Per le Linda Lindas è ormai superata l’etichetta di fenomeno giovanile. Bastava andare al cinema qualche settimana fa e sentire fare il loro nome in “Nimrods”, la commedia legata ai Green Day, per rendersi conto di quanto la band formata da Eloise Wong, Lucia e Mila de la Garza e Bela Salazar sia entrata rapidamente nell’immaginario di una nuova generazione di musicisti. Proprio la formazione di “Basket Case” aveva chiamato le quattro giovani musiciste ad aprire diverse date del “Saviors Tour” nel 2024, prima che il quartetto arrivasse persino sul palco a supporto dei Rolling Stones. La storia delle Linda Lindas, del resto, ha lasciato da tempo la dimensione nella quale avevano cominciato a costruire il proprio suono e ha superato anche la dimensione virale che le aveva lanciate durante la pandemia, quando un’esibizione alla biblioteca di Cypress Park a Los Angeles trasformò “Racist, Sexist Boy” nella loro prima grande cassa di risonanza. Quattro anni dopo “Growing Up” e due dopo “No Obligation”, il terzo album “Gotta Get Out” fotografa così una band che non deve più dimostrare di essere qualcosa di più di quattro ragazzine diventate famose molto presto. Le Linda Lindas sono cresciute dentro la musica, hanno accumulato dischi, concerti ed esperienze e ora si trovano nella posizione quasi paradossale di essere indicate come riferimento da altre giovani leve mentre alcune di loro stanno ancora attraversando l’adolescenza.
Crescita e liberazione
“Gotta Get Out”, traducibile più efficacemente come “Devo uscirne” che come un semplice “Devo uscire”, contiene già nel titolo l’idea attorno alla quale si muovono le dodici canzoni e i 35 minuti del disco. Non si tratta tanto di abbandonare fisicamente un luogo quanto di liberarsi da una condizione nella quale ci si sente intrappolati, spezzare abitudini ormai strette e trovare una via d’uscita da un senso di immobilità personale e mentale. In un'intervista per l'NME, Mila de la Garza ha raccontato che la title track fu la prima canzone scritta per l’album e che solo poco prima delle registrazioni il testo assunse il significato definitivo, diventando una riflessione sul tentativo di “liberarsi dalle vecchie abitudini e dalla sensazione di essere bloccati”. È un concetto che può essere esteso alla stessa traiettoria della band. “Growing Up” era stato il disco della sorpresa, della freschezza e della rabbia adolescenziale, mentre “No Obligation” aveva dovuto sostenere il peso della conferma. Con “Gotta Get Out” le Linda Lindas cercano invece di allargare il proprio vocabolario e di uscire anche dai confini sonori nei quali erano state riconosciute all’inizio. La title track lo suggerisce subito con i sintetizzatori e una tensione new wave che si innesta sulle chitarre, mentre il ritornello trasforma la crescita in una corsa durante la quale si teme di essere rimaste indietro rispetto a tutto il resto. “Big world and I'm falling behind / Yeah, I thought I'd go far / But I'm just wasting time / Big world and I'm missing the best”, recita il ritornello di "Gotta Get Out", mettendo immediatamente al centro del disco una forma di inquietudine che non ha più soltanto l'impeto della ribellione adolescenziale.
Quell'inquietudine attraversa la prima metà dell'album cambiando forma insieme alla musica. “Burning Out” mantiene una spinta più immediata, ma il suo grunge melodico accompagna un senso di stanchezza che emerge già nei versi prima del ritornello: “Am I seeing things? / Is it all a dream? / Let me sleep a little longer”. Ansia, paura del tempo che passa e frustrazione finiscono per mescolarsi alla dimensione politica, come era già successo in passato ma con una prospettiva diventata più ampia. La rabbia delle Linda Lindas, quasi tutte maggiorenni, fatta eccezione per Mila, è sempre partita da ciò che vivevano direttamente e “Gotta Get Out” non separa l'impotenza personale dalla sensazione di assistere a un mondo che continua a peggiorare. In “Nothing Left”, il ritornello dievnta un avvertimento e un monito: “Wake up before it gets ya / Can’t run, it's all around us / Just stuck making the mess / Until there's nothing left”. La pressione diventa una denuncia collettiva, mentre lo stesso disagio atterra su un terreno più intimo grazie a “Closer”, realizzata con Hayley Williams dei Paramore (di cui è stato produttore proprio il padre di Lucia e Mila, Carlos de la Garza, nonché mentore delle Linda Lindas). Non è casuale che proprio Williams, protagonista di una stagione emo appartenente a un'altra generazione, intrecci la propria voce con quelle del quartetto nei versi: “Each day getting closer / I’m overthinking again / Wait 'til it's over / Instead of wondering when”. Le chitarre si aprono e il quinto pezzo di "Gotta Get Out" respira più di quanto facessero molte delle prime canzoni delle Linda Lindas, ma al centro rimane quella stessa urgenza emotiva che in passato veniva scaricata quasi sempre attraverso velocità e distorsione.
Le Linda Lindas nella maggiore età, o quasi
Il cambiamento si fa ancora più evidente procedendo nel disco, quando “Gotta Get Out” comincia quasi a comportarsi come un laboratorio in cui la band prova a capire fin dove può spostarsi senza perdere se stessa. “High Horse” cambia scenario con una scrittura più elastica e meno legata alle corse punk degli esordi, ma conserva una durezza che questa volta passa soprattutto dalle parole. “I don't care that you pick me apart / Your talk is cheap and it's got no heart / You can't hold your tongue 'cause you got no teeth / You got a lot to say but it means nothing to me”: è un ritornello costruito sulla stessa franchezza che aveva caratterizzato il gruppo fin dall'inizio. Poco dopo “Break”, il pezzo migliore del disco per chi aspettava la stessa ruvidità degli esordi, riporta invece le Linda Lindas sul terreno più brutale e riconoscibile delle loro origini, accelerando verso l'hardcore e lasciando spazio alle urla di Eloise Wong. “We don't talk about the mirror till we're sleeping in a haze / And we won't do something different, we stay quiet when we wake”: è l'attacco dell'ottava traccia del disco, prima che la canzone esploda in meno sfumature e più ferocia. Anche “Okay”, dietro una melodia più luminosa, conserva qualcosa della schiettezza del punk rock femminile dei primi anni Novanta e contrappone una forma quasi ostinata di leggerezza alla paralisi raccontata in alcuni versi centrali: onAnd I can't think 'bout what's ahead / I will just eat what I am fed / And I can't take another day sitting in bed / But don't know what I'd do instead”.
Non tutti gli esperimenti, però, hanno lo stesso peso. “I Could Be Wrong” porta l'album verso un alt-rock più trattenuto e atmosferico, accompagnando “Forgot your voice / I’m stuck on hold / I give up calling 'cause there's no one home / It feels like something ain't right”, sentenzia la terza strofa del brano, con una produzione che preferisce insinuare il disagio anziché farlo esplodere. È una direzione coerente con l'intenzione di ampliare il campo d'azione, anche se qui la pillola viene addolcita forse fin troppo e parte di quell'immediatezza che rendeva riconoscibili le Linda Lindas si perde dentro una forma più levigata. Ancora più distante è “See You Next Time”, saluto malinconico che chiude il disco quasi come se appartenesse a un'altra band, mentre le distorsioni degli inizi sembrano ormai lontane. Proprio questa discontinuità è allo stesso tempo il pregio e il limite di “Gotta Get Out”. Il terzo album del quartetto non possiede sempre la compattezza necessaria per far convivere tutte le sue direzioni, ma documenta una crescita reale e soprattutto il desiderio di non ripetere una formula che aveva già funzionato. Le Linda Lindas non hanno smesso di essere frenetiche, semplicemente non hanno più bisogno di dimostrarlo in ogni canzone.
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