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Judas Priest: "Se fossimo immortali, suoneremmo all'infinito"

12.08.2026 Scritto da Simöne Gall

La longevità dei Judas Priest non si misura solo in anni di carriera, ma nella straordinaria capacità di conquistare ogni volta una nuova generazione di fan. Ce lo ha spiegato il talentuoso asso delle sei corde, subentrato nella band quindici anni fa, che ci ha raccontato la sua vita nel gruppo, il lavoro in studio e la responsabilità di custodire e tramandare l'eredità dell'heavy metal, in attesa dei quattro concerti italiani del loro “Faithkeepers” tour, a partire dal 3 settembre a Pordenone


Il vostro tour porta il nome di "Faithkeepers" (Custodi della fede). Pensi che questo termine descriva bene le nuove generazioni di fan del metal?
Sì, e vale sia per le nuove generazioni che per le vecchie. Siamo tutti "difensori della fede", e senz'altro capisci cosa intendo. I fan che nel 1984 accolsero l'uscita di "Defenders Of The Faith" [nono album dei Judas Priest] sono gli stessi che ancora oggi, nel 2026, custodiscono questa passione. Tutti noi siamo i custodi della fede di questa splendida musica, uniti all'interno di quella meravigliosa comunità che chiamiamo heavy metal.

I Priest hanno un catalogo immenso: quanto è difficile bilanciare i grandi classici e i nuovi brani in scaletta?
È una bellissima sfida. Immagina di doverti mettere lì a scegliere una ventina di canzoni: è divertentissimo perché, come dicevi tu, abbiamo tantissimi album alle spalle. Di solito dobbiamo promuovere un nuovo disco o celebrare un anniversario, e poi ci buttiamo dentro qualche gemma nascosta e i pezzi più trascinanti. Stavolta non abbiamo un album nuovo da lanciare – lo abbiamo già fatto nel tour precedente, dove tra l'altro festeggiavamo anche il compleanno di "Painkiller". Questo giro di concerti sarà una celebrazione totalmente libera di tutto il repertorio dei Priest. Vedremo cosa uscirà fuori, ma senza dubbio troveremo il giusto equilibrio tra un grande inizio, un finale col botto e qualche chicca che non suoniamo da anni. Di sicuro non mancheranno classici come "The Sentinel", "You've Got Another Thing Comin'", "Beyond The Realms Of Death", "Victim Of Changes" o "Metal Gods". Non vediamo l'ora, in ogni caso.

Il tuo ingresso nei Judas Priest ha un che di mitico. Il management provò inizialmente a contattarti con delle mail, che tu ignorasti pensando fossero spam. Quanto sei andato vicino a perdere il posto?
Quanto ho rischiato non lo saprò mai, in effetti. Ricordo che mi chiamarono per telefono e che appena riagganciato andai a controllare la cartella del cestino sul computer, ed effettivamente quelle mail erano proprio lì. Chissà per quanto avrebbero atteso un mio feedback, prima di passare alla ricerca di un altro chitarrista, ma sono stato incredibilmente fortunato a rispondere, quel giorno. In seguito capii che erano riusciti ad avere il mio numero tramite la produzione degli Iron Maiden, dato che all'epoca lavoravo con la figlia di Steve Harris, Lauren. Parliamo di quindici anni fa; da allora il tempo è volato, ma la mia vita è decisamente cambiata. Sarebbe stato orribile non sapere nulla per poi scoprire online, magari, che i Priest avevano preso un altro chitarrista. Per fortuna è andata diversamente.

A proposito di Steve Harris, una volta ha dichiarato che saresti la sua prima scelta se gli Iron Maiden cercassero un chitarrista. Se fosse possibile, ti uniresti a loro senza lasciare i Priest?
Senza lasciare i Priest? Non male come idea! So che Steve si è espresso pubblicamente dicendo che mi avrebbe voluto nella sua band, anche se credo senza specificare quale. Forse si riferiva al suo progetto solista, i British Lion, chissà. In ogni caso, l'ho considerato un complimento incredibile. Se i Maiden, che sono tra i miei gruppi preferiti, mi chiamassero per un tour di uno o due mesi e questo non creasse problemi con la mia band, accetterei subito per dare una mano. Conosco il loro repertorio, quindi potrei salire sul palco con loro anche domani. Al massimo dovrei fare un po' di pratica con le coreografie, a seconda di chi dovrei sostituire! Ma ripeto, lo farei solo a patto di non danneggiare i Priest.

Rob Halford, dal canto suo, ti ha indicato come la salvezza dei Judas Priest. Cosa vuol dire per te, dopo tutti questi anni nel gruppo?
Se Rob afferma una cosa del genere, cerco sempre di vederla in un'ottica più ampia: nella band siamo in cinque – io, lui, Glenn Tipton, Ian Hill e Scott Travis, a cui si aggiunge Andy Sneap per i tour – senza contare i tecnici e il management. I Judas Priest sono una grande macchina. Non saprei se ne rappresento la salvezza; mi considero piuttosto l'ingranaggio di un meccanismo complesso, ma sono felice di farne parte. Dopo quindici anni ti senti totalmente uno di famiglia. All'inizio ero ossessionato dal fare le cose per bene, dall'eseguire ogni riff e accordo alla perfezione. Col tempo, invece, l'attenzione si è spostata sul collettivo: lo studio, la scaletta, la produzione, ma soprattutto il modo in cui offrire lo show migliore ai fan. Questo è il vero cambiamento che arriva con gli anni: smetti di pensare solo alla tua figura di chitarrista e inizi a lavorare per il bene del gruppo.

Il secondo album con te nella band, "Firepower", del 2018, ha raggiunto la quinta posizione della Billboard 200, il risultato più alto mai ottenuto dai Judas Priest in classifica.
Quando entri in studio dai il mille per cento: scrivi le tue idee migliori e ci metti l'anima, ma poi arriva il momento di lasciare andare il disco e spetta al pubblico decidere se amarlo o odiarlo. Se con "Firepower" siamo arrivati così in alto, il merito è solo dei nostri sostenitori. Quel successo ci ha reso orgogliosi e ha confermato la potenza del genere che suoniamo. Nel 2018, in mezzo a classifiche dominate da pop, country, hip hop e dance, l'heavy metal era lì, nella top ten di Billboard. Il tutto a dimostrazione che il nostro sound era e resta una forza con cui fare i conti, oggi più che mai. E possiamo solo ringraziare i fan per questo.

Parlami del processo di scrittura in riferimento ai Judas Priest.
Di solito ci mettiamo al lavoro subito dopo un tour. Per quanto mi riguarda, le idee mi vengono continuamente e tendo a fissarle mentre sono in viaggio: tengo sempre una chitarra in camera d'albergo per registrare i riff sul telefono con i memo vocali. Una volta a casa li riascolto e, se trovo spunti validi, li incido nel mio studio. Quando ci riuniamo io, Rob e Glenn, mettiamo insieme questo materiale o, partendo da quelle basi, sviluppiamo una canzone intera. A quel punto cerchiamo la scintilla: se propongo qualcosa e a Glenn o Rob piace, ci lavoriamo sopra, aggiungiamo elementi o la completiamo direttamente. Funziona quasi sempre così. All'inizio di quest'anno abbiamo cominciato a registrare un nuovo album. Nel 2024, mentre eravamo in tour per promuovere "Invincible Shield", buttavo giù riff una volta rientrato in albergo; per tutto il 2025 ho sviluppato i demo partendo da quegli abbozzi. Poi ci siamo trovati per rifinirli e quest'anno siamo entrati in studio. Rob e Glenn hanno sempre intuizioni fresche da cui nascono i brani. Spesso ci ritroviamo con fin troppi pezzi, magari una ventina, che poi si riducono a quindici. Li registriamo e alla fine scegliamo i dieci o undici migliori. Questo, in genere, è il percorso che porta alla nascita di un nostro album.

Dopo tutte queste decadi di storia dell'heavy metal, cosa mantiene la macchina dei Priest così affamata, oggi?
Credo siano due le ragioni principali. La prima è l’amore viscerale per quello che facciamo, una passione che dura da oltre cinquant'anni. Amiamo far parte dei Priest, adoriamo la musica, scrivere, creare e andare in tour. C'è una gioia sincera nel suonare quei brani e nel comporne di nuovi, e siamo davvero grati di poterlo fare, specialmente i miei compagni che sono in attività da così tanto tempo. Per quanto mi riguarda, sono nel gruppo da quindici anni e questa esperienza mi ha cambiato la vita, quindi la mia gratitudine è immensa. Il secondo fattore sono i fan, che sostengono la band da mezzo secolo. Alcuni ci seguono fin dagli esordi, ma incontriamo nuovi appassionati ovunque andiamo. Se fossimo immortali, tutto questo non finirebbe mai. La musica dei Priest e l'heavy metal classico – penso a Maiden, Sabbath, Motörhead e chi più ne ha, più ne metta – sono eterni. Ogni anno, quando torniamo in Europa o negli Stati Uniti, c'è una nuova generazione di giovani che ci scopre per la prima volta. È incredibile. Alla fine tutto si riduce a questo: l'affetto del pubblico e la nostra devozione per la musica.

Hai portato linfa vitale in una delle band più importanti di sempre. Chi vedi, oggi, raccogliere il testimone dell'heavy metal?
Difficile dirlo. Se parliamo di heavy metal classico, credo che nessuno potrà mai eguagliare i giganti del genere, siano essi i Priest, i Maiden o i Metallica. Il testimone passerà, ma sotto una forma leggermente diversa. Basta guardare i cartelloni dei grandi festival di oggi: gli headliner sono band come Sleep Token, Ghost o Spiritbox, gente che sta definendo un proprio percorso, guidando queste manifestazioni e portando il nostro mondo verso nuovi orizzonti, attirando centinaia di migliaia di persone. Il cambiamento è già in atto.

Parlando di classici, quali sono, secondo te, i cinque album hard & heavy più importanti di sempre?
 Dal mio punto di vista direi: "Painkiller" dei Judas Priest, "Master Of Reality" dei Black Sabbath, "Master Of Puppets" dei Metallica, "The Number Of The Beast" degli Iron Maiden e "Cowboys From Hell" dei Pantera. Ma la scelta è fin troppo vasta. Penso a "Holy Diver" di Dio o a "Diary Of A Madman" di Ozzy Osbourne: ci sono tantissimi dischi fondamentali. Se allarghiamo il campo all'hard rock in generale, non possiamo dimenticare i lavori dei Queen, dei Deep Purple, dei Rainbow, di Jimi Hendrix o dei Van Halen. Ce ne sono un’infinità.

Sei diventato un po' un'icona, grazie alla tua Gibson Flying V. Cosa rende la forma di quella chitarra così perfetta per te?
Non mi definirei iconico, ma grazie... Le vere icone sono mostri sacri come K.K. Downing o Michael Schenker. Proprio per via del loro mito ho voluto fare mio quel modello. All'inizio nei Priest alternavo Flying V e Les Paul, ma sul palco con loro la "V" era un passaggio obbligato. Ormai è diventata un'estensione del mio braccio: ha plasmato il mio modo di suonare. Uso ancora Les Paul ed Explorer, ma amo la Flying V per l'ergonomia e l'impatto visivo pazzesco. Suona divinamente ed è fantastica da tenere in mano. È il mio pilastro sul palco, con i Priest o con chiunque altro. Ne sto fissando una proprio adesso, mentre parliamo, e la trovo bellissima. Ha una linea dirompente, sembra un razzo pronto a decollare per la luna. È un oggetto che ispira e, quando c'è l'ispirazione, la grande musica nasce da sola.
 


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