Ha senso oggi, nel 2026, in piena era dello streaming e del ritornello che deve arrivare dopo meno di un minuto, una band che si rifaccia smaccatamente al glam rock degli anni 70? Che cita il pop più ricercato e “arty” di Kate Bush o dei Roxy Music o che prende a modello addirittura una band fuori dagli schemi (ma da cui tanti hanno preso a piene mani) come gli Sparks, per non citare il solito abusato David Bowie? Ha senso eccome, è la riprova ne è stato il concerto delle Last Dinner Party al Fabrique di Milano. Il quintetto londinese tutto femminile, con il secondo album uscito lo scorso autunno, “From the Pyre”, ha dimostrato che il successo del debutto di “Prelude To Ecstasy” non era stato un caso né un fuoco di paglia. E anche se i numeri sono stati di poco inferiori alla prima uscita (che era valsa anche due Brit Awards), che la loro proposta abbia messo radici lo ha dimostrato il concerto milanese in un Fabrique strapieno. Un pubblico variegato e variopinto, senza troppe barriere di età (a spanne dai 17 ai 60 anni, in maggioranza i giovani), pronto a cantare dalla prima all’ultima canzone ha fatto brillare gli occhi di emozione alla cantante Abigail Morris, che più volte ha ringraziato emozionata ricordando come meno di due anni fa avessero fatto il loro primo concerto a Milano in un club decisamente più ridotto.
Nella versione live l’impianto barocco della musica delle Last Dinner Party (già più sfumato nel secondo album rispetto al primo) lascia spesso il passo a favore di un impatto più energico, con grande spazio concesso alle chitarre di Lizzy Mayland ed Emily Roberts. Ma soprattutto emerge in diversi momenti la forza quasi mistica e ancestrale di canzoni che qua e là al glam e all’art rock fondono elementi della tradizione folk. E in tutto questo il ruolo di Abigail Morris è fondamentale per coinvolgere il pubblico in uno show che si muove sinuosamente tra il party propriamente detto e un sabba festoso: la Morris canta, balla, gioca con il pubblico, ride e scherza in italiano, senza contare il grande spazio concesso ai ringraziamenti al gruppo spalla Sunday (1994) e alla crew, cosa che non si vede tutti i giorni, e agli appelli a donare alla Fondazione Banco Alimentare con cui le TLDP hanno stretto una collaborazione per questa data italiana (a riprova del costante impegno politico e sociale del gruppo, già emerso con un posizione forte sui massacri di Gaza). Ma riesce anche a essere protagonista senza che il suo istrionismo prevalga sul gruppo, tanto che da metà show in avanti spesso si defila lasciando il compito di prima voce alla Mayland (“Rifle”) e ad Aurora Nishevci (“Woman is a Tree”), che tra piano, tastiere, keytar e sassofono, fa da legante essenziale a tutti gli elementi sonori della band.
I momenti intensi e coinvolgenti sono diversi: dopo l’inizio sui toni morbidi e avvolgenti di “Agnus Dei” e del singolo “Count the Ways”, un trittico dal primo album, “The Feminine Urge” e “Ceasar on a TV Screen” e “On Your Side”, ballad di rara potenza espressiva, mettono il concerto sui binari giusti. I brani più stratificati e che mettono in mostra il lato più scuro della scrittura delle cinque artiste compongono il blocco centrale dello show: “Woman Is a Tree”, con la sua introduzione a cappella, “Rifle”, con il coro epico del ritornello, e “The Scythe”, possono benissimo andare in bacheca tra i momenti più alti delle quasi due ore di concerto. Nella scaletta quasi divisa in parti uguali tra gli estratti da “Prelude To Ecstasy” e quelli di “From the Pyre” trovano spazio anche due brani mai registrati, “Big Dog”, presente nei loro concerti dal 2023, la nuova “Knocking at the Sky”, sicuramente inseribile nel repertorio più easy del gruppo, tanto che viene lasciata come penultimo pezzo del set regolare, un attimo prima dell’esplosione di “Nothing Matters”, a oggi il loro singolo di maggior successo. L’immancabile rito dei bis è affidato alla coinvolgente “This is the Killer Speaking”, con tanto di lezione della Morris al pubblico su come eseguire la coreografia per il ritornello, e poi da un ripresa di “Agnus Dei”, che chiude il cerchio nel migliore dei modi prima che il pubblico scemi dal locale sulle note di “In Every Dream Home a Heartache” dei Roxy Music, a ribadire quali siano i riferimenti delle TLDP. Per tornare alla domanda iniziale: ha senso una band così nel 2026? Non solo ha senso oggi, ma è anche una speranza per il futuro.
Ecco la scaletta:
Agnus Dei
Count the Ways
The Feminine Urge
Caesar on a TV Screen
On Your Side
Second Best
I Hold Your Anger
Woman Is a Tree
Gjuha
Rifle
Big Dog
Burn Alive
The Scythe
Sail Away
Sinner
My Lady of Mercy
Inferno
Knocking at the Sky
Nothing MattersBIS
This Is the Killer Speaking
Agnus Dei
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