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Lemmy e l'ultimo album dei Motörhead, rock and roll senza tempo

28.12.2025 Scritto da Elena Palmieri

Victory or die!”. La voce di Lemmy, come filtrata da un locale saturo di fumo e Jack Daniel's, spacca il silenzio. Suoni ruvidi e irriducibili, guidati dall’impulso del suo basso, colpiscono a tutta velocità, come un monolite di decenni di storia del rock. È l’impatto di "Bad magic”, l’ultimo album in studio dei Motörhead pubblicato il 28 agosto 2015, mentre la band intraprendeva un tour per celebrare il quarantesimo anniversario della propria leggenda sonora. Oggi, 28 dicembre, in occasione del decimo anniversario della scomparsa dell’iconico frontman dei Motörhead, Rockol dedica uno speciale a Lemmy Kilmister con un “mixtape” che raccoglie alcune delle tracce più significative della sua carriera (disponibile a questo link).

Registrato a Los Angeles sotto la produzione di Cameron Webb, "Bad magic” rappresenta ora una sintesi potente della storia dei Motörhead, della loro filosofia musicale e dello stile unico di Lemmy, fondato su un basso che sa essere tanto ritmico quanto melodico. Come raccontava il frontman nella sua ultima intervista per "Guitar World”: "Sono nato per suonare il basso, fondamentalmente… molto bene [ride]. Ero un chitarrista mediocre, non potevo fare il lead, ma ero un grande chitarrista ritmico. Ho il senso del ritmo, probabilmente da lì viene”.
La band, con Phil Campbell alle chitarre e Mikkey Dee alla batteria, continuava a costruire i propri brani come fossero dal vivo, con riff immediati, groove serrati e un suono che sembra fuori dal tempo, capace di attraversare epoche senza perdere intensità. “Bad magic” inizia con l’urgenza di “Victory or die”, seguita da pezzi come "Shoot out all of your lights” ed “Evil eye”, in cui l’energia e la potenza del trio restano assolutamente inconfondibili. Nell’intervista a “Guitar World per presentare “Bad magic”, fu inevitabile la domanda: "Molte canzoni dei Motörhead hanno una vibe rock & roll diretta, ma ti accreditano spesso come inventore dello speed metal. Ti dà fastidio?”. Questa fu la risposta di Lemmy:

“Bad magic” non fu solo un ritorno al sound diretto e genuino dei Motörhead, ma anche un album che esplora la dimensione più introspettiva di Lemmy, come nella ballad "’Till the end”, dove il frontman alterna la sua voce roca a linee di basso melodiche, creando contrasti che fanno emergere la profondità del suo stile unico. E quando arriva la chiusura con “Sympathy for the devil”, la band non cerca di imitare i Rolling Stones, ma li reinventa, imprimendo la propria impronta. Ventidue album dopp, quaranta anni di carriera e una lezione di rock’n’roll immortale, “Bad magic” rimane il testamento sonoro di una leggenda che, ancora oggi, non smette di far vibrare le casse.

Questa che segue è la recensione che pubblicammo a quel tempo di Andrea Valentini.

Dopo 40 anni di onorata carriera i Motörhead sono uno dei più tipici esempi di brand del rock: logo iconico, sound inconfondibile, credibilità in pratica aprioristica (le ore di volo che hanno sul groppone sono oggettivamente tante, tantissime). In virtù di questo status trascendono le dinamiche più spicce del music biz per cui quando tornano con un disco – e “Bad magic” è il loro ventiduesimo in studio, per la cronaca – l’evento è assicurato. Un po’ come accade con quegli scrittori di grandi best seller alla Stephen King.
E allora, che evento sia. Noi non ci tiriamo indietro.

“Bad magic” è semplicemente (necessariamente?) un nuovo disco dei Motörhead, ovvero un capitolo aggiuntivo alla saga iniziata nel 1975. Una saga che ormai è difficile da movimentare e rendere sorprendente, ma che piace così come è – e non necessita di colpi di scena o di testa.
Non è per nulla un caso che il primo suono a uscire dalle casse sia quello della voce all’acido solforico di Lemmy, che dice: “Victory or die” – che è anche il titolo dell’opener, un mid tempo teso, duro e violento che mette subito in chiaro come ogni cosa sia al proprio posto. Lemmy è tornato, ci grida in faccia che la sua missione è vincere o lasciarci le penne. Bene così, anche alla luce dei guai di salute del buon Kilmister, che negli ultimi due anni ha tribolato non poco, preoccupando i fan.
Tutti i brani seguenti scorrono lisci, per un ascolto che i motörheadbanger apprezzeranno senza dubbio: il mestiere c’è tutto, l’onore della band è tenuto alto, la produzione di Cameron Webb è sapiente, come da manuale... missione compiuta. Che piaccia o no, questi sono da sempre i Motörhead e l’unica opzione possibile è prendere posizione da un lato o dall’altro della barricata. Amarli oppure no.



Il risultato, quindi, è in linea con la produzione degli ultimi 20 anni (abbondanti) della band. Come ben sappiamo, i classici di Lemmy sono stati forgiati da tempo, diciamo fra la seconda metà degli anni Settanta e la seconda degli anni Ottanta... ma – del resto – nessuno compra un album di questo tipo alla ricerca dei nuovi inni e dei nuovi pezzi-manifesto. Quella parte del lavoro è già stata fatta (egregiamente). Ora siamo in regime di mantenimento, per cui ogni nuovo disco è, in pratica, una dichiarazione di buono stato di salute e – soprattutto – un delizioso pretesto per suonare (e ascoltare) live i pezzi che hanno reso questo gruppo un mito.
Il monolite è servito, possiamo dire... anche se non è proprio l’oggetto evocativo e fascinoso di “2001 odissea nello spazio”. Volendo fare un po’ le pulci a Lemmy, possiamo dire che il songwriting non regala grossi scossoni, né mostra picchi di ispirazione degni di nota, assestandosi su un buon livello, ma leggermente piatto (dopo 22 album la formula del Motörhead-sound non offre troppe scappatoie,). Poi c'è quel cameo di Brian May (che esegue l’assolo di “The devil”), che non aggiunge o toglie nulla al brano, ma è solo un buon selling point da spendersi in ambienti non necessariamente metal. Idem si può dire per la cover di “Sympathy for the devil” degli Stones: divertente, può attirare qualche non-fan o non-iniziato... ma alla fine dei conti è un filo troppo scontata, anzi ce la aspetteremmo da una tribute band dei Motörhead, piuttosto che dagli originali.

Concludendo: è bello sapere che Lemmy e i suoi sono ancora lì e riescono sempre a essere convincenti con il loro metal-punk-hard-rock’n’roll, piuttosto che patetici; quindi “Bad magic” è un disco che i fan non possono trascurare, se non altro per rinnovare il sostegno e la fedeltà alla band.

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