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La recensione di Marco Molendini su “Il Messaggero”

24.03.2026 Scritto da Franco Zanetti

Qui di seguito l'immagine, più sotto la trascrizione.

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Battisti gioca sui ricordi

Dopo quattro anni il cantautore reatino ritorna con un 33 giri, intitolato “Don Giovanni”, da oggi nei negozi. Otto brani, tutti registrati in Inghilterra, improntati sui toni morbidi in un clima di austerità artigianale

 

Quasi mimetizzato nel silenzio, nascosto dal suo pubblico e da occhi indiscreti, Lucio Battisti continua in qualche modo a restare legato alla musica. Un rapporto sempre più esile, quasi da amatore, e chissà che in questo modo non ritrovi perfino l’entusiasmo. Comunque, eccolo ora rifarsi vivo da un buio di quattro anni con un nuovo album, “Don Giovanni” (otto pezzi registrati in Inghilterra, prodotti dal batterista Greg Walsh, tutti firmati Battisti in coppia con Pasquale Panella) è da questa mattina nei negozi italiani. Si ricorderanno di lui i fedelissimi? E Battisti si è ricordato del suo antico prestigio?

La confezione è semplice, addirittura povera: una copertina beige, un disegno molto naif, i testi delle canzoni nella foderina interna. Perfino il nome Lucio Battisti e il titolo del disco sono in caratteri microscopici. Insomma, la discrezione come stile. Chissà, forse una deliberata voglia di distinguersi in un mondo in cui l’apparenza conta spesso più del contenuto.

Ma allora, visto che Battisti gioca tutto su di sé, sicuro che i suoi non lo tradiranno, cosa offre in cambio del proprio prestigio? Come sono questi otto pezzi sui quali ha studiato ben quattro anni? Tutto il materiale si allinea su una scelta di spartana sobrietà, arrangiamenti poco esuberanti, nessuna invenzione particolare, quasi si trattasse di un’opera artigianale. Sappiamo tutti, però, quanto Lucio Battisti sia perfezionista e così dietro questa facciata di voluta semplicità c’è sicuramente un lavoro attento e accurato.

Un lavoro, comunque, che finisce per risultare appieno solo ad un ascolto prolungato. “Don Giovanni” è uno di quei dischi che finiscono per migliorare ascolto dopo ascolto. Spunta la qualità di brani come “Che vita ha fatto”, “Don Giovanni”, “Equivoci amici”, “Le cose che pensano”. Ma è inutile fare paragoni con il Battisti d’annata, pur fedele al suo stile Lucio qui cerca spunti in una vena che gioca sempre più fra la nostalgia (pianti e rimpianti sbucano qua e là) e l’autobiografismo (“Che ozio nella tournée / di mai più tornare / nell’intronata routine / del cantar leggero / l’amore sul serio” che non sono grandi versi sul piano linguistico, ma che contengono sicuramente riflessioni personali). Due termini, nostalgia e autobiografismo, che poi sono parenti stretti).

Il disco è giocato su toni morbidi, su tempi medi, tranne poche eccezioni (“Equivoci amici”), su un soft rock che alla lunga forse nuoce alle confezione, dandole un gusto di uniformità. E qui sorgono le maggiori perplessità: Battisti rischia di offrire di sé un’immagine datata, di quarantenne (di anni ne ha 43) stagionato, nella riproposizione di un gusto musicale in fondo sordo alle suggestioni esterne. Non sappiamo se Battisti ami ascoltare musica degli altri (d’altronde continua a negarsi a qualsiasi contatto con la stampa) ma nel caso la risposta fosse affermativa non c’è dubbio che di quegli ascolti nella sua testa rimangono ben pochi segni).

Gli giova certamente in questo disco la vicinanza di un musicista al corrente della situazione come il batterista Greg Walsh, già suo collaboratore anche nel precedente “E già”, che anche in questo caso ha rivestitogli abiti del produttore.

 

 


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