molto, molto stanco. È incredibile che sia riuscito persino a suonare, che abbia potuto portare a termine il tour europeo. È successo solo 20 giorni fa. Incredibile. È una sensazione splendida sapere che siamo riusciti a completare il tour con lui. È confortante che non abbiamo cancellato a causa di Lemmy. Sono immensamente grato per gli anni che abbiamo condiviso e per il fatto che ci siamo divertiti tanto insieme”.
Pochi giorni prima di Berlino, il 20 e 21 novembre 2015, due concerti sold out allo Zenith di Monaco di Baviera avevano fissato su nastro un’altra testimonianza di quella resistenza finale. Da quelle serate sarebbe nato “Clean Your Clock”, album live postumo che oggi suona come una fotografia senza filtri dei Motörhead nel loro quarantesimo anno di attività. Ma è a Berlino, l’11 dicembre, che la storia trova il suo punto conclusivo con l’ultima, ostinata affermazione di un’idea di rock’n’roll portata avanti fino all’estremo limite possibile.
Questa la scaletta dell'ultimo concerto dei Motörhead l'11 dicembre 2015 a Berlino:
Bomber
Stay Clean
Metropolis
When the Sky Comes Looking for You
Over the Top
Guitar Solo
The Chase Is Better Than the Catch
Lost Woman Blues
Rock It
Orgasmatron
Doctor Rock
Just 'Cos You Got the Power
No Class
Ace of SpadesBIS
Whorehouse Blues
Overkill
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