Siamo al 18° volume delle bootleg series, un’operazione iniziata quasi 35 anni fa, quando Dylan doveva ancora compiere 50 anni. Dal box con i primi 3 volumi (3 cd di rarità da vari momenti della carriera) alla seconda pubblicazione della serie (lo storico concerto del ‘66 in cui gli urlarono “Judas”) passarono 7 anni e mezzo, a quella successivo altri 4. Oggi siamo al 18° episodio di una collana che da ormai diversi anni esce con regolarità e a cui pure si aggiungono pubblicazioni collaterali, come le raccolte live del tour del 1974 pubblicate l’anno scorso, o quelle dei concerto al Budokan di Tokio del ’78, di due anni fa. In totale, migliaia di canzoni, centinaia di inediti decine e decine di CD e dischi: numeri che fanno impressione. ;a non è solo una questione di quantità. È la qualità della musica e della cura di queste uscite a lassare il segno
Questo nuovo volume copre le origini del mito, quelle che occupano una buona parte della storia raccontata “A Complete Unknown”, il biopic uscito l’anno scorso. Si parte dal 1956 e si arrival 1963, raccontando le prime incisioni casalinge, le radici nel folk, i primi album e la formazione del primo repertorio originale, fino a un leggendario concerto alla Carnegie Hall considerato tra gli apici del periodo, che di fatto fu la conclusione di quella fase, precedendo di un anno e qualche mese la “svolta elettrica” che chiude l’arco narrativo del film.
Questa bootleg series sarebbe potuto uscire l’anno scorso, assieme a “A complete unknown”, e sfruttarne l’onda – un po’ come è successo con il box di “Nebraska” e “Liberami dal nulla” in questi giorni. Ma si sa, Dylan ha un approccio opposto a quello esuberante di Springsteen: ha approvato il film ma ne è rimasto alla larga, a differenza del Boss che si è impegnato in prima persona nell’accompagnarlo e sostenerlo. Peraltro, il resto della storia musicale compresa in “A Complete Unknown” è già stata raccontata in volumi precedenti delle bootleg series, in particolare nel volume 7 , che fece da colonna sonora a “No Direction Home” di Martin Scorsese, e soprattutto dal monumentale volume 12, "The cutting edge", che cronologicamente segue queste registrazioni, coprendo il periodo 1965-66 e i tre album della svolta elettrica: “Bringing It All Back Home”, “Highway 61 Revisited” e “Blonde on Blonde”.
Se vi viene il mal di testa a cercare di orientarvi in questo mare di pubblicazioni, non siete soli: ci si perdono anche i fan più accaniti. Poi, come da tradizione, anche questo volume esce in due versioni: una espansa da 8 CD e 139 brani, e una ridotta da 2 CD/4 LP, che è quella oggi disponibile sulle piattaforme digitali – le versioni digitaki complete arriveranno più avanti.Fin banale dire che questo è il “ritratto dell’artista da giovane”, per parafrasare il famos titolo di Joyce. Un romanzo di formazione musicale che parte dai primi provini: l'album si apre con una registrazione del '56, con Dylan quindicenne. Il futuro Nobel si crea una voce (anche e soprattutto in senso lato, come identità narrativa) e un repertorio rielaborando classici folk e scrivendo i suoi primi capolavori.
“Through the Open Window”, curato da Steve Berkowitz e Sean Wilentz, racconta la nascita e la crescita artistica di Dylan dal Minnesota al Greenwich Village. I primi dischi del cofanetto raccolgono provini, nastri inediti, registrazioni radiofoniche e performance nei club: è il suono di un ragazzo che impara a diventare sé stesso. Dalle prima registrazioni quando era ancora in Minnesosta di fine anni '50 si passa all'arrivo a New York, alle apparizioni nei coffeehouse e ai provini che precedono l’esordio discografico. Molte delle outtakes arrivano dalle session di “The Freewheelin’ Bob Dylan” e “The Times They Are A-Changin’”, accanto ad alternate take e scarti legati al debutto “Bob Dylan”, oltre a materiali radiofonici e performance che fotografano una creatività in accelerazione.
Questa parte ha un enorme valore documentaristico, mentre musicalmente la parte più interessante è la registrazione completa, per la prima volta pubblicata integralmente e rimasterizzata dai nastri originali, del concerto alla Carnegie Hall del 26 ottobre 1963, nei giorni in cui Dylan sta registrando “The Times They Are A-Changin’” È un documento straordinario, non solo per il valore storico ma per la potenza artistica: in due ore e una ventina brani Dylan mette in scena la summa del suo primo periodo, tra canzoni di protesta e ballate, di fronte ad un pubblico rapito, che non sa che quel Dylan da lì a poco non esisterà più. “The Times They Are A-Changin’” esce a gennaio del '64, seguito da "Another side of Bob Dylan", pochi mesi dopo. Ma già ad inizio '65 “Blowin’ in the Wind” e “A Hard Rain’s A-Gonna Fall” verranno superate da una nuova fase, altrettanto rivoluzionaria e potente, quella che lo porta verso il rock elettrico.
Quel concerto — che occupa gli ultimi due dischi del box — è l’opera di vero valore dentro “Through the Open Window”: il ritratto di un artista arrivato al culmine della sua prima metamorfosi, consapevole del proprio talento, ma già pronto a lasciare tutto alle spalle per spingersi oltre.Più che un’antologia di rarità, “Through the Open Window” è un romanzo sonoro della formazione di Dylan: la storia di come un ragazzo del Midwest è diventato la voce di un’epoca, il ritratto della sua prima grande incaranazione musicale e di come ha iniziato a trovare il suo posto nella storia della musica americana.