“Sei in forma? Ti prendi cura di te? Ah, sei una ciclista? Bene. Abbi cura di te, mangia le cose giuste e... non fare troppe schifezze”. Il mio nuovo medico è nientemeno che Ian Anderson, storico e inquieto leader dei Jethro Tull, che salutista lo è sempre stato. “In un certo senso, sono stato molto fortunato verso i 17 anni. Fu allora che entrai in contatto per la prima volta con le droghe. Conoscevo persone che ne facevano uso, ma io non volevo essere coinvolto. Sai, proprio non mi interessava, dicevo: no, non fa per me, grazie. E vedevo che cosa faceva agli altri. Ho visto che cosa ha fatto a molti grandi musicisti, per esempio, morti di eroina o di alcol, o di entrambi. Molti dei grandi musicisti della mia epoca, anche quelli sopravvissuti, hanno avuto periodi in cui non erano in grado di funzionare a causa della dipendenza da droghe pesanti. Tutta la mia vita è stata come una lezione pratica: non farlo. È pura follia rischiare la vita per un'ora o due di apparente piacere. Quindi non l'ho mai fatto. Devo ancora fumare il mio primo spinello di marijuana o iniettarmi, che so, qualunque cosa prendesse Michael Jackson. Ecco, sono tutte cose che non ho mai fatto”.
Ma che prima o poi potrebbe fare. “Dato che c'è il 50% di probabilità che io muoia, prima o poi, di una qualche forma di cancro e che finisca i miei giorni sotto antidolorifici... è probabile che, a un certo punto, nelle fasi finali della mia vita, scoprirò di che cosa si tratta. Ma non ho fretta di scoprirlo. E secondo me nessuno dovrebbe avere fretta di cedere alle pressioni di amici o conoscenti che ti dicono: oh, devi assolutamente provare questo, devi fare quello. La pressione sociale per conformarsi a stili di vita edonistici è una cosa pericolosa”.
Quattro date in vista nel nostro Paese per i Jethro Tull: l’8 luglio a Porto Recanati, il 10 luglio al Pistoia Blues Festival, l’11 luglio al Mantova Summer Festival, il 17 luglio a Cagliari. Mentre tante band e artisti coetanei pensano al ritiro (o si sono già ritirati), il prog folk rock della ciurma di Ian Anderson tiene botta. Sia perché certi capolavori non moriranno mai, sia perché i peperoncini fanno bene alla salute – e Ian va matto per i peperoncini.
È vero che coltiva peperoncini?
È vero in parte. Per molti anni ho coltivato peperoncini, ma ne avevo così tanti che finivo per tenerli tutti nel congelatore. Il freezer era letteralmente pieno di peperoncini surgelati. Alla fine erano troppi, quindi ho smesso di coltivarli io stesso. Mia moglie però continua a piantare cinque o sei piantine di peperoncini piccoli e molto piccanti che si chiamano Ring of Fire. Sono piuttosto forti; puoi tagliarli a pezzetti minuscoli e metterli in una zuppa o in uno stufato, funzionano bene. Io però ho ancora una scorta di quelli super piccanti. Quando uscirono le prime sementi, iniziai a coltivare il Carolina Reaper, che all'epoca era il peperoncino più piccante al mondo. In realtà è troppo forte per farci qualsiasi cosa... voglio dire, è un'arma di distruzione di massa. È il genere di cosa che, se ce l’avessero i nordcoreani, Donald Trump invaderebbe sicuramente la Corea del Nord per impedire loro di produrre Carolina Reaper.
Un buon peperoncino è come un buon assolo?
Sì. Cerco sempre di mettere un po' di "pepe" nella musica. Il trucco è proprio questo, no? Cercare di renderla piccante, ma non così forte da impedire alla gente di godersi l'ascolto.
Ha un approccio molto fisico allo strumento.
In realtà, sembra paradossale, ma se ripenso alle prime esibizioni dei Jethro Tull, non ero così fisico. Lo sono diventato di più verso il 1973 o 1974, nel senso che iniziai a muovermi molto di più sul palco. In particolare, quando arrivò la tecnologia wireless che mi consentì di spostarmi — con un microfono montato sul flauto per muovermi liberamente — quello divenne un altro modo per essere fisicamente più attivo. Ovviamente, quando hai 25 o 30 anni puoi fare molto di più rispetto a quando ne hai 78 come me. Però mi muovo ancora parecchio sul palco; lo considero come due ore di aerobica. Faccio un sacco di esercizio, sia fisico sia mentale. Per due ore ogni sera è piuttosto impegnativo, ma va bene così. Al momento non ho problemi fisici. Anzi, stranamente, ricordo che negli anni '70 dopo ogni spettacolo uscivo letteralmente inzuppato di sudore, mentre ora non sudo così tanto. Eppure probabilmente canto e suono più note oggi di quanto non facessi allora.
Ha un dipinto in soffitta che invecchia per lei?
Penso sia solo un approccio diverso: ho imparato a conservare l'energia, a stare attento a non esagerare in nessun momento per non ritrovarmi esausto. Sono abituato a suonare in condizioni che vanno dai 10 gradi centigradi fino a concerti in cui sono dovuto salire sul palco con 40 gradi. E quello è pericoloso; è davvero troppo caldo, sia per un tennista, sia per quello che faccio io. Devo stare attento al dispendio di energie per non mettermi in una posizione rischiosa. È facile dimenticarsene quando suoni, perché ti lasci trasportare dalla musica. È facile scordarsene finché non ti rendi conto che sei vicino a svenire per mancanza di ossigeno e surriscaldamento, il che è pericoloso. Pericoloso nel senso che potresti avere brutte conseguenze. Credo di essermi trovato solo in due occasioni in quel punto in cui pensavo di stare per morire sul palco; ho riconosciuto che cosa stava succedendo in tempo per fermarmi e riprendermi. Quando raggiungi una certa temperatura corporea interna e inizi a surriscaldarti, il corpo non riesce a smaltire il calore: prima inizi a tremare, senti un freddo incredibile perché il corpo cerca di espellere quel calore e ti viene la pelle d'oca. Quella è la prima cosa, un formicolio e un brivido sulla pelle. Poi arriva la visione a tunnel. Tutto diventa nero e si chiude verso il centro. A quel punto sei vicinissimo a crollare. Succede anche se corri una maratona o… se ti entusiasmi troppo facendo shopping. Quindi bisogna essere prudenti, e io cerco di esserlo: cerco di non esagerare.
Il tempo passa e la musica cambia. Che ne pensa di quella che piace alle nuove generazioni?
Penso che ogni generazione arrivi pensando di spazzare via tutto il passato per sostituirlo con qualcosa di nuovo e di più eccitante. In realtà, quando ero giovane, la mia visione era l'opposto: veneravo molto la musica che mi aveva preceduto. Sono cresciuto ascoltando jazz, blues e musica suonata da persone che erano già morte. E poi, ascoltando musica classica, ascolto musica di persone morte 100 o 200 anni fa. Quindi io sono uno che cerca davvero di restare connesso con la musica delle generazioni precedenti, perché penso ci sia molto da imparare e, soprattutto, molto di cui godere. Capisco perché la gente pensi che qualcosa sia fuori moda solo perché risale a 20 o 40 anni fa. Alcuni la vedono così. Ma ovviamente ci sono tantissimi fan dei Jethro Tull molto più giovani. Pensa che l’altra sera sono andato a un concerto di musica classica a Londra. C'era un chitarrista classico che suonava con un'orchestra spagnola; era bravissimo, sembrava un ventenne, anche se in realtà aveva 30 anni. Al ritorno in treno, leggevo di lui online e ho visto un indirizzo e-mail sul suo sito. Gli ho scritto solo per dirgli quanto mi fosse piaciuto il concerto e che speravo di incontrarlo un giorno per salutarlo. Poi non ho più controllato il telefono perché era tardi. La mattina dopo, quando sono sceso in ufficio alle sei, ho visto che mi aveva già risposto: deve aver letto la mia mail di notte, dopo il concerto. Mi ha scritto che era un grande fan, che aveva ascoltato Locomotive Breath tantissime volte e che amava il flauto nel rock. A volte scopri di avere fan che non ti aspetteresti mai, specialmente da un musicista classico di trent'anni che è cresciuto studiando i grandi maestri. È interessante trovare fan di generazioni totalmente diverse. A volte è perché ascoltano la musica dei genitori. Trenta o quarant'anni fa, quando mi chiedevano l’autografo, mi dicevano: "Oh, non è per me, è per mio padre o mia madre". Adesso dicono: "Oh, non è per me, è per mio nonno". E in fondo va bene così.
Ai giovani che scoprono oggi la musica dei Jethro Tull e se ne innamorano, che cosa dice?
Di stare attenti. Perché è bello ascoltare queste cose, ma se ti piacciono i Jethro Tull, allora devi andare a scoprire i Led Zeppelin, Jimi Hendrix e un sacco di altri artisti, perché fa tutto parte dello sviluppo della musica rock. La mia generazione ha iniziato a entusiasmarsi per la musica tra la fine degli anni '50 e l'inizio dei '60, quando eravamo adolescenti. C'è un'intera generazione di musicisti che ha in comune l'aver imparato dal jazz e dal blues. Poi, alla fine degli anni '60, siamo diventati la nuova ondata del rock britannico, ma avevamo tutti le stesse influenze. Penso sia interessante tornare indietro e ascoltare la musica di tutti noi che abbiamo iniziato in quel periodo creativo tra il '65 e il '75. Fu una nuova ondata di artisti molto interessanti nel Regno Unito. Senza conoscerci l'un l'altro, la storia dimostra che attingevamo tutti alle stesse fonti: eravamo mossi dalle stesse invenzioni, principalmente dal blues e dal jazz afroamericano e, a volte, in piccola parte anche dalla musica classica. Insomma, non c'è nulla di male nell'ascoltarci, ma se ascolti i Jethro Tull, dai un'occhiata anche a tutti gli altri, perché ci sono stati grandi musicisti e band (anche dalla Nigeria, per esempio) che sono forse più importanti dei Jethro Tull da ascoltare e apprezzare.
Nell’ultimo disco dei Jethro Tull, Curious Ruminant, c’è una lunga suite di 16 minuti vecchia scuola, nell’era della musica liquida e del consumo usa e getta di canzoni lampo.
Nel 1960 avevamo lo stesso identico problema. Bob Dylan racconta che quando iniziò a scrivere, le sue canzoni duravano quattro minuti e nessuno voleva passarle in radio perché erano troppo lunghe. Allora quattro minuti erano troppi, perché tutto doveva durare due minuti e mezzo o tre al massimo. Siamo sempre stati vincolati dalla radio, che imponeva un tetto di tre minuti o tre e mezzo. Io invece scrivevo canzoni che non erano di quattro minuti, ma di sei, dieci o più. Abbiamo sempre avuto questo problema. Credo sia una costante dall'inizio della musica popolare: le radio e le abitudini di ascolto del pubblico richiedono piccoli "bocconi" musicali. Non volevano qualcosa che durasse 10 o 20 minuti. Quando nel 1972 facemmo uscire l'album Thick as a Brick, erano 40 minuti di musica continua. Fu una scelta radicale; forse non era la prima volta in assoluto nel rock, ma fu ciò che spinse tutti a fermarsi e a prestare attenzione. Per le radio americane dovemmo creare un'edizione speciale "tagliata" in pezzi da tre o quattro minuti, sperando che ne trasmettessero almeno un po'. Ma ci furono stazioni negli USA che lo trasmisero tutto intero, tutta la prima facciata, ai tempi in cui c'erano solo i vinili. Quindi sì, è un problema che esiste da tempo. E posso capirlo, perché anche io sono impaziente. Non voglio guardare un film che dura tre ore e mezza o quattro, è troppo lungo. Preferisco guardarlo a pezzi di 35 o 45 minuti. Spesso, se guardo qualcosa su Netflix, ne guardo metà una sera e metà quella successiva. Mi piace vedere o ascoltare qualcosa e poi poterci riflettere sopra. Se hai un'opera enorme tutta d'un fiato, non riesci a ricordare tutto. Quindi condivido in parte la sensazione che alcune cose durino troppo. Detto questo, 40 o 60 minuti per un album non sono troppi se confrontati, ad esempio, con la durata di certi film lunghi.
Non ama le collaborazioni, ma con Steven Wilson ha lavorato diverse volte.
Lavoro con Steven Wilson da molti anni. Mi colpì quando lessi che Robert Fripp gli aveva permesso di remixare In the Court of the Crimson King, il primo grande successo dei King Crimson. Pensai: "Beh, se Robert Fripp è rimasto impressionato dalle capacità di questo ragazzo nel fare remix contemporanei, allora vale la pena tentare". Così mandai a Steven un paio di tracce per vedere come le gestiva. Dopo aver ascoltato il risultato, gli dissi: "Bene, facciamo tutto l'album". E poi quello dopo, e quello dopo ancora. Ha remixato moltissimi dei nostri dischi. Steven ascolta con attenzione; è innanzitutto un fan della musica, studia meticolosamente i miei mix originali e cerca di mantenerne la dinamica e il posizionamento degli strumenti. Il punto è prendere vecchi nastri e trasferirli in digitale cercando di ottenere chiarezza e separazione tra gli strumenti, rimuovendo ronzii, fruscii e scatti che erano difficili da gestire in analogico. Con la tecnologia digitale puoi eliminare i rumori estranei e dare trasparenza e dettaglio al tutto. Questa è la cosa più importante dei remix di Steven Wilson o di altre persone più giovani con cui ho lavorato recentemente. Probabilmente hanno orecchie migliori delle mie, un udito più preciso, fisicamente parlando. Penso sia un bene lavorare con persone più giovani che hanno un legame chiaro con questo tipo di musica. Artisti come Steven Wilson, che viene dal mondo del progressive rock contemporaneo, sono le persone ideali. Recentemente ho lavorato anche con Bruce Soord dei Pineapple Thief: ha curato i mix surround e Dolby Atmos di diversi album e alcune riedizioni di vecchi lavori. Sono tutti ragazzi che amano profondamente il progressive rock, anche se hanno 20 o 25 anni meno di me.
In The Zealot Gene ha esplorato l'estremismo delle opinioni moderne. I tempi che corrono non richiedono artisti schierati come Roger Waters?
Dovresti parlarne con il Papa. In questo momento il Papa sta subendo gli attacchi dell'amministrazione Trump perché ha osato dire qualcosa di critico, non solo verso Donald Trump, ma implicando chiaramente una critica a Vladimir Putin e a tutta una serie di altre persone che oggi rappresentano gli autocrati guerrafondai nel mondo. E ha fatto bene a farlo. Ma le critiche che riceve dicono "imitati alla religione, resta nel tuo campo, non addentrarti nel mondo della moralità, del giudizio o, nello specifico, della politica". Dal mio punto di vista, accade un po' la stessa cosa: ho opinioni molto forti su molte questioni del mondo attuale. Opinioni davvero decise. Ma non mi piace discuterne pubblicamente, perché ritengo che le persone debbano farsi un'idea propria. Non voglio usare la posizione che la gente immagina io abbia per cercare di convincerli riguardo alla politica. Mi succede ogni quattro anni nel Regno Unito, quando ci sono le elezioni generali: non dico mai a nessuno per chi voto. Non lo dico nemmeno alla mia famiglia. Penso sia una questione intenzionalmente privata. Quindi non discuto mai le mie convinzioni politiche. Eppure, ho convinzioni politiche molto forti, così come ho visioni molto nette riguardo alla moralità universale e all'etica. Ma non è una cosa pubblica.
In Aqualung criticava la distinzione tra religione e spiritualità.
Oggi riesco a condividerle i miei pensieri solo a quattr'occhi con qualcuno che conosco e di cui mi fido, ma non li scriverei mai pubblicamente. A volte potrei aver detto qualcosa, ma in termini molto generali; di certo non voglio entrare nei dettagli. Su Roger Waters, devo dire che va benissimo che abbia le sue posizioni, ma penso innanzitutto che la sua sia una visione semplicistica. Inoltre, non credo che sappia spiegarsi molto bene quando si tratta delle sue opinioni politiche. È facile che venga travisato. Non è molto bravo a esprimersi nel dettaglio o con un messaggio chiaro, e così viene accusato di essere un nazista. Io non credo lo sia; penso solo che abbia opinioni politiche forti. A volte sono dirette al governo israeliano, ma vengono percepite in un modo che spinge la gente a pensare che sia antisemita. Io credo fermamente che si debba poter criticare il governo di una nazione senza che sembri una critica alla loro religione. Credo molto nel diritto delle persone di seguire fedi religiose che facciano parte della loro cultura o della loro scelta. Ma è importante non confondere le cose: se critichi Netanyahu o il Likud, non si dovrebbe dare per scontato che tu stia criticando l'ebraismo. Ovviamente Netanyahu è prontissimo ad accusare le persone di antisemitismo quando dicono qualcosa di male su di lui, perché è la sua posizione difensiva immediata. È comprensibile, sta solo usando l'aspetto religioso del diritto di nascita ebraico per creare una difesa e accusare gli altri. Ed è infantile, francamente: è una cosa infantile e stupida da fare. Dovremmo essere in grado di criticare Netanyahu e l'IDF (le forze di difesa israeliane) sotto certi aspetti senza che la gente presuma che siamo antisemiti. Ma il mondo è pieno di bianco o nero: i media popolari, i giornali, la televisione... tutto vuole essere o bianco o nero. Io invece vivo in un mondo fatto di molte sfumature di grigio. Non credo nel bianco e nero. Per me quasi tutto sta nel mezzo. Penso che ci siano molte diverse sfumature di significato nel mondo e dovremmo essere un po' più istruiti nel modo in cui formiamo le nostre opinioni. Comunque, parlando politicamente, non credo che per me la musica sia il luogo adatto per manifestare quei sentimenti politici.
È molto riservato.
Fin da bambino sono sempre stato un solitario; non mi è mai piaciuto molto avere tanti amici. Non sono asociale, ma non amo molto la compagnia. Mi piace stare per conto mio. Per me è facile, vivo nel mio piccolo mondo. Non dipendo dai ritrovi sociali per sentirmi bene. Stasera devo andare a cena con mia figlia e suo marito. Saremo in quattro. Forse verranno anche i loro figli, non so. E va bene così... però dopo circa 45 minuti vorrei solo andarmene. Mi piace conversare con una persona alla volta. Parlare con una persona, come faccio ora con te, va bene. Ma se foste in due, tre o quattro seduti in una stanza a cercare di intervistarmi contemporaneamente, mi sentirei intimidito. Non mi piace la compagnia. Ma sono sempre stato così, non è una novità. Ho passato la vita a stare ore al giorno davanti a centinaia o migliaia di persone. Direi che basta e avanza. Quando scendo dal palco, voglio solo la solitudine. Sì, voglio solo potermi dileguare nella mia solitaria stanza d'albergo, sdraiarmi sul letto e guardare il telegiornale o leggere un libro o cose così. Non ho alcun interesse a uscire, a socializzare, ad andare a una festa, in un locale o altro. Non ho mai avuto questo desiderio in vita mia.
Ha conti in sospeso, qualcosa che pensa di non avere ancora detto con la musica?
Divido la musica in due: le note musicali e il contenuto lirico delle canzoni. In un certo senso, suppongo di aver già scritto di quasi tutto ciò di cui avrei potuto scrivere. Però forse ci sono modi diversi per trattare quegli stessi argomenti e scrivere qualcosa di nuovo che non ho mai fatto prima. Non credo ci sia molto altro là fuori che non abbia già affrontato: i miei testi hanno coperto una gamma enorme di temi. Forse non scrivo canzoni d'amore e di solito non scrivo troppo dei miei sentimenti personali. Semplicemente non sono quel tipo di persona, non mi piace condividere emozioni personali. Quindi non ne scrivo spesso, e certamente non voglio scrivere di esperienze personali legate alle relazioni. Penso sia una cosa molto privata. Non tradirei mai nessuno in una canzone; non scriverei mai di una relazione, bella o brutta che sia. Per me è un'area sacra: non metterei mai in imbarazzo nessuno usando il mio rapporto con loro come soggetto di un brano. Quindi non pratico quel tipo di scrittura. Ma di quasi tutto il resto credo di aver parlato. Ho diverse canzoni in cui tratto questioni più spirituali, toccando aspetti della religione e delle religioni, al plurale.
E con le note?
Musicalmente parlando, invece, c'è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Ho delle buone sensazioni su quello che farò per il mio prossimo album, ma è decisamente troppo presto per parlarne nei dettagli. Però so che, con il passare delle settimane o dei mesi, sto percorrendo una certa strada e inizio ad arrivare in quel punto in cui comincerò a svegliarmi al mattino con pensieri ispirati che vengono dal nulla. Non so da dove arrivino: è una cosa misteriosa, quasi soprannaturale. All'improvviso hai un'idea per una canzone e non sai da dove sia sbucata. Semplicemente non c'era, e poi all'improvviso eccola... e boom, boom, boom, nel giro di un'ora o due hai una canzone. Amo questo della musica: sembra avere un'origine misteriosa e quasi soprannaturale, e tu ne diventi un condotto, un canale per questa emozione, per questa idea. A volte è una cosa più intellettuale, altre volte è più una sensazione, ma sembra venire da un altro luogo. Non so da dove, ed è per questo che è eccitante. È il mistero della musica.
Non è il primo musicista a dirmelo.
Al concerto a cui sono stato l’altra sera hanno suonato un pezzo di Rodrigo, il compositore spagnolo degli anni '30 che era cieco. Lui scrisse della sua esperienza nel comporre il Concierto de Aranjuez: disse che proprio non sapeva da dove fosse venuto. Aveva accettato di scrivere un pezzo per orchestra e chitarra classica pensando a un grande chitarrista dell'epoca, e poi improvvisamente, una mattina, ebbe questa idea: aveva in testa l'intero movimento di un concerto. E non era l'apertura, non era il primo movimento, era la sezione centrale quella che gli venne per prima. Ce l'aveva tutta in testa. Disse: "Non so da dove venga, all'improvviso era lì". Quando l'ho letto sul treno, tornando dal concerto, ho pensato: "Sì, è esattamente così". È un processo misterioso. E lo è ancora di più, immagino, se ti manca uno dei sensi. Avere quell'esperienza della musica è una cosa grandiosa. Forse per qualcuno che ha perso un senso — come Rodrigo che era cieco, o Beethoven quando scrisse la Nona Sinfonia da sordo — il fatto che manchi qualcosa crea una nuova focalizzazione totale. Riversi tutto nei sensi che ti restano. Beethoven diresse la prima della sua Nona Sinfonia, probabilmente il suo lavoro più grande, senza udito. Insistette per provare a dirigere l'orchestra, ma non poteva sentire. C'era un altro direttore che stava dirigendo davvero, dietro di lui, mentre Beethoven si sbracciava cercando di indicare i tempi all'orchestra. Alla fine della sinfonia finì due o quattro battute prima di tutti gli altri, perché aveva perso completamente il senso del tempo. Ma è una storia bellissima. Triste, in un certo senso, ma grandiosa. Quando finirono, per lui c'era il silenzio perché era sordo. Qualcuno dovette prenderlo per le spalle e girarlo verso il pubblico, che stava esultando e impazzendo. Lui non poteva sentirli, dovettero girarlo perché potesse vederli applaudire lui e la sua musica. E poi morì. Quindi, per molti versi, penso sia una cosa speciale: le persone che non hanno tutti i sensi possono a volte essere incredibilmente creative con ciò che hanno. Detto questo, io non sono ancora né cieco né sordo, e ho ancora la capacità di far funzionare tutte queste cose. Sono ancora in forma relativamente buona. Per ora.
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