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Le piccole paure pop di Damiano: com'è l'album da solista

26.12.2025 Scritto da Mattia Marzi

Fino all’11 gennaio, ripubblichiamo le recensioni dei dischi candidati ai Rockol Awards 2025 nella categoria "Miglior album italiano": è possibile votare qua.  
Qua invece le candidature per i migliori live.

 

Questo disco meriterebbe il massimo del punteggio solo per l’onestà. Chi è già pronto a stracciarsi le vesti di fronte alla svolta pop di Damiano David, il cantante di quella che il New York Times definì «the last rock band», «l’ultima rock band», e parliamo naturalmente dei Maneskin, farebbe meglio a evitare di farlo. Damiano non ha mai nascosto di avere un’anima - e una propensione - spudoratamente pop. Quando nel 2021 in una delle tante interviste concesse nel frullatore post Eurovision chiesero ai Maneskin quale fosse la collaborazione dei sogni, la bassista Victoria De Angelis fece il nome dei Royal Blood, mentre il cantante rispose con quello di Miley Cyrus. Del resto, quando De Angelis fondò ai tempi del liceo insieme al chitarrista Thomas “Er Cobra” Raggi un gruppo che era una sorta di versione embrionale di quelli che sarebbero diventati i Maneskin, cacciò lo stesso Damiano ritenendolo «troppo pop» per il progetto, salvo poi dare al cantante una seconda chance. Stiamo dicendo che quello che abbiamo visto fare la pole dance con i tacchi a spillo a X Factor, presentarsi in mondovisione agli Mtv Europe Music Awards in giarrettiera o urlare dal palco dell’Eurovision «rock’n’roll never dies» era dunque una maschera, una finzione? Certo che no. Damiano è questo è quello. Nell’annunciare “Silverlines”, il singolo che ha anticipato l’uscita di “Funny little fears”, il suo album d’esordio da solista inciso mentre i Maneskin sono in pausa a tempo indeterminato, il cantante romano si è autodefinito «un mutaforma». Ha detto di aver «girato tutto il mondo per trovare la mia voce, finendo dove tutto è iniziato». Ovvero nel pop.

Niente compromessi (stavolta)

Le quattordici canzoni del disco sembrano parlare esattamente di questo: della turbolenta e sofferta ricerca della sua (vera?) voce, del tentativo di staccarsi di dosso l’etichetta di cantante dell’«ultima rock band», autorevole e limitante al tempo stesso, per mostrare quanto di più autentico ci fosse in lui al di là dei «compromessi» necessari per far funzionare «quattro cervelli insieme», come ha detto qualche mese fa in un’intervista. «Look at those light rays, no dark days anymore», «Guarda quei raggi di luce, niente più giorni bui», canta proprio in “Silverlines”. Difficile non interpretarli come un riferimento al passato con i Maneskin (e viene da chiedersi: ma nella band era davvero felice?). Al centro delle canzoni, del resto, c’è una relazione finita e chissà che non sia una metafora della fine di quel matrimonio con la band celebrato a Roma nel 2023 per festeggiare l’uscita di “Rush!” davanti a una platea composta da attori e registi hollywoodiani, influencer, superstar del calcio, con nomi che andavano da Baz Luhrmann, al rapper Machine Gun Kelly, a Paolo Sorrentino, a Paulo Dybala: «Ho fiducia nelle band e nel rapporto fra noi. Il suono della band, quando torneremo, sarà sempre quello, ma maturato con le esperienze di ciascuno di noi», ha ripetuto lui in occasione del lancio del disco, smentendo voci su uno scioglimento.

Gli autori e i produttori sono gli stessi di Dua Lipa e Harry Styles

Sarà, ma il tema torna qui e là nei brani del disco: «I thought that we had somethin’ good in our hands / in a minute, it just slipped away», «Pensavo che avessimo qualcosa di buono nelle nostre mani / in un minuto, è svanito tutto», canta in “Next summer”. «Nessuno mi capisce tranne me», ripete a mo’ di mantra in “Solitude (No one understand me)”. Ma non c’è pesantezza: è flirtando con le strutture, i suoni e i luoghi comuni del pop che Damiano canta la ricerca della sua voce. Dimenticate il cantante che prometteva, fiero e orgoglioso, che i Maneskin non avrebbero mai permesso a teste esterne alla band di mettere bocca sulla loro musica, men che meno a hitmaker del giro pop americano: nella ricerca della sua voce David si è fatto aiutare da autori e produttori come Jason Evigan, Mark Schick, Sammy White, Cleo Tighe, Noah Cyrus (la sorellina di Miley: tutto torna), grandi professionisti dietro a successi di Madonna, Maroon 5, Demi Lovato, David Guetta, Benson Boone, Dua Lipa, Charli XCX e Harry Styles, ma non proprio gente con un pedigree rock. È proprio all’ex One Direction che Damiano sembra ispirarsi nell’estetica, nell’immaginario e nei riferimenti sonori, in bilico tra un pop à la “La la land” come nel caso di “Born with a broken heart” o “Tangerine”, pezzi uptempo dalle atmosfere Anni ’80 come “Zombie lady” e ballatone come la stessa “Silverlines” o “Solitude (No one understand me)”.

Due incognite

Per funzionare, il disco funziona: gira bene e le canzoni sono tutte potenziali hit. Potenziali, sì, perché c’è una variabile che va considerata: la reazione dei fan. Chi ha amato e idolatrato il Damiano versione rockstar, lo seguirà anche in questa versione? Se no, riuscirà Damiano con una manciata di canzoni sì micidiali, ma che potrebbero essere cantate da qualunque degli artisti menzionati sopra, a farsi un seguito oltre il bacino d’utenza della band? «New heights, new me, new state», canta lui nel primissimo verso del disco, quello che apre "Voices". Sembra il suo (nuovo) manifesto. 

TRACKLIST
“Voices”
“Next summer”
“Zombie lady”
“The bruise feat. Suki Waterhouse”
“Sick of myself”
“Angel”
“Tango”
“Born with a broken heart”
“Tangerine feat. D4vd”
“Mars”
“The first time”
“Perfect life”
“Silverlines”
“Solitude (No one understands me)”

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