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La bellezza che resiste al marcio: lo sguardo di Roger Taylor

19.09.2026 Scritto da Lucia Mora

C’è una profonda dissonanza cognitiva nell'osservare il mondo contemporaneo, un contrasto stridente tra la meraviglia del pianeta che abitiamo e la spietata brutalità di chi lo popola. È in questa spaccatura che si inserisce Violence Insane in a Beautiful World, il nuovo lavoro solista di Roger Taylor. Non un concept album, ma una raccolta attraversata da un filo rosso inequivocabile: una disamina a tratti lucida, a tratti impulsiva, dello stato delle cose. Scritto, suonato e prodotto quasi interamente in solitaria, con il supporto del fido Joshua J. Macrae, il disco mostra pregi e limiti tipici delle operazioni "one-man band": da un lato un'intimità e una libertà espressiva assolute, dall'altro una certa disomogeneità di fondo e arrangiamenti che, a volte, rischiano di ripiegare su sé stessi.

A salvare l'album dal rischio di suonare eccessivamente statico è l'intuizione più brillante del disco: il coinvolgimento del Ndlovu Youth Choir. In A Beautiful World, traccia di apertura che osserva il nostro "globo verde e blu" con gli occhi di un alieno, l'inclusione del coro sudafricano dona al brano un respiro da world music che Taylor da solo non avrebbe potuto raggiungere; come in Come On Summer (It’s Party Time) e nella conclusiva A Great Big Beautiful World.

Quando lo sguardo scende sulla Terra, le atmosfere si incupiscono drammaticamente. Nata come abbozzo per la colonna sonora di un videogioco, Violence Insane è una traccia quasi claustrofobica. Da batterista, Taylor costruisce una tensione ritmica che evoca scenari cupi. Il climax della rabbia trova il suo sfogo in Chump, un'invettiva cruda e senza filtri contro un leader politico percepito come bugiardo e artefice di derive fasciste e guerrafondaie (il bersaglio, com'è facile intuire già dal titolo, è Donald Trump). Sarebbe però un errore paragonare questa rabbia a quella, per esempio, di Roger Waters. Se l'ex bassista dei Pink Floyd si scaglia sistematicamente contro l'intera macchina della guerra, smantellando le ipocrisie dell'imperialismo a prescindere da chi sieda alla Casa Bianca (repubblicani o democratici, senza distinzione), Taylor si limita a una reazione di pancia, circoscritta e polarizzata. Una condanna dura, certo, ma che manca di quell'universalità e di quella profondità di analisi sistemica che caratterizza i veri giganti del rock politico.

Dove l'album ritrova un baricentro è nella disamina delle dinamiche umane e sentimentali. Lontano dalle narrazioni favolistiche o adolescenziali, Taylor affronta l'amore con realismo: What Really Matters seziona la vita in tre atti, culminando nella consapevolezza che, cadute le ossessioni giovanili e l'edonismo dell'età di mezzo, è la gentilezza a restare il collante del mondo. Questa visione disincantata ma romantica prosegue in I See You Now, dedicata alla moglie: un ritratto della vita di coppia dove l'amore non è il colpo di fulmine da copione cinematografico, ma la lenta, complessa e faticosa scoperta quotidiana dell'altro.

La tracklist pecca a volte di poca coesione, inserendo episodi forse trascurabili come Don’t Photograph Food, un divertissement che spezza la tensione, o Spit In His Eye, divertente nel suo omaggio surreale alla Regina che ascolta Blood On The Tracks di Dylan, ma che aggiunge poco al peso specifico del disco. Interessante invece la rilettura di Jealous Guy, una versione che prova a restituire al capolavoro di Lennon la sua essenza più nuda e fragile. Il finale sceglie deliberatamente la luce, con il ritorno del Ndlovu Youth Choir Liberato dalla struttura pop, l'epilogo è un trionfo che riafferma la tesi di fondo: c'è ancora bellezza in questo mondo.


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