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Kneecap: “La paura delle conseguenze non può essere un freno”

27.04.2026 Scritto da Claudio Cabona

I Kneecap, negli ultimi due anni, sono stati tra le band più controverse della scena mondiale. Finiti nel mirino delle autorità, hanno dovuto affrontare processi con accuse di terrorismo: le loro canzoni sono state ritenute, da alcuni, istigatrici alla violenza e all’insurrezione. Si è anche tentato di bloccarne l’attività. Nel settembre del 2025, però, le accuse sono state archiviate, segnando un punto di svolta confermato recentemente. Il trio rap irlandese, formato da Mo Chara, Móglaí Bap e DJ Próvaí, torna con il secondo album, “Fenian”, in uscita il primo maggio. Un disco incendiario, prodotto da Dan Carey, che incanala tensioni politiche, identità e provocazione. A raccontarlo è DJ Próvaí, che si presenta all’intervista con il suo balaclava. Nel film “Kneecap”, uscito nel 2024, viene spiegato come tutto sia nato: all’inizio lo indossava perché lavorava come insegnante e non voleva essere riconosciuto durante i primi concerti, un magma impazzito di rap, punk, droghe ed elettronica. Con il tempo, però, quel passamontagna è diventato molto più di una semplice copertura: è diventato un simbolo. Saranno in Italia a giugno per diverse date. 

La prima domanda riguarda il contesto in cui è nato questo album, le difficoltà e la censura che avete subito. Questo disco è incredibilmente ispirato: tutto quello che vi è successo vi ha paradossalmente dato maggiore convinzione?
Sì, al 100%, assolutamente. Abbiamo passato un anno e mezzo, forse due, tra processi e accuse di terrorismo. Ma essere etichettati come terroristi è un vecchio metodo usato dai governi per cercare di sminuire e impedire la diffusione di un messaggio scomodo. Se dici qualcosa che mette a disagio un governo, di solito è qualcosa con cui molte persone si identificano e che vogliono ascoltare. Questo ci ha dato forza. È vero: c'è stata molta censura, a diversi livelli. Il governo britannico si è mosso per cercare di impedirci di viaggiare, perché sapevano che se fossimo stati coinvolti in un processo, come è successo, molti Paesi non avrebbero approvato il nostro arrivo, tra questi l’America.

I processi sono stati benzina sul fuoco per la vostra musica.
Sapevamo che molto materiale proveniente da quei processi lo avremmo potuto usare nell'album. Penso a un pezzo come "Carnival" dove parliamo di un "carnevale della distrazione": ogni volta che eravamo sui media o nei notiziari, c'era meno tempo per parlare della Palestina o di quello che stava succedendo lì con il genocidio. Più parlavano di noi, meno parlavano di certi temi. Quei processi sono stati la vera genesi dell'album.

Perché "Fenian"?
"Fenian" è stato usato in tempi recenti, negli ultimi cento anni circa, come termine dispregiativo, come insulto contro i nazionalisti irlandesi e gli irlandesi, raccontandoli come arretrati che vivono nella foresta, come selvaggi. È parte della propaganda usata contro gli irlandesi. Ma originariamente, "Fenian" era un termine che derivava dalla mitologia e dal folklore. C'era una figura chiamata Finn: Finn era il capo dei Fianna, una specie di gigante, e i Fianna erano la sua banda di guerrieri. Quindi, essere chiamati “Feniani” era un termine che suggeriva orgoglio, un segno distintivo.

Voi ne esaltate il significato tradizionale?
Sì, quel significato è andato perduto, ma molti movimenti e lotte nel corso della storia irlandese hanno usato il termine "Feniano" nella sua accezione storica. Con questo album, stiamo riscattando quella parola e la stiamo usando di nuovo come segno di rivendicazione. Invece di essere qualcosa che ci abbatte, è qualcosa che ci rende orgogliosi e ci eleva. Tutto ciò si collega al discorso che abbiamo fatto prima.

Nel vostro film uscito nel 2024, spiegate bene l’importanza del recupero della lingua irlandese come gesto politico. Quanto è necessario raccontare la storia, ma senza nostalgia?
Nel modo di raccontare gli irlandesi c'è molta nostalgia, soprattutto nei film irlandesi-americani che vengono realizzati. Tutti indossano maglioni arancioni, l'ambientazione sembra quella di un college, si parla di folletti e cose del genere. Ma la vera storia irlandese è, in gran parte, una storia di sopraffazione: 800 anni di colonialismo e oppressione, e di distruzione sistematica della cultura, della lingua e della musica irlandese. L'arpa, per esempio, fu bandita in Irlanda, insieme a molti altri strumenti e persino ai metodi per costruirli. Cercarono di annientarla per impedire alla gente di esprimersi, perché la prima cosa che fa una potenza coloniale è togliere la lingua e i modi per raccontarsi. In questo modo, si può soggiogare e controllare un popolo molto più facilmente. Ecco perché per noi è importante attingere dal folklore e dalla musica popolare irlandese: perché è lì che risiede la vera storia dell'Irlanda.

Ma non c’è il rischio di essere capiti da meno persone?
Quando gli inglesi occuparono l'Irlanda, crearono un sistema scolastico in cui l'insegnamento era impartito in inglese. Ora l'inglese è una delle sue principali lingue parlate. La lingua irlandese, però, è in qualche modo sopravvissuta e ora la stiamo recuperando, riportandola dall'orlo dell'estinzione a una nuova fioritura. E come lo stiamo facendo? Con la musica. Con il rap, che è ancora una volta è al servizio degli oppressi.

Vedi un disegno più alto?
Assolutamente. Raccontiamo la storia dell'Irlanda, ma per noi è diventata anche una storia internazionale di lotte linguistiche e di lotta contro l'oppressione, contro chi vuole l’omologazione.

Per questo “Éire Go Deo”, con cui aprite il disco, è un manifesto?
Quella canzone parla di persone che conosciamo, persone che ci hanno ispirato nella nostra vita: i genitori di Móglaí, che hanno contribuito a rilanciare il movimento per la lingua irlandese nel Nord, i nostri insegnanti, i nostri amici, tutte persone che hanno lottato per la lingua. Omaggiamo anche altre figure: un conduttore radiofonico che ci ha permesso di organizzare il nostro primo concerto e ci ha trasmesso per la prima volta alla radio.

Non vi volete prendere meriti, frutto del sacrificio di altri?
Esatto, molti ci attribuiscono il merito di aver riportato in auge la lingua irlandese, ma noi ci basiamo sul lavoro di giganti che ci hanno preceduto. Ci sono molte persone nella storia che hanno piantato semi che non hanno mai visto crescere, lo facevano per il bene comune, per le generazioni future che non avrebbero mai conosciuto. Ora stiamo beneficiando dei loro sacrifici e delle loro lotte. E non lo dimentichiamo. La canzone è un “grazie” e vuole unire le generazioni.

In questo disco c'è un maggiore equilibrio tra rap, punk e rave. Forse è più cupo. Come avete lavorato con Dan Carey?

Siamo andati in studio e ci siamo rimasti per sette settimane. Dan lavora interamente in analogico, non usa computer, quindi portava un sintetizzatore o uno strumento, lo suonava e sperimentava con i suoni. Ogni volta che aggiungeva un nuovo suono, si entusiasmava molto, e quell'energia era contagiosa. Solo due brani dell'album erano stati scritti prima di entrare in studio, tutto il resto è stato creato lì. Quindi lavorare partendo da quell'energia è stato importantissimo per la realizzazione dell'album.

C’è stato un momento che reputi fondamentale?
Il concerto alla Wembley Arena del 2025. A Dan sono venute delle idee sulla scaletta, sul tipo di suoni che voleva e su come quei suoni potessero riempire un'arena. Quel live ci ha fatto capire che direzione avrebbe preso il disco. Dicevi che il disco suona più cupo….

Non è forse così?
È così. È un po' industrial. Riflette quello che sta succedendo nel mondo in questo momento, con così tante guerre in corso. Ma allo stesso tempo, è pieno di speranza. Ci sono canzoni malinconiche che riflettono alcune delle tragedie personali che la band ha vissuto negli ultimi due anni. Ma nel complesso, il messaggio è di speranza.

Qual è la differenza più importante con il primo disco?

Il primo aveva l'energia della giovinezza, la voglia di uscire, di fare festa. Era più un album da festa, e ha il suo perché. Questo invece riflette un po' più l'invecchiamento, è il primo capello grigio che compare nella barba. È un album sulla maturazione.

“Palestine”, con il rapper Fawzi, è un inno alla solidarietà?
Il fratello di Móglaí ha una fidanzata di Ramallah, e anche Fawzi è di Ramallah. Siamo solidali con la Palestina da molti anni. Se camminate per le strade di Belfast o Derry, vedrete bandiere palestinesi. Questa solidarietà esiste da quando eravamo molto giovani. Capiamo cosa significa per le persone essere costrette ad abbandonare la propria terra: sfollamento forzato, fame, violenza. A noi non interessava solo parlare della Palestina. La cosa più importante era dare a un artista palestinese la possibilità di raccontare la sua storia. Il pezzo parla di resistenza, speranza e di preghiera.

In Italia ci sono artisti e rapper che si esprimono sulla guerra e sulla politica, ma sono molto pochi. Credo che un grosso problema oggi sia l'autocensura. Molti hanno paura di perdere il successo e il loro pubblico, quindi non prendono posizione. Cosa ne pensi?
Hanno paura della "cancellazione". L’autocensura si lega all’autoconservazione. È un processo che può anche provenire dalle etichette discografiche, soprattutto nell'industria musicale, perché le etichette sono molto potenti e hanno influenza su diversi aspetti della società. Per una band emergente, per esempio, può essere difficile prendere posizione perché rischia di non essere firmata da alcuna etichetta. Noi lo abbiamo vissuto sulla pelle: ci sono stati lobbisti che ci hanno preso di mira, cercando di "cancellarci" dopo il live al Coachella. Circolavano lettere, anche da parte di personaggi dell'industria musicale, che cercavano di farci escludere dai festival di tutto il mondo.

La musica può essere contestata, la politica no?
Hai messo il dito nella piaga. Benjamin Netanyahu è un criminale di guerra ricercato, eppure può circolare liberamente. E gli artisti? Devono farsi sentire, devono usare la propria voce.

In "Liar's Tale" attaccate il primo ministro del Regno Unito Starmer, Netanyahu e la politica in generale. Quando componete una canzone del genere, anche pesante sul fronte del linguaggio, pensate alle conseguenze o vi sentite sempre liberi?
Credo che sia necessario sentirsi liberi. E nel nostro caso, le conseguenze si erano già verificate: il governo britannico ci aveva già citato in giudizio. Veniamo da un contesto in cui le persone hanno fatto pesanti sacrifici affinché noi, come altri, potessimo avere anche solo questa occasione per esprimerci. Quindi, per noi, fare un passo indietro sarebbe come tradire tutti coloro che ci hanno permesso di arrivare fino a qui.

Quindi le conseguenze non vi spaventano?
Le vere conseguenze sono quelle che stanno subendo altri: persone bombardate in ospedali, scuole distrutte, crisi umanitarie e sociali. Le persone devono comprendere il proprio potere, unirsi collettivamente. Molti di questi politici sono eletti dal popolo, quindi se agiscono contro la volontà popolare, dovrebbe esserci un modo per rimuoverli. Con la nostra musica vogliamo solo che più persone si rendano conto di avere la possibilità di sfidare i governi e chi è al potere. Il credere di non poter agire è uno dei grandi mali di questo tempo.

Ci sono limiti nel linguaggio della musica?
Credo che sia proprio questo il punto. Dovremmo puntare a una società in cui ci sia davvero libertà di parola. È importante poter mettere in discussione tutte le idee. Non tutti devono essere d'accordo, e va bene così. A molti non piacciono le nostre canzoni, quello che diciamo e come lo diciamo, e va bene così. Va bene aprire un dialogo. Ma censurare o cancellare le persone, senza interagire con loro, senza dialogo, esacerba un problema, crea ancora più trincee.

La censura peggiora la situazione.

Certamente, e lo conferma la storia. Ci deve essere spazio per la conversazione, ed è questo che fa l'arte: apre il dialogo.  Potrebbe non piacere, a volte può essere conflittuale, ma fa parlare e interagire la gente. E questo è il potere della musica.

L’etichetta di “band politica” che cosa vi suscita?
Non abbiamo mai avuto l'intenzione di essere una band politica, è successo e basta. Veniamo da un contesto molto politico. Ma non saliamo sul palco e parliamo solo di Palestina o di argomenti pesanti. La maggior parte della nostra musica si fonda sul divertimento. Molti ragazzi oggi sono incollati ai loro cellulari, guardano le notizie, si sentono scoraggiati. I nostri concerti sono uno spazio in cui poter ballare, divertirsi e connettersi attraverso la musica. Noi facciamo musica per tenere le persone unite, per farle stare insieme e in compagnia, non sole.


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