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La musica "laid back" di Tom Misch

15.04.2026 Scritto da Gianni Sibilla

C’è stato un lungo periodo in cui fondere un cantautorato classico con altri suoni, soprattutto con l’elettronica è andato parecchio di moda. Tra la fine degli anni ’90 e i primi anni Zero, David Gray arrivò a vendere milioni di copie in UK con questo formato. Se vi piace il genere, segnalo l’irlandese David Kitt, che ha appena reinciso “The Big Romance”, gioiello di una ventina di anni fa.
Tom Misch è arrivato negli anni 10, un po’ dopo, ma su questo filone, pubblicando canzoni, beat e strumentali online, pescando dall'hip hop e avvicinandosi al jazz. Dopo un paio di "beat tapes", arrivò a diventare un fenomeno di culto con “Geography” (2018), debutto vero e proprio, tra neo soul o pop-rock alla John Mayer e dove c'era pure un brano con  De La Soul. Ha patito parecchio la pressione derivata da questa attenzione: ha pubblicato ancora, ma dopo un disco inciso lockdown cinque anni fa si è sostanzialmente allontanato dalla musica, per diversi anni. “Full Circle” è  il ritorno dopo questa lunga assenza: un disco dove l’elettronica e i beat sono sostanzialmente scomparsi, a favore di un suono più pulito. Ma non meno interessante.

Ho scoperto questo album alla vecchia maniera, entrando in un negozio di dischi, rimanendo incuriosito dalla copertina, leggendo le note che il venditore aveva fatto, comprandolo, portandolo a casa. E me ne sono innamorato. Confesso che tutta questa storia me l’ero persa al tempo, per qualche strano motivo, e sì che questo genere di fusione tra cantautorato ed elettronica mi piace e lo seguo parecchio. Sicuramente  mi sono perso qualcosa, ma di questo ritorno ho visto soltanto una segnalazione  di Federico Pucci nel suo  resoconto settimanale delle uscite.

"Full circle" è un disco delizioso, anche se questo aggettivo rischia di essere un po’ riduttivo. Forse meglio “laid back”: pur essendo inglese,  in diversi momenti le canzoni evocano un mood sonoro West Coast, da dove questa idea arriva. Lo stesso autore rivendica questo elogio della lentezza in “Slow Tonight”, che ricorda il mondo sonoro rilassato di Jack Johnson, anche senza le onde delle Hawaii.

Un grande merito va al suono di chitarra di Tom Misch: è qua che emergono i paragoni con Mayer. In certi momenti, come “Red Room”, usa effetti che ricordano quelli di Jerry Garcia: quel filtro auto-wah che crea un suono elastico e “parlante”. Il cerchio si chiude perché Mayer ha fatto il frontman dei Dead & Co, prendendo proprio il posto del leader dei Grateful Dead scomparso trent’anni fa. Misch non fa riferimento diretto ai Grateful Dead ma prende quel suono e lo porta ancora più in là, dentro un contesto di cantautorato  contemporaneo, con un fraseggio morbido, avvolgente e canzoni semplici ma ben scritte.

Qualcuno ci potrebbe anche trovare un po’ di “riccardonismo”: mentre scrivo e mi rendo conto che da queste parti abbiamo quasi mai utilizzato questa definizione, molto usata tra gli appassionati di musica in Italia, fin dalle sue origini nei forum del Mucchio Selvaggio ormai 20 anni fa. “Riccardone” indica quegli appassionati che privilegiano qualità e tecnica sopra ogni altra cosa. È vero che in qualche canzone di "Full circlo" si sentono echi dei Dire Straits, numi tutelari del riccardone, ma al di là dell’indubitabile tecnica, a rendere questo album interessante è il mood sonoro che viene creato: accogliente, rilassato ed estremamente piacevole, e la scrittura, pulita.

"Full circle" uno di quei dischi che non inventano niente di nuovo, ma che fanno quello che fanno molto bene, con idee di fondo chiare ed eseguite con precisione: perfetto per una serata in casa tranquilla o una domenica mattina.


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