“Abbiamo visto Alice svegliarsi dal suo incubo e questa settimana lo troviamo mentre va all’inferno. Una notte Alice si svegliò nel cuore della notte, mi chiamò e disse: ‘Ci sono! Ci sono! L’inferno è una discoteca. Nessuno può smettere di ballare’. E l’immagine di quella discoteca era talmente chiara e richiamava alla mente talmente tante cose, dai vecchi film fino al presente. Quando diciamo discoteca, intendiamo un club”. Quando nel 1976, in un’intervista per “Record World”, il produttore Bob Ezrin raccontò il lavoro su “Alice Cooper goes to hell”, svelò la scintilla visionaria di quel viaggio che portò Vincent Damon Furnier, ormai legalmente Alice Cooper, negli inferi. Cinquant’anni dopo la pubblicazione del disco, mentre l’artista di Detroit è impegnato nell’ennesimo tour di una carriera inarrestabile che lo riporterà in Italia domenica 12 luglio 2026 all’AMA Music Festival di Romano d’Ezzelino, in provincia di Vicenza, quel secondo album solista resta tra i capitoli più strani, sfuggenti e teatrali della sua discografia.
Il lavoro pubblicato originariamente nel giugno 1976, non è il disco più amato di Alice Cooper, non è il più compatto e non è nemmeno quello in cui il suo rock trova la forma più brutale o definitiva. È però uno degli album che meglio raccontano il momento in cui l'artista prova a capire che cosa potesse diventare, dopo la band, dopo il primo successo solista, dopo la trasformazione del mostro da palcoscenico in personaggio autonomo, capace di muoversi tra rock, musical, cabaret, televisione e incubo personale. "Alice Cooper Goes to Hell" è il secondo album solista dell’artista e il nono in studio complessivo, arrivando dopo "Welcome to my nightmare" e proseguendone la storia per portare ancora più avanti il racconto di Steven. Parte dell’oscurità del predecessore viene addirittura sostituita con un gusto più fantasioso, grottesco e ambiguamente spettacolare.
Dall’incubo all’inferno
Prima di scendere all’inferno, Alice Cooper aveva già attraversato più di una trasformazione. All’inizio, il viaggio di Vincent Damon Furnier non voleva prevedere un progetto solista, ma perseguì l'intento di una band nata a Phoenix nella seconda metà degli anni Sessanta, cresciuta tra garage rock, psichedelia, provocazione teatrale e un’idea sempre più precisa del palco come luogo di disturbante finzione. Vincent Furnier, Glen Buxton, Michael Bruce, Dennis Dunaway e Neal Smith avevano costruito il nome Alice Cooper come se fosse un personaggio collettivo, una creatura in cui il rock poteva diventare teatro dell’orrore, parodia della rispettabilità americana e rito adolescenziale. Da "Love it to death" a "Killer", da "School’s out" a "Billion dollar babies", il gruppo aveva definito una forma di spettacolo in cui la canzone non bastava più da sola e doveva essere accompagnata dalla teatralità.
Quella prima stagione aveva dato ad Alice Cooper una grammatica precisa, fatta di riff hard rock diretti, cori immediati, una scrittura capace di parlare con la forza di slogan memorabili come "I’m eighteen". Ma c’era anche il gusto per la costruzione scenica, alimentato dall’immaginario horror, dal vaudeville, dal cinema, dal fumetto nero e da una forma di ironia che permetteva a Cooper di essere allo stesso tempo mostro e burattinaio del mostro. Quando la band arrivò alla fine del suo ciclo, consumata dai tour, dalle tensioni interne e dalla difficoltà di reggere il peso del proprio stesso personaggio, Furnier decide di fare il passo definitivo. Alice Cooper non è più soltanto il nome del gruppo, ma diventa il suo nome legale e la sua identità artistica individuale.
"Welcome to my nightmare", pubblicato nel 1975, fu quindi il primo grande banco di prova di questa nuova fase. Cooper non dovette più dimostrare soltanto di saper scioccare il pubblico, ma di poter reggere da solo un intero universo narrativo. Con Bob Ezrin al suo fianco e con musicisti come Dick Wagner e Steve Hunter, il disco trasformò l’incubo del piccolo Steven in una macchina teatrale più ampia, meno legata alla crudezza della vecchia band e più vicina a un musical rock dell’orrore. Il successo di "Only women bleed" confermò inoltre che Cooper può colpire anche con la ballata, senza rinunciare del tutto alla tensione del personaggio. Il rock duro della prima metà degli anni Settanta arrivò così a convivere con un’idea sempre più esplicita di intrattenimento. "Alice Cooper goes to hell" nacque proprio da quella soglia. È la prosecuzione di "Welcome to my nightmare", ma non ne replica davvero l’atmosfera. Se il disco precedente aveva la forma di un incubo gotico e infantile, il lavoro del 1976 sembrò spesso un musical infernale, un cabaret popolato da tentazioni, condanne, numeri da club e strani momenti di fragilità.
"Go to hell" apre l’album come un processo pubblico, con Alice accusato di avere scandalizzato i cittadini perbene, di essere stato un moccioso, di avere rifiutato di comportarsi secondo la sua età e di avere scelto di diventare un’oscenità vivente. È il Cooper classico che guarda se stesso allo specchio, trasformando le accuse rivolte allo shock rocker in materia da spettacolo. Subito dopo, però, il disco comincia a cambiare pelle e si muove in territori molto meno prevedibili. "Guilty" è tra i brani più diretti e graffianti, con le chitarre di Wagner e Hunter che riportano il disco verso un terreno più fisico. "I never cry" invece apre una ferita diversa, perché dietro la ballata apparentemente levigata c’è una confessione sull’alcolismo che di lì a poco avrebbe travolto la salute e la vita personale di Cooper. Il brano cerca di ripetere il successo emotivo di "Only women bleed", ma oggi appare soprattutto come il punto in cui la maschera comincia a incrinarsi. Attorno a questi episodi si muove un album volutamente eccentrico, che passa dalla disco ironica di "You gotta dance" al funk leggero di "Wish you were here", dalla teatralità di "Give the kid a break", alla presenza quasi straniante di "I’m always chasing rainbows", brano nato nel 1917 e riportato dentro un contesto che lo rende insieme nostalgico, assurdo e inquietante.
L’inferno è una discoteca
Nell'intervista per “Record World” del 1976, il racconto di Bob Ezrin sottolineò perché "Alice Cooper goes to hell" sia un disco anomalo. Nelle intenzioni iniziali, Alice e il chitarrista Dick Wagner erano partiti per le Hawaii per scrivere un progetto che non fosse un concept album, ma un disco di canzoni, più morbido e meno legato all’immaginario classico di Cooper. Venivano da un tour estenuante, erano stanchi e, invece di ritrovare subito la crudezza da strada di "Killer" o "Billion dollar babies", si erano messi a scrivere materiale molto più sensibile, quasi lontano dal personaggio ormai consolidato sotto il marchio Alice Cooper. Ezrin raccontò che alcune di quelle canzoni erano ottime, persino paragonabili per qualità melodica e lirica a brani di Paul Simon, ma il gruppo di lavoro capì che non era quello il momento giusto per presentare un Alice Cooper completamente diverso.
La scelta fu quindi quella di non rinnegare "Welcome to my nightmare". Ezrin, Cooper e Wagner decisero di proseguire lungo quella strada, rafforzando il linguaggio teatrale del disco precedente e preparandosi allo stesso tempo a ciò che sarebbe venuto dopo. L’idea era quella di usare una forma familiare, fatta di fantasia, favola, racconto oscuro e personaggi sopra le righe, ma di portarla dentro canzoni più elaborate, talvolta vicine alla forma della "show tune". In questo senso "Goes to hell" non è soltanto il seguito di un incubo, ma il tentativo di allargare il vocabolario musicale di Cooper, inserendo dentro il suo immaginario il musical, la disco, l’r&b, il cabaret e una scrittura più orchestrata.
La frase decisiva arriva nel cuore della notte, quando Cooper chiama Ezrin e gli dice di avere trovato l’immagine dell’album. Il produttore spiegò a "Record world":
Aggiunse: "In realtà, in questo disco non c’è nessun incontro con il Diavolo. Non se ne va nemmeno davvero. È solo che noi lo lasciamo nel momento in cui prende la sua decisione. In realtà non sappiamo se torni mai a casa. Forse se ne andrà davvero. Forse uscirà dalla porta d’ingresso e verrà trascinato di nuovo dentro".
È qui che il disco diventa più interessante della sua stessa reputazione, lasciando Alice Cooper nel momento in cui decide di tornare a casa, sospeso tra l’inferno in cui è caduto e l’idea di una salvezza possibile. La conclusiva "Going home" ha proprio questa funzione, arrivando dopo il processo, la condanna, i numeri da club e le ballate. Cooper resta al centro della scena con le valigie in mano e canta il desiderio di rientrare. Il viaggio all’inferno non è soltanto una favola grottesca. È anche il riflesso di un artista che sta perdendo energie, che beve troppo, che si sta ammalando e che non può più fingere che la maschera basti a proteggere l’uomo.
"Goes to hell" dal vivo
Il paradosso di "Alice Cooper goes to hell" è che nasceva con un potenziale scenico enorme, ma non ebbe il tour che avrebbe dovuto trasformarlo in spettacolo. La tournée prevista per il 1976 fu cancellata prima dell’inizio a causa dell’anemia di cui Cooper soffriva in quel periodo, ma dietro quella spiegazione medica c’era anche una condizione generale sempre più fragile. Il tour di "Welcome to my nightmare" aveva lasciato l'artista di Detroit completamente esausto, l’alcolismo stava diventando un problema sempre più grave e lui non era nelle condizioni di tornare subito sulla strada. L’inferno come club, con scenografie su più livelli, stanze rosse, corpi abbandonati e ordini di ballare impartiti dal Capo, rimase quindi in gran parte sulla carta.
Nonostante questo, alcune canzoni dell’album hanno continuato a riemergere nella storia live di Alice Cooper, spesso come frammenti di un disco che non ha mai avuto una piena vita teatrale nel momento della sua uscita. "Go to hell" è diventato il brano più resistente, quello capace di inserirsi più facilmente nelle scalette successive grazie al suo passo deciso e al suo testo costruito come una condanna spettacolare. "I never cry" ha trovato spazio soprattutto tra la fine degli anni Settanta e alcuni ritorni successivi, mentre "Guilty" e "Wish you were here" sono rimaste presenze più occasionali.
Proprio per questo, la presenza di brani tratti da "Alice Cooper goes to hell" nelle scalette recenti assume un valore particolare nel cinquantesimo anniversario. Nel pieno del nuovo tour che porterà Cooper anche in Italia, domenica 12 luglio 2026 all’AMA Music Festival di Romano d’Ezzelino, l'album del 1976 continua a lasciare tracce nel racconto dal vivo dell’artista. Lo scorso anno, come accaduto anche nella data dell’8 luglio 2025 a Bologna, da "Alice Cooper goes to hell" era stata proposta la title track "Go to hell", riportando sul palco il processo infernale contro l’oscenità vivente che aveva scandalizzato i cittadini perbene. Nella residency "Welcome to our nightmare (with Criss Angel)", andata in scena a Las Vegas anche nel maggio 2026, è invece spuntata "I’m always chasing rainbows", uno dei passaggi più strani e teatrali del disco, quasi una reliquia da musical incastonata nel regno dello shock rock. Nel tour in corso resta poi un’altra traccia del viaggio infernale del 1976, con l’inclusione di "Going home", eseguita insieme a "Second coming" da "Love it to death" del 1971. È una scelta significativa, perché mette in dialogo la prima stagione della band con il periodo solista e teatrale.
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