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Le radici del dolore di Billy Strings

14.09.2026 Scritto da Lucia Mora

L'evoluzione di Billy Strings, da prodigio del flatpicking a forza motrice del panorama acustico contemporaneo, trova in "So Much for Goodbyes" il suo capitolo più intimo e lacerante. Già con "Home" (2019) e "Renewal" (2021) aveva ridefinito i confini del genere, e dopo aver celebrato l'estetica del viaggio in "Highway Prayers" (2024), il cantautore del Michigan si ferma per fare i conti con il peso della memoria e delle radici. Prodotto insieme a T Bone Burnett, questo quinto album in studio nasce dall'urgenza di elaborare il lutto per la scomparsa della madre, ed esplora il dolore non attraverso rassicuranti fiabe consolatorie, ma problematizzando l'idea stessa di perdita e di assenza. Come suggerisce il titolo, l'opera non rappresenta un congedo definitivo, bensì la presa di coscienza che chi ci lascia continua a vivere nei ricordi, trasformando il passato in un terreno complesso e spesso vertiginoso da navigare.

Dal punto di vista sonoro, l'album si presenta come un crocevia in cui la rigida ortodossia del bluegrass incontra la libertà strutturale di generi decisamente più dilatati. Sebbene la tecnica chitarristica di Strings resti sbalorditiva, in questo disco il virtuosismo viene messo al totale servizio dell'emotività. Brani come "Burn the Other End" si allontanano dalle certezze per addentrarsi in un folk più spinato, mentre "Lucid Daydreaming" è una suite frenetica di oltre sei minuti in cui il violino di Alex Hargreaves fa da contrappunto alla chitarra. In questi episodi, supportato in modo magistrale dal mandolino di Jarrod Walker e dal banjo di Billy Failing, Strings costruisce il racconto del dolore accerchiato da trame sonore fitte, quasi senza respiro.

Non mancano tuttavia i momenti in cui la scrittura si riallaccia saldamente alla terra e all'eredità musicale dei padri. Queste radici affondano in duetti di eccezionale spessore: il tocco di Bryan Sutton arricchisce la profonda malinconia folk di "Carry Us Home", mentre la leggenda Del McCoury dona la sua iconica vocalità al bluegrass purissimo di "Lay Me Down". L'introduzione di strumenti atipici per la sua discografia, come la pedal steel di Paul Franklin, allarga ulteriormente lo spettro verso atmosfere country.

Tutto il disco è attraversato da un tangibile senso di sradicamento sociologico ed emotivo, esplicitato fin dall'apertura "I'm One of Those", dove l'illusione del ritorno a casa si scontra con l'impossibilità di ritrovare intatto il proprio posto nel mondo. A chiudere questo intenso viaggio è "Debra's Waltz", un luminoso e commovente omaggio strumentale dedicato alla madre, che suggella un'opera in cui musica, memoria e identità si fondono.


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