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Le carriere di Waters e Gilmour si intrecciano, ancora

02.09.2025 Scritto da Gianni Sibilla

“This Is Not a Drill – Live from Prague” è il nuovo live di Roger Waters, pubblicato negli stessi giorni in cui David Gilmour annunciava il suo nuovo disco dal vivo registrato nel 2024 al Circo Massimo: curioso che le due carriere soliste dei due musicisti – che hanno reso celebre ed immortale il marchio Pink Floyd e che negli ultimi tempi non nascondono le loro profonde divergenze – continuino ad intrecciarsi e a contrapporsi senza sosta, con schiere di sostenitori di questa o di quella fazione disposti ad affilare le spade e a sfidarsi all’ultimo sangue, con ragioni e tesi tutte da dimostrare. Per fortuna, il patrimonio artistico dei Pink Floyd è talmente grande che può sopravvivere al di fuori di queste sterili e inutili diatribe.
Provando ad estraniarmi da questa insensata follia, ho ascoltato il live di Waters, dotandomi di un little black book per appuntare le mie sensazioni. Mettetevi comodi.

“This Is Not a Drill – Live from Prague” è l’ennesimo capitolo live della lunga e gloriosa discografia di Roger Waters, ma non per questo il suo contenuto si può considerare scontato. Come è noto, questo doppio CD è tratto dall’omonimo film-concerto registrato nel maggio 2023 a Praga e distribuito di recente sia al cinema che nelle versioni ufficiali su DVD e Blu-ray. Le bellissime immagini raccolte dal regista Sean Evans sono così particolareggiate e complete che si ha la sensazione di essere proprio nell’arena, a poca distanza dai musicisti.
La scommessa di un doppio CD live estratto da un film-concerto è che possa funzionare e fornire emozioni anche senza l’ausilio delle immagini: quelle del film sono incredibilmente definite grazie alla tecnologia 8K. Ascoltare le canzoni senza il supporto visivo del film ribalta completamente le sensazioni: qui c’è solo la musica e, per quelli che non hanno assistito ai concerti o non hanno visionato il film, a smuovere le emozioni c’è solo l’ascolto dei brani. E in questo live, il percorso musicale imbastito da Roger Waters non è per nulla scontato o di facile fruizione.

I musicisti del tour di Roger Waters

L’ex Pink Floyd ha confermato gran parte dei musicisti che lo avevano seguito in concerto nel tour precedente: Dave Kilminster (chitarra), Jonathan Wilson (chitarra e voce), Gus Seyffert (basso), Robert Walter (tastiere), Jon Carin (voce e tastiere) e Joey Waronker (batteria) possono essere definiti senza ombra di dubbio la sua band stabile. Il cambiamento più importante per il tour di “This Is Not a Drill” è stato quello delle due coriste, Amanda Belair e Shanay Johnson, che hanno sostituito le Lucius. Completa la band l’inserimento di Seamus Blake al sassofono, che ha sostituito Ian Ritchie (in forza nel tour Us + Them), il quale aveva avuto problemi durante le prove del nuovo tour. La conferma dell’ossatura principale della band ha giovato alla nuova scaletta proposta da Waters, sia nella riproposizione del periodo pinkfloydiano, sia nei classici dalla sua carriera solista. A fare la differenza, la conferma di due figure fondamentali nella band: Carin e Kilminster, chiamati a “replicare” Wright e Gilmour, personalizzando le partiture originali che hanno reso celebri e riconoscibili tastiere e chitarra dei Pink Floyd.
Il livello delle performance della band sfiora la perfezione, al netto delle immancabili correzioni in post-produzione in studio, di tutte le diavolerie varie disponibili sul palco e dell’uso massiccio e inevitabile di basi, delle quali fa largo uso soprattutto Waters per le parti vocali (l’età e gli acciacchi alle corde vocali non prevedono alternative). Discorso valido, ovviamente, anche per il prossimo disco live di Gilmour, che uscirà a fine ottobre.

Le canzoni, traccia dopo traccia

Sono tante le sorprese che si nascondono tra i solchi delle ventitré canzoni contenute in questo doppio CD, e la prima si annida nel potente secondo brano dell’album, “Comfortably Numb” (saltate la traccia numero 1, “Introduction”, che ha ragione d’esistere soprattutto nel filmato, in quanto c’è solo la voce di Roger che invita gli spettatori ad “andare al bar” se non fossero in sintonia con le sue idee politiche). Stravolta e travolgente, muovendosi lenta come un’onda intrisa di profonda inquietudine, la nuova “Comfortably Numb” è una versione riarrangiata e abbassata di tono rispetto a quella a noi nota. La struttura musicale viene prosciugata fino all’osso, e l’incedere lento e malinconico e l’atmosfera glaciale servono da impatto introduttivo allo spettacolo. Musicalmente è sostenuta fondamentalmente dalle tastiere, da una chitarra elettrica che ripesca un effetto già usato da Gilmour in “Echoes” e “Is There Anybody Out There?”, e da alcuni inquietanti effetti sonori. È inoltre spogliata della batteria e soprattutto dei celebri soli di chitarra di Gilmour, che sono sostituiti dai vocalizzi delle coriste. L’impatto generale è devastante anche senza le immagini: portate la traccia del CD al minuto 5:15 e attenti alla pelle d’oca… Qualcuno ha utilizzato per questa versione termini come “orribile”, “noiosa” e altri aggettivi irripetibili. Ovviamente il mio parere è completamente opposto, anche se non spenderò una sola parola per convincere gli scettici.
Si continua a restare in ambito “The Wall”, dal quale sono stati estratti i due brani successivi. Il rumore di un elicottero ti si para davanti in gloriosa stereofonia e parte l’immancabile voce di Roger che si appropria totalmente della scena intonando “You, yes you... stand still laddie”. È “The Happiest Days of Our Lives”, suonata egregiamente e naturale introduzione alla traccia successiva, l’ineguagliabile e ineguagliato tormentone del 1980 “Another Brick in the Wall Part 2”, l’unico hit single dei Pink Floyd: è quanto di più Pink Floyd che un ex Pink Floyd possa mai eseguire. Al contrario delle versioni live dei Pink Floyd del 1980 e 1981, questa versione è addirittura più corta del singolo del 1979, riducendosi ad appena 2 minuti e 15 secondi. Il solo di chitarra di Kilminster è gilmouriano quanto basta: mi salta alla memoria che, stranamente, il buon Gilmour non lo ha mai eseguito dal vivo da solista... Senza soluzione di continuità arriva “Another Brick in the Wall Part 3”, martellante e devastante come sempre.

Un salto nel repertorio solista di Waters

Nel trittico successivo Waters pesca in tre dei suoi dischi incisi da solista. Parte con “The Powers That Be” (da “Radio KAOS”, 1987), carica di rabbia sonora e di denuncia nei testi, ossessiva nel riff vocale delle coriste, acquista vita propria e una nuova energia anche al di fuori dal film. Le voci delle due coriste si incastrano perfettamente con quella del boss e mi annoto sul taccuino le chitarre, nel caso mi venissero strane nostalgie. La successiva “The Bravery of Being Out of Range”, estesa a quasi sette minuti, dal ritmo lento e sinuoso, risulta rallentata rispetto alla versione dell’album “Amused to Death” (1992), allineandosi al ritmo della versione riveduta del 2015, che comprendeva anche un solo inedito di Jeff Beck. La rilettura giova al brano, che nella prima versione risultava troppo nevrotica. Gli ultimi tre minuti sono riservati alla voce di Roger, che gioca con il suo pubblico per introdurre la canzone successiva. Deve spiegare cosa c’è dietro “The Bar Part 1”, si siede al pianoforte e parte con la prima sezione del nuovo brano (la “Part 2” arriva in chiusura di concerto). Il ritmo è ancora più lento e “intimo” rispetto ai due brani precedenti: questa nuova ballata, nata nel periodo del lockdown, si basa su un diteggio al pianoforte che riporta alla memoria alcune sonorità dagli album “The Wall” (1979) e “The Final Cut” (1983) dei Pink Floyd. Senza dubbio è una canzone molto bella ed emozionante, a mio avviso una delle migliori dell’ultimo repertorio watersiano.

Ritorno al passato: “Vorrei che tu fossi qui”

Sei rilassato sulla poltrona e per un attimo hai dimenticato la scaletta del disco? Hai ancora gli occhi chiusi ma li riapri perché le chitarre ti pigliano a schiaffi, catapultandoti nella vibrante “Have a Cigar”! Wow!!! Quanta energia e che suono! Sono passati 50 anni dall’album “Wish You Were Here” dei Pink Floyd, incredibile vero? Per celebrare questo album, tra pochi giorni dobbiamo dotarci di cinquanta candeline, stando attenti che la cera non vada a rovinare i solchi del vinile già abbastanza provato da migliaia di ascolti... Il suono è ancora incredibilmente attuale, anche nella rilettura della band di Waters... e che dire del solo di chitarra finale? Si nota troppo il mio entusiasmo? Credo sia giustificato: questo è uno degli album più importanti della discografia dei Pink Floyd, e la traccia successiva non fa altro che alimentare il livello emozionale raggiunto fino a questo momento. Cosa si potrebbe infatti aggiungere di totalmente nuovo e originale per definire “Wish You Were Here”? E quando Roger si rivolge al pubblico con le parole “Sing with me”, tutti intonano “How I wish, how I wish you were here” come se non stessero aspettando altro che lanciarsi in questo canto liberatorio e pieno d’amore verso tutti quelli che vorremmo fossero qui al nostro fianco. Insieme alla successiva “Shine On You Crazy Diamond” (le parti 6-8, non le prime cinque, come sarebbe stato più ovvio), il tributo a Syd Barrett si completa e si intreccia tra musiche e parole che sono ormai incise a fuoco sulle pareti dei nostri bleeding hearts... L’energia, il crescendo musicale di questa sezione di “Shine On”, guarda caso la mia preferita da sempre, sono devastanti. È un crescendo strumentale tra basso, batteria, tastiere e chitarra slide, interrotto solo dalla risolutiva chitarra di Dave (Kilminster, non Gilmour), che riporta con abilità il clima musicale alle profonde parole scritte e cantate da Waters:
“Nobody knows where you are / How near or how far / Pile on many more layers / And I'll be joining you there / And we'll bask in the shadow of yesterday's triumph / And sail on the steel breeze / Come on, you boy child, you winner and loser / Come on, you miner for truth and delusion, and shine!”.
Memoria ed emozioni fuse insieme, capaci di coinvolgerci come fosse il primo ascolto e non il milionesimo. Pazzesco.

Pecore!

Se sul finale di “Shine On” siete sopravvissuti alla dolcezza e profondità senza fine del sax di Seamus Blake, allora vi meritate proprio una scossa elettrica potente, quasi un elettroshock sensoriale. Waters ha deciso che vi prenderà a schiaffi, non fosse mai che possiate godervi l’intervallo del concerto col cuore in pace. Vi meritate “Sheep”, da “Animals” (1977), che chiude il primo dei due dischetti, così finalmente potrete decidere da che parte stare: siete soltanto “pecore”, destinate agli affilatissimi coltelli del macellaio, o alla fine decidete di ribellarvi al vostro destino? Siete pronti per la “resistenza”? Questo cantavano i Pink Floyd nel 1977, 48 anni fa, e quella rabbia di Waters, quella lungimiranza paranoide dei suoi terribili e sofferti anni Settanta, sono così attuali negli orribili momenti storici che stiamo vivendo, che tutto sembra così tristemente profetico. “Sheep” vive di vita propria e conserva la stessa trascinante e drammatica fascinazione dell’originale del 1977. Funziona anche slegata da tutto il simbolismo visivo del filmato: vi consiglio comunque di recuperare queste immagini dal film di questo concerto, non vi deluderanno.

La seconda parte del concerto

Il tempo di inserire il secondo dischetto del lettore (se non vi siete lasciati tentare dalla sontuosa edizione quadrupla su vinile, destinata a diventare oggetto da collezione grazie alla febbre da vinile che sembra aver contagiato tutti) e si parte nuovamente con altri due potenti estratti dall’album “The Wall”. È la volta della teatrale “In the Flesh” (la seconda delle due versioni del disco del 1979), con tanto di (falsa e inutilmente contestata) mitragliata finale, seguita dalla roboante “Run Like Hell”, vera e propria cavalcata in territorio disco music in salsa floydiana. Waters sembra indiavolato e, all’inizio del brano, comunica con il suo pubblico in pieno stile fascistoide-dittatoriale.
Il ricco catalogo Pink Floyd viene accantonato per un momento per volgere lo sguardo all’ultimo album in studio di Waters, del 2017. La prima delle due canzoni recuperate da “Is This the Life We Really Want?” è la dolcissima e meditativa “Déjà Vu”, un momento dall’atmosfera intima e delicata che contrasta fortemente con i due brani precedenti. Le due coriste e gli intensi arrangiamenti orchestrali aggiungono ulteriore delicatezza al brano. Prima della strofa finale si fa notare l’intenso dialogo strumentale tra chitarra, sassofono, pianoforte e cori. Quanta bravura! Segue “Is This the Life We Really Want?”, splendida title track dell’ultimo album di Waters, cupa, amara e riflessiva, che si rivela più recitata che cantata dall’ex leader dei Pink Floyd.

Sul lato oscuro della luna

Vi sembra possibile che un concerto di Waters possa concludersi senza alcun materiale dall’ultra celebrato album “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd? Infatti è impossibile, e il regalo del bassista al suo pubblico è quello di proporre, senza interruzione, le ultime cinque canzoni del disco, l’intera seconda facciata del vinile del 1973. In successione e senza interruzione arrivano “Money”, che vibra grazie alle sei corde dei due chitarristi; “Us and Them”, con un sassofono da brividi; lo strumentale “Any Colour You Like”, con l’ubriacante incrocio spaziale-psichedelico dei sintetizzatori di Carin, fino alla bellezza inaudita dell’ineluttabile doppietta “Brain Damage” ed “Eclipse”, con i testi dell’ultima che si conficcano come dardi dritti nella schiena, emozionando ogni volta di più.
Un plauso particolare va ai bravissimi strumentisti della band, capaci di mescolare il loro suono moderno alle storiche atmosfere che furono dei Pink Floyd, rispettando e, in alcuni momenti, rivalutando la loro storia.
Un ulteriore terremoto emotivo arriva da quello che è ufficialmente l’ultimo brano del concerto (niente paura, Waters concederà il bis). È “Two Suns in the Sunset”, il brano che chiudeva il capolavoro “The Final Cut” del 1983, commiato discografico di Waters dai Pink Floyd.

Il gran finale

Roger torna sul palco per salutare il proprio pubblico, offrendo un finale memorabile e ricco di speranza… ne abbiamo veramente bisogno. Riunisce i propri musicisti intorno al pianoforte, proprio come se fosse in una sala di un bar, e tutti insieme intonano in versione semi-acustica la seconda parte di “The Bar”, che segue strutturalmente la prima parte ma se ne differenzia, e non solo nel testo. Al termine dell’esecuzione, Waters e i musicisti eseguono “Outside the Wall” (ovviamente da “The Wall”) con chitarre, fisarmonica e mandolini, ripescando una consuetudine dei Pink Floyd di quelli che furono gli spettacoli del “Muro” degli anni Ottanta. La differenza dei concerti di Waters è che i musicisti effettuano l’uscita dal palco passando tra il pubblico (i Pink Floyd tornavano nel backstage direttamente dal palco), concludendo la loro performance nei pressi dei camerini.

Scommessa vinta, dunque: l’ascolto del doppio CD coinvolge ed emoziona e, cosa non scontata, induce a un successivo ascolto che non fa che confermare le ottime sensazioni vissute in precedenza.
Personalmente sento di consigliarvi comunque l’acquisto sia della versione audio che di quella video, considerandoli entrambi fondamentali e irrinunciabili. Non ve ne pentirete.
 

(Articolo originale su Rockol.it)

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